Nonostante la secolarizzazione, Dio è nella storia
Dibattito teologico e momenti liturgici alla Sessione estiva del Sae
Abitare la secolarizzazione
La tavola rotonda “Abitare la secolarizzazione”, il 29 luglio, ha avuto come protagonisti Gianfranco Brunelli, politologo, esperto di temi religiosi e direttore della rivista Il Regno, Lucia Vantini, socia del Coordinamento teologhe italiane e delegata episcopale per la prossimità nella Diocesi di Verona, Davide Romano, pastore avventista, direttore della Facoltà avventista di Teologia di Firenze.
Gianfranco Brunelli registra un cambiamento epocale che tocca la comunicazione come strumento concettuale radicale. Un cambiamento antropologico in una società nella quale la fede rischia l’irrilevanza culturale ed etica. «Quindici anni fa la rivista Time definiva come personaggio dell’anno la post-verità. Il problema della comunicazione è radicale è sotto gli occhi di tutti. Le fake news sono la manifestazione principale della post-verità». Il politologo ha individuato tre tipologie verticali che influenzano il nostro modo di agire: la prima è il fattoide, la seconda è la falsificazione, e la terza tipologia è l’omissione. L’indebolimento del concetto di rapporto con la realtà, della verità come riferimento, ha spiegato Brunelli, «porta una crescente distinzione o indistinzione che ci chiama invece a un dovere di distinzione: cos’è la realtà e la sua rappresentazione, cos’è il vero e il verosimile, cos’è l’interpretazione e la manipolazione. Sono tutti confini su cui l’Intelligenza artificiale può agire nelle mani di poteri forti di diversa natura». Il fenomeno di secolarizzazione è pervasivo, ha continuato il giornalista. «Noi siamo totalmente secolarizzati, perciò in positivo dico che sarebbe necessaria una teologia biblica della secolarizzazione.
Sviluppando il titolo “Un sacro diverso per dire la vita”, Lucia Vantini ha recuperato un concetto di “sacro” che non è quello generalmente opposto a “profano”. Con la secolarizzazione, ha detto, il sacro non se ne è andato dal mondo, perché è matrice della vita. Citando l’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,1-12), la teologa ha commentato: «il sacro è un grido che si sente solo a piedi nudi». Di fronte a un re-incanto del mondo, nel bene e nel male, non si può che dedurre che «la secolarizzazione ha fatto perdere ma ha fatto anche guadagnare qualcosa. La trasformazione più importante è stata il venir meno di una cornice religiosa che amministrava il sacro. Oggi il sacro si può riconoscere nella vita stessa di cui è la matrice».
Davide Romano ha affermato che la secolarizzazione è una originalissima creazione del cristianesimo. Quest’ultimo abita la secolarizzazione da sempre, nasce come religione secolarizzata da uomini di una fede ebraica che hanno creduto al Figlio di un Dio incarnato. Se Dio si incarna nasce il disincanto, Dio abita il tempo, è il primo a secolarizzarsi. I primi cristiani si riunivano nelle case, praticavano una religione domestica. Inoltre «L’ecumenismo ha modificato il senso di una domanda che ieri nascondeva un pregiudizio: “Di quale chiesa sei?”. Oggi questa domanda rimane, ma è carica di attesa: in che modo puoi venire in soccorso alla mia solitudine?».
Di secolarizzazione aveva parlato, nella meditazione, Emanuela Buccione: la secolarizzazione può costituire anche un’occasione spirituale perché «costringe le Chiese a distinguere ciò che appartiene realmente all’annuncio evangelico da ciò che era garantito da una determinata configurazione sociale». Rinunciare a pretese di governo nella società non significa ridurre la fede a una questione privata, ma può renderla libera di proporre, contestare, stringere alleanze. Riconoscere la pluralità della società odierna, secondo la teologa, è anche questo un modo cristiano di abitare la secolarizzazione».
