Una Parola che consola e provoca

Proseguono i lavori del Sae – Segretariato attività ecumeniche

 

La giornata di martedì alla sessione del Sae sulle Chiese nella secolarizzazione, in corso a Camaldoli fin al 1° agosto, si è aperta con la prima meditazione biblica della settimana, affidata a una voce ebraica, all’interno della preghiera del mattino. Una preghiera sul tema dello spazio secolare, iniziata con il canto del salmo 23, un atto di fiducia nel Signore, e un canto su una melodia ebraica. Sandro Ventura, medico psichiatra, esponente della Federazione italiana per l’ebraismo progressivo (Fiep), ha commentato il passo del primo libro di Samuele sulla presentazione di Saul al popolo di Israele come re.

«Il popolo chiede a Samuele un re. Nella Bibbia c’è una tradizione monarchica e una antimonarchica. Ho scelto questo testo perché siamo in un periodo di guerre, violenza e angoscia e la lettura del passo di Samuele ci aiuta nelle vicende umane. È un momento di transizione per Israele. Il popolo è terrorizzato, debole e diviso. Le dodici tribù sono in conflitto e chiedono un sovrano forte che garantisca stabilità. Il profeta non condivide la scelta monarchica, ma non può impedirla. Scrive i limiti del potere del re. Il Signore acconsente, il popolo ne pagherà le conseguenze. Saul è un uomo buono ma debole, vive nel contrasto tra sentimenti opposti. Non si sottrae al suo compito. Ha una vita tragica. I maestri della Mishnà capiscono il suo dolore».

 

Ventura ha cantato in ebraico dal versetto di Isaia 2,4: «Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo (lo yisa goy el goy herev), non si eserciteranno più nell’arte della guerra». E ha concluso citando il biblista Jean Luis Ska: «Come uscire dalle dinamiche di violenza? “La violenza è inseparabile dalla vita, è meglio tenerne conto seriamente e usarla, canalizzarla e trasformarla in energia utile per il bene dell’umanità e del mondo”. Il nostro compito è fare scelte giuste ed essere una comunità di dialoganti».

 

 

Le collette che abitualmente si raccolgono alla sessione saranno utilizzate per finanziare un’esperienza estiva in Italia a favore dei giovani israeliani e palestinesi dell’Oasi di pace Neve Shalom Wahat al Salaam, organizzata dagli Amici di NSWAS. Il presidente, Brunetto Salvarani, ha spiegato il significato dell’iniziativa, che ha avuto una prima edizione l’anno scorso, sempre sostenuta dai partecipanti alla sessione Sae.

A sera si è svolta la prima delle celebrazioni confessionali della settimana, la messa cattolica, nella chiesa del Monastero, presieduta da dom Matteo Ferrari, priore di Camaldoli e priore generale della congregazione camaldolese dell’ordine di San Benedetto. Dom Ferrari ha accolto i partecipanti con gioia e spirito fraterno e all’omelia ha commentato la spiegazione della parabola del grano buono e della zizzania (Mt 13,36-43). Una Parola che consola e provoca. «Dietro la domanda dei discepoli e alla spiegazione della parabola che Matteo costruisce ci sta una comunità che sperimenta la povertà e la fragilità. Una situazione difficile che appartiene ad ogni comunità cristiana che vuole vivere la propria “differenza” rispetto al mondo che la circonda».

 

La prima risposta, ha continuato il priore, «è prima di tutto un messaggio di speranza e di vita che possa sostenere “la perseveranza”: il bene, il Regno di Dio, ha già vinto. Per coloro che sanno vedere e accogliere questa invisibile vittoria ecco la bella notizia: “splenderanno come il sole nella casa del loro Padre”. Questa parola di incoraggiamento e di vita è un forte richiamo all’identità cristiana legata a una necessaria marginalità e lacerante poca visibilità».

Ma c’è un altro elemento della spiegazione dell’evangelista, che può risultare provocatorio: «La Parola non permette che i discepoli rimangano nei loro ristretti confini, nelle loro anguste domande. La Parola allarga i confini, fa saltare le barriere: a una comunità tentata di considerarsi il Regno di Dio, l’evangelo annuncia che “il campo è il mondo”. I discepoli devono prendere sul serio la loro vocazione non perché la Chiesa sia il Regno di Dio, ma perché essa è al servizio di questo mondo, un mondo da amare e da servire umilmente perché, nella “pazienza di Dio”, è un mondo chiamato alla salvezza».

