La fiducia ostinata di Marta

Un giorno una parola – commento a Giovanni 11, 21-22

 

 

Spera nel Signore! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel Signore!

Salmo 27, 14

 

Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; ma anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà»

Giovanni 11, 21-22

 

Mi chiedo con che animo Marta corresse incontro a Gesù. Forse, un misto di dolore per la morte del fratello, di felicità per l’arrivo dell’amico tanto atteso durante la malattia, di disappunto per l’assenza di Gesù nel momento decisivo. Marta corre incontro a Gesù e lo accoglie sconsolata con una frase che è insieme fede e rimprovero: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Fede in Gesù che avrebbe potuto impedire la morte di Lazzaro e rimprovero per non essere venuto in tempo. È una delle frasi più umane di tutto il Vangelo.

 

È il grido di chi ha sperato, di chi ha atteso, di chi ha pregato, ma ha visto lo stesso arrivare la morte. È la voce di tutte le volte che abbiamo aspettato Gesù e lui non è venuto. Di tutte le volte che abbiamo detto, nel chiuso del nostro cuore: se fossi stato qui, le cose sarebbero andate diversamente.

Gesù non si difende, non spiega, non cerca giustificazioni. Ascolta. Lascia che quella frase arrivi fino in fondo. Ciò è già una rivelazione: il Dio del vangelo non ha paura delle nostre domande, non si irrigidisce davanti alla nostra delusione. Può ricevere il nostro “perché non eri qui?” senza smettere di essere il Signore.

 

Marta non si ferma al rimprovero, aggiunge subito: «Ma anche ora so che qualunque cosa tu chieda a Dio, Dio te la concederà». È una frase strana, quasi sospesa, non chiede nulla di preciso, non osa pronunciare ciò che forse ancora spera, forse per non essere delusa una seconda volta. La sua è una fede sul bordo dell’impossibile: “non so cosa puoi più fare adesso, ma so che tu puoi fare”.

Questa è la fede matura. Non quella che sa già come andrà a finire. Non quella che ha in tasca tutte le risposte e le certezze. Ma quella che, anche davanti alla tomba già chiusa, riesce ancora a dire: eppure, tu…

 

Quella frase – ma io anche adesso so… – è il cuore del dialogo e il punto di svolta della situazione. Tiene insieme il dolore reale e la fiducia ostinata di questa donna. Non nega che Lazzaro sia morto, non nega che il ritardo sia costato lacrime. Ma non lascia che il dolore abbia l’ultima parola.

Forse è questo che la fede ci permette nei momenti di perdita: dire: “se tu fossi stato qui” e poi, lentamente, lasciar affiorare di nuovo “ma anche ora”. Come scelta di non chiudere la storia prima che Gesù abbia parlato.

La tomba non è ancora aperta, ma siamo pure ancora nel mezzo del dialogo. E Dio può sorprenderci…

Amen.

 

Immagine: Duccio di Buoninsegna (1310-1311), La resurrezione di Lazzaro, Kimbell Art Museum