Trovare Dio nei luoghi della storia
«Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa città dipende il vostro bene». Le parole di Geremia (Ger 29, 7) hanno aperto il culto di Santa Cena. Presieduto dalla pastora e teologa valdese Letizia Tomassone affiancata da pastori e predicatrici delle chiese avventista, battista e metodista, animato dal gruppo misto liturgico del Sae, il culto è stata la confessione dei limiti e dei talenti di un popolo che si affida alla grazia del Signore e dalla sua Parola trae la forza per camminare verso il Regno di Dio.
«Dove abita Dio? E come funziona la coabitazione con la società umana che ha edificato il proprio luoghi di culto?». Domande appropriate per un tempo di “secolarizzazione e oltre” come il nostro. La riflessione che scaturisce dall’episodio è che «la nube ha accompagnato il popolo nel deserto dalla schiavitù alla libertà, ha riempito la tenda del tabernacolo, eppure lo stesso Mosè non potrà entrare nella tenda del convegno abitata dalla nube della presenza di Dio. Dio è nella nube, inattingibile alla comprensione umana, ma ben presene come guida e protezione».
Tomassone ha continuato: «Attraverso culti diversi e tempi diversi, nella preghiera di uomini e donne ebrei, cristiani e musulmani, Dio abita i luoghi della storia. Porta pace là dove noi portiamo solo conflitto, e probabilmente anche oggi impedirebbe a noi, come allora a Davide, di costruire altri templi per mostrare la nostra potenza, e di distruggere quelli altrui. Lo stesso Salomone, con nostra sorpresa, nella preghiera di dedicazione, chiede a Dio di ascoltare anche la preghiera degli stranieri (II Cr 6, 32-33)». Nella scena della nube che occupa il tempio, ci viene detto che, «se lasciamo spazio a Dio non possiamo centrare la nostra identità su riti appariscenti; Dio occupa la scena e ci rimanda al nostro limite. Non per schiacciarci, ma per ricordarci che anche la religione non è che un esercizio umano, limitato e parziale. Non possiede la forza del sacro, le sta ai margini, e viene invitata a trattare Dio con delicatezza e prudenza».
Con l’avvento di Gesù «la nube inconoscibile di scioglie in un corpo umano, e sarà possibile abbracciarlo ed essere abbracciati, parlare e discutere, camminare insieme, guarire e imparare a perdonare e a essere perdonati, in un’avventura che non è ancora finita. E allora, per questo Dio che vuole abitare le nostre città, dobbiamo costruire spazi non di cemento o marmo, ma spazi interiori nei quali sia possibile incontrare il Signore dell’universo, e spazi sociali nei quali anche la voce dello straniero, della donna marginale, dell’omosessuale nascosto, siano ascoltate. E non solo da Dio ma da una società in cui il senso delle differenze e della convivenza siano definite da un limite preciso alla sopraffazione e alla prepotenza. Buttati fuori dallo spazio sacro occupato dalla nube divina, impariamo che non abitiamo noi tutto lo spazio, ma siamo partecipi di un mondo variegato e complesso, in cui la presenza di Dio è un dono e una domanda di bene e di giustizia».
Annunciare l’Evangelo nell’ascolto del presente
«Risignificare l’Evangelo?» L’interrogativo ha denominato la tavola rotonda di giovedì 30. Relatori Francesco Zaccaria, professore di teologia pastorale alla Facoltà teologica pugliese, parroco, direttore dell’Istituto pastorale pugliese, e Fulvio Ferrario, professore di teologia sistematica ed Etica alla Facoltà valdese di teologia di Roma.
Francesco Zaccaria ha intitolato il proprio intervento «Risignificazione del Vangelo nell’ascolto del presente». La Rivelazione, ha esordito, non è un processo chiuso, va attualizzato e approfondito nella fedeltà alla Tradizione e nell’ascolto del presente.
«C’è una fondamentalizzazione delle religioni, una cultura religiosa controculturale e subculturale, e non di rado queste tendenze vanno a braccetto con organizzazioni politiche, e il fenomeno riguarda anche le Chiese cristiane, anche la Chiesa cattolica romana». Zaccaria ha proposto un altro modello, più fondato nella Tradizione della Chiesa e che ha origine nelle Scritture, quello dell’esploratore, riscoperto dal Concilio Vaticano II e rilanciato da papa Francesco. Alla base c’è l’idea che l’evangelizzazione è un processo dialogico in cui evangelizziamo e impariamo, e così comprendiamo meglio il Vangelo».