 

Ferrari ha concluso: «In questa Eucaristia, in questa sessione di formazione ecumenica del Sae, nella quale ci interroghiamo sulle Chiese nella secolarizzazione, la Parola proclamata nella liturgia, viene ridetta nel nostro oggi, viene fatta risuonare nella nostra vita: ci dice e crea risposte di speranza per le nostre domande e sconvolge i nostri orizzonti ristretti per inviarci a un mondo da amare e servire».

Al termine, il presidente del Sae, Simone Morandini, ha ringraziato la comunità camaldolese per l’ospitalità della settimana, che non è solo offerta di un luogo da abitare ma è condivisione di preghiera e riflessione.

 

 

 

Con la tavola rotonda “Oltre la cristianità: teologia pubblica nello spazio secolare”, la sessione del Sae ha affrontato come si situano le chiese nel mondo complesso di oggi. Come riescono a posizionarsi, con quali parole, quali stili e quali atteggiamenti. Il primo intervento è stato affidato ad Alessandra Trotta, moderatora delle Tavola valdese, che ha messo in campo diversi quesiti di teologia pubblica, partendo dall’assunto che l’annuncio cristiano è un atto pubblico.

«I credenti cristiani sono come tali attori nel dibattito pubblico con altri soggetti? Lo devono essere? E la loro presenza nello spazio pubblico è o deve essere limitata ad alcuni ambiti o può e deve assumere come campo legittimo in cui può esplicarsi tutti gli ambiti in cui sono in gioco questioni di giustizia, pace, dignità, diritti, libertà, eguaglianza, salvaguardia del creato? E, guardando in una dimensione di reciprocità, in cosa vivere pienamente la dimensione di fede nello spazio secolare può beneficiare la riflessione teologica? Che fede in quale spazio secolare, dunque?».

 

La relatrice si è presentata come membro del protestantesimo storico riformato e metodista, che in Italia ha inteso esprimere un modo laico di vivere la fede, tale sin dall’avvio del movimento valdese 850 anni fa. Un modo laico che «rifiuta l’idea di un clero a cui attribuire poteri e prerogative speciali», che sperimenta la grazia di Dio e vive la missione di annuncio evangelico nei luoghi e nella quotidianità delle relazioni della vita comune. «Libero da mediazioni e dall’asservimento ad autorità umane assolute, incluse quelle religiose, appassionato di un impegno da cittadini e cittadine nella “polis”, che guarda all’essere umano nella sua integralità, provando a non cedere alla tentazione di fornire, in nome di Dio, un fondamento di legittimazione ad autorità e istituzioni civili di qualunque orientamento e più che mai a nazionalismi violenti ed escludenti, a suprematismi e discriminazioni di qualunque tipo».

Secondo Trotta, occorre «non farsi ricacciare nel privato, non vergognarsi dell’Evangelo. Nello spazio pubblico si deve stare il più possibile, con il meglio possibile di ciò che si è e si ha, quindi con tutta la passione per l’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo, senza timidezze e falsi pudori, come il più potente anticorpo a qualunque ideologia oppressiva», ma anche «con una grande onestà intellettuale, che fa assumere il peso di più di due millenni di storia di una cristianità anche molto tossica, da cui molte persone si sono allontanate perché ritenuta oppressiva, non liberante, terrorizzante, paralizzante».

 

Il massimo contributo che i cristiani e le cristiane possono fornire a un mondo in affanno è un’appassionata predicazione del puro Evangelo di Gesù Cristo, ha continuato, fornendone alcune possibili declinazioni teologiche. Un primo contributo è una fede incarnata, per la quale i contesti e i tempi non sono irrilevanti, che ha un passato ed è alimentata da una visione di futuro. Che sa, quindi, reagire alla spinta in atto da decenni alla deculturazione, che priva di radici, di memoria, di continuità e di orizzonti un’esistenza umana sempre più sradicata, frammentata, dissociata, alienata.

Un secondo contributo è di costruttori e curatrici di spazio pubblico, di maestri e maestre di laicità, che sappiano offrire, nutrire, tutelare come bene comune un vero spazio pubblico autenticamente plurale, a cui ognuna e ognuno ha diritto di accedere e che ciascuno, ciascuna ha il diritto di abitare essendo fino in fondo sé stesso.

