Wesley, una teologia che parte dal basso
Milano, per i 160 anni del metodismo in Italia, la chiusura della mostra e la conferenza del pastore Tedoldi sull’ermeneutica del fondatore
Sabato 19 settembre la Chiesa evangelica metodista di Milano e il Centro culturale protestante hanno dedicato un pomeriggio ai 160 anni di metodismo in Italia e a Milano, davanti a una cinquantina di persone.
Dopo la visita guidata alla mostra, a cura della pastora Sophie Langeneck, Nicola Tedoldi, intervistato da Andrea Lawendel, ha presentato il suo lavoro su John Wesley e sulla sua interpretazione del Nuovo Testamento.
Tedoldi è partito dalla vita di Wesley (1703-1791): il “tizzone strappato dal fuoco” dell’incendio di Epworth, l’Holy Club di Oxford, la sera del 24 maggio 1738 ad Aldersgate Street, quando il suo cuore fu “stranamente riscaldato”, e poi la predicazione all’aperto tra le masse popolari ed escluse.
Al centro, le Explanatory Notes upon the New Testament (1755), scritte per i plain unlettered men. Semplici, ma frutto di un rigoroso lavoro filologico: per Wesley la democrazia della grazia doveva riflettersi in una democrazia teologica, senza barriere di istruzione nell’accesso alla Parola.
Il libro descrive un’ermeneutica eclettica. Wesley dialogò con la patristica greca, il pietismo luterano, la Riforma anglicana, il puritanesimo e perfino l’ascetica medievale e cattolica, scegliendo le fonti non per l’appartenenza confessionale ma per la loro efficacia nel chiarire il testo e promuovere la santità di vita: da qui l’accusa di cripto-cattolicesimo. Dall’incontro con l’empirismo di Locke nasce la dottrina dei “sensi spirituali”, per cui la fede è un senso interiore che rende percepibile il perdono di Dio.
La Scrittura è un “sistema solidissimo”, che impedisce di usare i singoli versetti come proiettili per alimentare il settarismo. E Paolo e Giacomo si riconciliano: il primo parla della giustificazione per sola fede, il secondo delle opere che testimoniano la fede ricevuta, in un “ottimismo della grazia” che non si limita a perdonare il peccato ma guarisce e rigenera. È una teologia che scende dal pulpito e parte dal basso.
Cristo è morto per noi, ma siamo anche destinati a diventare santi, come ricordano Paolo e Bonhoeffer. La santificazione comincia qui ed è sociale: se io sono santo e tu no, non ci salviamo né io né tu. Per questo la missione comincia fuori dalle mura della chiesa, in strada e sul luogo di lavoro. Ne discende uno stile ecumenico. Wesley distingueva i “fondamentali” della fede dalle semplici “opinioni” su riti e governo ecclesiastico, e con il suo Catholic Spirit anticipò di due secoli il movimento ecumenico.
L’ecumenismo, ha osservato Tedoldi, non si fa solo sulle cose su cui siamo già d’accordo, ma anche discutendo: quando si parla di Vangelo, Wesley è “ecumenicamente protestante”, e a vincere è il Vangelo, non le singole dottrine. Una chiesa lascia un segno nel mondo se è una comunità aperta, mossa dalla grazia. Il pomeriggio si è chiuso con un aperitivo conviviale preparato dalla comunità. L’appuntamento fa parte delle attività di Spazio aperto, che proseguono sabato 3 ottobre alle 18 con la presentazione de Il cerchio di ciliegie di Alba Bonetti.