Il relatore ha concluso con uno sguardo al cammino sinodale della Chiesa cattolica italiana: «è stato un tentativo di passare a un modello di comprensione del vangelo più dialogico, tra luci e ombre, è stato un ascolto diffuso, con un dialogo anche fuori dai confini. Nel documento approvato nella terza assemblea sinodale ci sono passaggi non di poco conto sull’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender e sulla piena ministerialità delle donne; è un fenomeno di ricomprensione del vangelo perché ci si è messi in ascolto. Ovviamente ci sono tentativi di ritorni unidirezionali, perché i cambi di paradigma richiedono tempo. Dobbiamo continuare nella pratica della sinodalità e del discernimento dei segni dei tempi perché questo ci è chiesto di assumere, non adattandoci ai trend della società ma continuando a custodire il paradigma teologico nella nostra evangelizzazione e nella comprensione sempre nuova del vangelo che è per noi».
Fulvio Ferrario ha proposto come titolo del suo intervento “Annunciare l’Evangelo nell’Europa scristianizzata”, dedicandolo nel 50° della morte a Rudolf Bultmann. L’intervento si è articolato su quattro orizzonti. Il primo è quello metodologico. «L’Evangelo è sempre lo stesso, ma viene riletto ogni volta in un contesto parziale; questo è liberante perché apre lo spazio a teologie diverse».
Il secondo orizzonte evidenziato è cristologico: «La storia di Gesù ci parla di Dio. Dio è il tu al quale la fede si rivolge nella preghiera. Quindi l’Evangelo è un’interpretazione della storia di Gesù che vede in lui la presenza di Dio nel tempo e la promessa di Dio oltre il tempo».
Passando all’orizzonte ecclesiologico, Ferrario ha parlato del rapporto tra Evangelo e Chiesa. «Certamente ciò che conta è l’Evangelo del Regno e questo concentrato dell’Evangelo del Regno che la Chiesa dopo Pasqua ha visto nella persona di Gesù. Questo è infinitamente più importante della Chiesa. Nella Gerusalemme celeste non ci sarà il tempio perché l’agnello è il tempio. Però fino a che siamo qua la chiesa ha la sua importanza».
Sul quarto orizzonte, quello etico, Ferrario ha ricordato il contesto: «La cultura di matrice europea tra mille contraddizioni – razzismi, nazismi, fascismi, oppressioni stragismi, eredità coloniale e schiavistica – è la cultura dei diritti e della democrazia. Si dice che la chiesa non è democrazia. Il discernimento nella Chiese evangeliche avviene con procedure analoghe a quelle della democrazia, ma comincia con la preghiera: è l’invocazione dello Spirito che irriga la nostra aridità. La Chiesa non si identifica neanche con la democrazia politica, però c’è una specie di affinità elettiva».
«La democrazia, che pur con i suoi limiti cerca di ridurre le ingiustizie mediante la giustizia umana, è il miglior contesto per la Chiesa perché «accoglie la possibilità della Chiesa di annunciare l’Evangelo meno peggio. Nel tempo dell’incremento incontrollato delle diseguaglianze la Chiesa che annuncia il Regno ricorda che solo la giustizia fiscale determinata da una tassazione progressiva permette la creazione di servizi per i meno abbienti».
Per annunciare tutto questo, la Chiesa ha tre modalità di cui non può fare a meno: la predicazione del Regno di Dio, illustrando l’Evangelo attraverso la giustizia umana come parabola della giustizia divina; gli stili ecclesiali, una Chiesa organizzata in modo orizzontale che secolarizza le catene di comando ed è formata da donne e uomini, omosessuali ed eterosessuali e persone non binarie; la diaconia della Chiesa, che agisce sulle conseguenze, non instaura il Regno di Dio.