 

Un terzo contributo è quello del capovolgimento di posizione e della cura integrale: mettere al centro i margini, gli esclusi, gli irrilevanti, i folli. Annunciare che la loro vita ha un prezzo che nessun mercato del mondo, nessuna ricerca di profitto può comprare, che la potenza rigeneratrice di Cristo e dello Spirito si manifesta in cura che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.

Come quarto contributo, una teologia ed etica comunitaria. Di fronte alla messa ai margini della parola “comunità”, la moderatora ritiene che «nel non potere rinunciare alla natura essenzialmente comunitaria della proposta di Cristo, al carattere essenzialmente sociale dell’Evangelo, che scommette sulla pacifica convivenza dei diversamente umani fra di loro e con il resto della creazione, abbiamo delle risorse importanti da offrire nello spazio pubblico».

Il quinto contributo è di risorsa di senso nella estroversione. Le chiese cristiane «sono oggi fra le poche formazioni sociali e comunità educanti che prendono sul serio il senso della vita di ogni singola persona, la salvezza da paure, vuoto, non senso, solitudine, nuove forme di schiavitù; e lo fanno in un quadro estroverso, in cui il senso non si ritrova in sé stessi, ma in una relazionalità verticale e orizzontale, in cui si possono sperimentare perdono, comunione, riconciliazione, speranza.

 

Nella tradizione patristica, ha esordito il padre ortodosso Vladimir Laiba, docente all’Istituto teologico Sant’Eufemia di Anzio, «la parola su Dio nasce in una comunità concreta che celebra e rende grazie nella comunione dei battezzati, attingendo alla medesima sorgente, e la Chiesa custodisce e traduce quel medesimo annuncio in prassi e vita rendendolo visibile. Perciò, quanto generato in tal modo è pubblico fin dal principio».

In un mondo che è oltre la cristianità, come mantenere viva la teologia davanti alle persone che vivono accanto a noi? Oggi il consumo, ha constatato il protopresbitero, «imita la nostra grammatica religiosa capovolgendola. Chi acquista proclama chi è, riceve una promessa di salvezza in un oggetto. La civiltà dell’informazione consuma ogni cosa nel medesimo istante in cui la produce. Tutto è orizzontale e piatto. Negli ipermercati delle periferie si misura la differenza tra il rito che salva e il rito che consuma».

Su un altro piano, nella Divina Liturgia, nell’offerta dei frutti della terra e del lavoro umano e nell’accoglienza del Corpo e del Sangue del Signore, la comunità riceve una nuova identità. «Attorno a quella mensa siamo commensali gli uni degli altri, l’altro non mi è indifferente, è parte della mia vita». Però, oggi, il messaggio cristiano ha smesso di parlare alla gente, che rimane comunque con una domanda di senso. Nel vuoto e nella sofferenza di questo tempo, la Chiesa, ha continuato Laiba, deve fare un esame di coscienza, cogliere l’impulso dello Spirito, protendersi verso il futuro pur rimanendo ancorata al passato, annunciare la sconfitta sulla morte. La fonte del suo annuncio è sempre la comunione che si compie nella Divina Liturgia, evento reale e creativo che fa diventare testimoni di un mondo altro, già presente nei segni, e fa discernere le tracce del Regno dentro la storia di ogni giorno.

 

La proposta che emerge da queste premesse, ha detto Laiba, è quella di una teologia del cammino condiviso. Il cammino di Emmaus (Lc 24,13-53), che è fatto di domanda, ascolto, annuncio e gesto, che suggerisce di farsi compagni di viaggio, accostare chi è smarrito, camminare insieme anche nella direzione sbagliata, condividendo il dubbio e il dolore. La teologia della compagnia è anche teologia della sofferenza. Questo metodo non è improvvisazione: ha radici trinitarie. La vita stessa di Dio è comunione, e da quella comunione nasce l’apertura al prossimo a qualunque prezzo. Il compito che ci attende, ha concluso, è da una parte custodire, mantenere viva la freschezza escatologica del raduno eucaristico, dall’altra diventare compagni dei nostri contemporanei. Questo comporta rinunciare a un’adunanza di individui religiosamente inclini, e a ogni compromesso con i poteri costituiti. Questa strada domanda molto, ma un pensiero così forgiato prepara comunità capaci di gioia vera, libere di raccontare al mondo la propria differenza e pronte a spendersi per la vita di tutti.

