“Titanic”, una tragedia istruttiva
Di fronte alla questione ambientale siamo come sulla nave in pericolo
Quel che avvenne nel 1912 al famoso transatlantico del titolo, è ben noto a tutti. Ma forse non tutti hanno ben chiaro il senso profondo di quella tragedia, né colgono i dettagli più decisivi che provocarono il disastro. Cercheremo perciò qui di fare alcune riflessioni, il cui scopo non sarà solo quello di capire quel che è passato, ma anche quello di capire se certe cause nefaste sono ancora oggi presenti nel mondo (magari in misura ancora maggiore).
- Il potere inebriante della tecnica. Nel 1912 era già iniziata l’Era Industriale, in quanto le conoscenze scientifiche e la capacità tecnologica rendevano ormai possibile realizzare grosse opere. Le industrie avevano cominciato a produrre, sfruttando macchine ed esseri umani in un processo che appariva sconfinato, e quindi ricco di prospettive. Tali prospettive, naturalmente, erano diverse a seconda del ceto sociale di appartenenza: prospettive di un lavoro salariato abbastanza stabile (per i più poveri) e prospettive di grandi guadagni per ingegneri, imprenditori e affaristi. Tutti, però, si erano messi ordinatamente al servizio del nuovo “sistema”, perché esso sembrava accontentare tutti; con che risultati, però, lo vedremo solo molto più tardi, ossia ai giorni nostri.
- Il sapore inebriante del successo. Incoraggiato (o forse illuso?) dai propri successi, l’essere umano si stava spingendo oltre quelli che considerava ormai confini superabili. Dunque, perché accontentarsi di un grattacielo di 50 piani se si poteva costruirne un altro di 100?… E perché accontentarsi di una nave lunga 150 metri se si poteva costruirne un’altra lunga 300?… Questo processo, umanamente “logico”, nascondeva però una profonda insidia, perché con le dimensioni cambiano anche molte altre cose, di cui non si ha sempre piena consapevolezza.
- Il pensiero inebriante della competizione. Nello scenario appena descritto, i soggetti più ambiziosi si lasciarono pervadere dall’inebriante pensiero della competizione, che dava loro l’occasione per mettersi in luce e prevalere sui concorrenti. In questa corsa furono in molti a gettarsi a capofitto, sperando di ottenere gloria e onori, insieme al primato che volevano raggiungere a tutti i costi. In questo modo, oltre a voler superare dei limiti fisici, ci si stava accingendo a superare anche dei limiti mentali, ossia quelli legati alla consapevolezza delle fragilità proprie a ogni essere umano; tra queste, a spiccare è la presunzione, in quanto ci si fonda completamente sulle poche cose conosciute pensando di poter comodamente ignorare tutte le altre. Follia pura, questa.
E ora torniamo al titolo di partenza: perché la tragedia del “Titanic” può essere considerata istruttiva?… Cerchiamo di analizzarne le componenti.
Una nave colossale, che naviga a tutta velocità, nelle fitte tenebre di una notte senza Luna: una massa poderosa in movimento, ma che non ha l’agilità di un motoscafo, e che quindi non è in grado di cambiare rotta facilmente, né di fermarsi in poco spazio.
A bordo c’è una rappresentanza del mondo, per lo più inconsapevole di tutto. È motivata da obiettivi diversi: c’è il ricco o il nobile che viaggia per puro svago; c’è l’affarista in cerca di nuove e più vantaggiose occasioni di far soldi; c’è il membro dell’equipaggio che vive al servizio del sistema “nave” ed è sottoposto al rigido regolamento di bordo; c’è infine una massa di persone di estrazione popolare, spinta dalla speranza di trovare una condizione di vita meno penosa. A dominare la scena, comunque, è una diffusa ignoranza: se a bordo del “Titanic” avessero avuto il sentore del pericolo, di certo avrebbero nominato un comitato di rappresentanti e lo avrebbero mandato a parlare col comandante (con che risultati, però, non ci è dato di sapere).
Sul ponte di comando c’è un ufficiale ambizioso, che non vede l’ora di arrivare a New York nel tempo previsto, per battere ogni record di traversata. A tal fine egli persiste nella sua volontà di mantenere la massima velocità, nonostante lo abbiano avvisato della presenza di grossi iceberg al largo di Terranova.
Infine, c’è una montagna di ghiaccio, portata lentamente alla deriva dalla corrente fredda del Labrador. In sé stessa, questa massa enorme è innocua: non sta lì per nuocere; ma è una presenza di cui occorre tenere conto, perché in essa si nascondono le invincibili forze della natura, forze che non vanno mai sfidate.
Il resto della storia lo sappiamo tutti: una tragedia spaventosa. Ma che cosa possiamo dire di avere imparato da allora?… Ben poco, a guardare i fatti. Il mondo, per lo più inconsapevole, viene trascinato in una folle corsa dai presuntuosi e dagli ambiziosi al potere: la corsa consiste in un processo produttivo e di consumo delle risorse che non può assolutamente essere sostenuto.
Siamo in un contesto limitato, e qualsiasi discorso che vagheggi “crescite” indefinite è del tutto folle. Il surriscaldamento globale in corso ne è la palese dimostrazione. Chi parla semplicemente di “cambiamenti” climatici, usa termini inappropriati e fuorvianti, che non danno l’idea della effettiva gravità del problema. Si tratta invece di una vera e propria crisi, perché i ghiacci si stanno sciogliendo, più o meno, in tutto il pianeta. Questa è una realtà, non un’opinione! Il processo di surriscaldamento del pianeta è dovuto molto semplicemente a un fatto: il calore che la Terra riceve dal Sole è più di quello che riesce a disperdere nello spazio, perché la nostra atmosfera è stata alterata nella sua composizione.
Ora, visto che non è possibile spegnere il Sole, non resta che ridare molto presto all’atmosfera le stesse condizioni iniziali. Ebbene, per far ciò, occorrerà reimpostare tutta la società umana mondiale, e rivedere radicalmente modelli economici e produttivi. Si tratta, come ben si comprende, di un processo immane che di certo non potrà essere né breve né indolore per la società umana; infatti, essa ha una sua “inerzia”, proprio come una grossa nave in movimento, e le cose non possono essere cambiate dall’oggi al domani. In tutto ciò, ovviamente, la classe politica ha un’enorme responsabilità.
Ma (e questo è il punto che spiega il senso di questo scritto) ce l’ha anche l’opinione pubblica, se non fa nulla per informarsi e informare, prima che accada l’irreparabile. Dunque, essendo ciascuno di noi “a bordo”, non possiamo ignorare il problema. Forse qualcuno penserà che questo sia un appello inutile, perché si tratta di una “battaglia persa”; può darsi, ma prima ancora si tratta di una questione di coscienza, perché la verità va riconosciuta e detta, anche quando può risultare scomoda.