Una “via” di montagna per Giulio Regeni
Aperta in provincia di Trento
Quando si parla di una “via” il primo pensiero va alla rete stradale. E ogni “via” porta un nome, per fare memoria, per non dimenticare, per descrivere un evento.
Anche nella pratica dell’alpinismo e dell’arrampicata è usanza dare dei nomi all’itinerario che si percorre, alle “vie”; questa scelta è compito di chi passa per la prima volta lungo un itinerario. Nei primi decenni di pratica di questa attività i nomi erano molto comuni, c’era poco spazio alla fantasia: la facevano da padrone gli aspetti orografici: parete sud, cresta est, canale nord, spigolo ovest; la cresta del Leone sul Cervino prende il nome dalla conformazione rocciosa che ricorda il grande predatore… Oppure addirittura chi saliva non pensava a scegliere un nome: nel corso degli anni successivi poi, se l’itinerario era meritevole, questo veniva automaticamente collegato al primo salitore: la via Matthews al Monviso (dall’inglese William Matthews, oggi conosciuta anche come via “normale”), la via del Papa al Monte Bianco, la “normale” italiana percorsa per la prima volta in discesa da Achille Ratti, futuro Paolo XI, le varie vie di Cassin…
Nel dopoguerra l’attività alpinistica ha una prima accelerata: Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti ed esploratori firma una lunga serie di prime ascensioni che portano ancora oggi il suo nome. Si arriva così agli ’70 dove una piccola rivoluzione arriva anche nell’ambiente verticale: si iniziano a scalare itinerari brevi, 20 metri, nelle cosiddette falesie, compaiono le prime sistematiche attrezzature… e ovviamente proliferano le vie di arrampicata. Un esempio: nel solo Pinerolese sono censite oggi oltre 1500 vie (per curiosità e approfondimento si può consultare liberamente www.pineroloclimbing.com).
Ovviamente si scatena la fantasia, con nomi che mirano anche a provocare un certo ambiente alpinistico: Cannabis in valle dell’Orco per citare un esempio. Oppure Fedeli alla linea per scendere nell’agone politico. Negli anni ’70 e ’80 vale ancora la pena ricordare il valsusino Giancarlo Grassi che ricopre di itinerari ogni valle e valletta secondaria… creando vie dai nomi sempre più ricercati (come Gigli rossi e cactus smeraldini nella luce rosata della sera).
Oggi si continua a chiodare e aprire itinerari e negli ultimi mesi due casi hanno creato dibattito. Il primo riguarda Dal fiume al mare: dedicata a tutti i palestinesi che lottano contro i sionisti tracciata sul Gran Sasso. Contro questa scelta si è scagliato il Caai (Club Alpino Accademico Italiano, l’élite del Cai) mentre il Cai stesso ha difeso la libertà degli apritori di scegliere il nome dell’itinerario.
Un altro caso è quello della via aperta da Manuel Leorato, Christian Confente, Lodovico Gaspari. Proprio Gaspari ci spiega dove è localizzata. «Sulla parete Sud del monte Garda nei pressi del Lago di Loppio nel comune di Mori in Provincia di Trento; la via presenta un’arrampicata di stile alpinistico d’ambiente». La via è dedicata a Giulio Regeni: come mai questa scelta? «Trattandosi di un contesto dove ci si ritrova spesso isolati a ragionare sul perché della vita, mi tornava di continuo alla mente una riflessione che avevo fatto dopo un recente viaggio in Egitto dove ho constatato quanto può essere precaria la sicurezza in quei luoghi per un giovane che affronta questa esperienza. Da aggiungere che anch’io ho una figlia che ha affrontato l’esperienza di partire da sola per studiare all’estero in completa autonomia e la cosa mi tocca quindi sul vivo».
Avete avuto dei “ritorni” su questa vostra scelta? «Al momento non ne sono a conoscenza. Per ora nessuno si è fatto avanti, anzi tra chi l’ha ripetuta si è a volte espresso con favore».
Pensa che l’arrampicata e l’alpinismo possano farsi portatori di messaggi di pace e speranza e di ricerca della verità?
«Certamente, anche con le fisiologiche eccezioni del caso, che non mancano, ritengo che tra i veri amanti della montagna ci sia un solido zoccolo di persone particolarmente sensibili a tali tematiche e tutto può aiutare ad evitare che tutta questa sofferenza vada messa nel dimenticatoio».