 

«La Chiesa cattolica non è più oggi in Italia il principale soggetto di elaborazione di ethos e cultura diffusa, è solo uno dei tanti soggetti, anche se ancora dotato di una rilevanza e influenza riconosciutele da molti – ha esordito la teologa Serena Noceti, docente presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale e l’Istituto superiore di scienze religiose della Toscana -. Accanto al pluralismo culturale e religioso odierno vi è una pluralizzazione del senso, delle appartenenze e la ricerca di autenticità, la libertà di scelta e il riconoscimento della sfera dei diritti individuali. In questo contesto, la Chiesa cattolica vive una crisi di rilevanza, una afasia: la parola di annuncio evangelico, della visione del mondo, dell’umano, della storia di Dio stesso non incide, risulta irrilevante, in fondo percepita inutile o inutilizzabile, da tanti». È una chiesa, ha continuato la docente, che – erede di una secolare condizione di cristianità tradizionale – «non è abituata a rendere ragione delle sue scelte, non trova parole adeguate al vissuto delle donne e degli uomini di oggi, la cui narrazione e la cui sintassi risultano prive di spessore e di interesse per tanti e tante».

 

Tutto questo chiede di ripensare le modalità di annunciare e pensare la fede cristiana e la forma ecclesiale, di stare nelle realtà sociali, culturali, politiche, del discorso pubblico e del confronto tra istituzioni e organizzazioni. La modalità per farlo, Noceti la trova in un’espressione dell’ecclesiologo, filosofo e teologo della liberazione Ignacio Ellacuria, gesuita martire in El Salvador: farsi carico della realtà, caricarsi/patire nella realtà, incaricarsi della realtà. Che equivale, nell’interpretazione di Noceti, a scegliere la postura del pluralismo, a collocarsi nella realtà storica e ad adottare la performance del Noi ecclesiale.

Per la teologa, una forma ecclesiae autenticamente evangelica secondo il Regno di Dio, capace di accogliere fino in fondo le sfide che la teologia pubblica pone all’ecclesiologia, è articolata in quattro direttrici: 1) comunità ermeneutiche (accogliere e sviluppare modelli di interazione comunicativa pluridirezionale che coinvolgano attivamente tutti e tutte, nel processo progressivo di interpretazione e comprensione del vangelo e dell’umana esperienza; inculturare linguaggi, annuncio, liturgie); 2) approccio sapienziale (trovare Dio nascosto nelle pieghe e nelle contraddizioni delle storie, rendere ragione della speranza che è in noi, che ci fa chiesa, a livello sociale non tacere davanti alla riaffermazione di istanze identitarie, nazionalistiche, xenofobe); 3) chiesa madre dei liberi e istituzione nella libertà (libertà di scelta, in atto, annuncio del regno che è trasformazione di rapporti umani, sociali, nuova dinamica di relazioni e di comprensione del potere e dell’autorità, libertà di parola-parrhesia; 4) ripensare il concetto di Tradizione (tutti i soggetti ecclesiali – battezzati, teologi, ministri ordinati -, sulla base della fede apostolica che compartecipano, “ri-creano” continuamente per mezzo delle loro azioni e delle loro interazioni comunicative una realtà comune esperita come oggettivamente fattuale e come soggettivamente significativa.

 

Serena Noceti ha concluso il suo intervento sull’immagine rivisitata della Visitazione del Pontormo attraverso il video clip di Bill Viola, The Greeting, che ne fa apprezzare i singoli aspetti. «Questo è ciò che siamo chiamati a fare, dare corpo a una nuova visitazione, un nuovo incontro, un nuovo riconoscersi nella chiesa e con tutti coloro che non appartengono alla chiesa, ma che incontriamo – gesto antico ma radicalmente nuovo.

 

 

 

Alla sessione Sae di Camaldoli si è parlato anche del Simposio delle Chiese cristiane in Italia svoltosi a Bari lo scorso gennaio, relatori tre membri della cabina di regia dell’evento: Luca Baratto, segretario esecutivo della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, che ha raccontato l’evento, George Militaru, vicario della Diocesi ortodossa romena d’Italia, che ha presentato una rilettura spirituale dei contenuti del Patto firmato da 18 Chiese al termine del Simposio, e don Giuliano Savina, direttore dell’ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana, che ha narrato il metodo utilizzato per arrivare all’incontro.

«Siamo testimoni di un’esperienza storica in Italia – ha esordito Savina – la Via italiana del dialogo ecumenico e interreligioso. Il Simposio e il Patto sono stati voluti dai responsabili delle Chiese che li ha visti coinvolti a partire dal 2023. Non era un percorso scontato. Hanno iniziato a incontrarsi alla Cei, mentre era in corso il Cammino sinodale della Chiesa italiana. All’interno della Commissione episcopale Ecumenismo e dialogo era emerso il desiderio di ascolto delle altre confessioni e religioni. C’è sempre stata una convocazione reciproca».

 

Il direttore dell’Unedi ha spiegato che gli incontri hanno fatto parte di un processo che ha portato a qualcosa di nuovo, segnato dalla metodologia della conversazione spirituale. «Al centro c’è stato quello che lo Spirito ci stava dicendo. Anzitutto i responsabili si sono sentiti reciprocamente ascoltati. È stato un esercizio importante, di sviluppo della capacità di lettura e del discernimento sul vissuto della propria chiesa nel territorio italiano. Non hanno temuto di dirsi gioie e dolori, di parlare di processi complicati all’interno delle proprie chiese e di cosa possiamo fare insieme nello spazio pubblico e per la coesione sociale». Nel 2024, all’interno del processo di conversazione spirituale, i responsabili hanno pensato di scrivere ciò che si stavano dicendo, per non perdere una grande ricchezza, e in seguito è nata la volontà di scrivere un patto. In seguito è emersa l’idea di fare un Simposio.

«Bari è stato un passaggio molto importante, sono state coinvolte anche le comunità locali che hanno inviato loro delegati. Dopo aver chiesto il placet ai loro responsabili, diciotto chiese hanno sottoscritto il Patto, altre hanno partecipato ai lavori ma non lo hanno firmato. L’opzione del dialogo va mantenuta anche quando le posizioni divergono. Questa sfida porta a prospettive di responsabilità ecumenica nella vita sociale e culturale e l’impegno permanente di dialogo».

 

Il Patto contiene affermazioni importanti, come il fatto che l’Italia è una nazione dal cristianesimo plurale, e impegni che dovranno essere verificati.

Commentando episodi degli anni in cui era ragazzo, Luca Baratto ha detto: «Abbiamo fatto tantissimi passi avanti, le chiese sono cambiare e il panorama è diverso. La firma del Patto è avvenuta nel contesto della cattedrale, per mano dei responsabili delle Chiese, la Cei rappresentata dal cardinale Zuppi. Il Simposio è stata un’assemblea ecumenica nazionale, con un centinaio di delegati. Nessuno ha convocato gli altri: ci si è convocati insieme». Tra i temi del Simposio che sono emersi nelle conversazioni spirituali dei tre anni c’era l’ecumenismo, un dono per la pace pubblica, sapienza delle differenze. Ha continuato Baratto: «L’ecumenismo deve essere una grammatica della pace nell’ascolto ospitante, nelle diversità riconciliate, nel consenso differenziato. Oggi scarseggiano anche le parole per dire pace. È più importante sapere che, nonostante le differenze, abbiamo un legame. La pace c’è quando la gente con obiettivi diversi sa convivere». L’evento di Bari avrà un prosieguo nel 2028 a Firenze per un secondo Simposio che dovrà verificare l’esito degli impegni presi.

 

George Militaru spera che, con il Patto, le Chiese non compiano solo un atto istituzionale, ma esso segni una svolta storica per la società italiana e per l’Europa. «Il Patto ci colloca su una strada rivoluzionaria e ci colloca nella storia dell’Alleanza tra Dio e l’essere umano. Nella Bibbia è Dio che convoca, e le alleanze trovano compimento in Cristo. Il Patto tra le nostre Chiese è un segno profetico per l’avvenire e non può essere non compreso alla luce dell’Alleanza nuova nella quale Dio abbatte il muro di separazione e crea un popolo che dialoga.

La prima caratteristica del Patto è l’ascolto, che prima era impensabile, perché occorreva sintonia con lo Spirito Santo. Il Patto è un atto di fiducia nello Spirito Santo. Ogni alleanza richiede conversione. La piena unità sarà frutto solo dello Spirito Santo e non sarà uniformità ma nella diversità. Il Patto ci impone di pregare perché Dio compi ciò che gli uomini non riescono a fare.

Al termine, Savina ha detto che il problema del Patto è la sua ricezione. Ogni comunità è chiamata a conoscerlo. «Auguro che ciascuna comunità possa vivere ciò che i responsabili delle chiese hanno vissuto».