Dibattito sul fine vita in Francia, una posizione protestante

Un testo del pastore Christian Krieger, presidente della Federazione protestante di Francia, in relazione alle normi in discussione al Senato

 

In questi giorni, dall’11 al 13 maggio, in Francia le due proposte di legge relative alla fine della vita sono nuovamente esaminate al Senato. Christian Krieger, presidente della Federazione protestante di Francia, teme che questi testi non privilegiano la sola volontà degli individui a scapito di un quadro legislativo attento alla cura dei più vulnerabili.

 

Qui di seguito le parole del pastore Krieger a riguardo:

 

La proposta di legge sul fine della vita arriva in seconda lettura al Senato. Il dibattito non può più limitarsi a posizioni di principio. Al di là delle convinzioni, alcune disposizioni concrete del testo sollevano questioni importanti che impegnano la nostra responsabilità collettiva.

 

In materia etica, gli approcci sono diversi all’interno della Federazione protestante di Francia. Le posizioni sul “diritto all’aiuto alla morte” sono varie. Le domande di fondo sono note. Sono state ampiamente discusse. Alcune voci esprimono grandi riserve, o addirittura opposizioni, di fronte a ciò che percepiscono come una rottura antropologica, un indebolimento della solidarietà verso i più vulnerabili, o ancora un’affermazione di un diritto individuale a scapito delle responsabilità collettive.

 

Altri ritengono che non si possa porre una risposta definitiva su una domanda che riguarda l’intimo e l’ultimo di ogni vita e che ogni essere umano sia libero di scegliere, anche di fronte alla propria morte. Al di là di queste posizioni di principio, in considerazione di una proposta di legge la responsabilità del legislatore è oggi di esaminare con rigore le modalità concrete di applicazione di un «diritto all’aiuto a morire». E su questo punto diverse disposizioni si interrogano.

 

In primo luogo, il posto assegnato alla decisione medica. Il testo prevede che un medico possa decidere, dopo aver consultato un collegio pluriprofessionale sull’ammissibilità della domanda. Perché l’opinione di questo collegio non sarebbe determinante? La legge Claeys Léonetti del 2016 richiede una decisione collegiale per interrompere un trattamento. Tornare su questo principio di collegialità costituirebbe una regressione difficilmente comprensibile.

 

Poi, la questione della temporalità. Il dispositivo prevede un termine massimo di quindici giorni per istruire la domanda, a cui si aggiungono due giorni di riflessione dopo un parere favorevole. In meno di tre settimane, una decisione irreversibile potrebbe essere presa. Questo ritmo contrasta con altre realtà mediche: alcuni trattamenti, in particolare gli antidepressivi, richiedono un tempo più lungo per produrre i loro effetti. Nei paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito, il tempo è spesso considerato una garanzia essenziale per verificare la costanza della domanda. Per quale motivo il modello francese dovrebbe invece correre?

 

Altro punto singolare: l’introduzione di un reato di ostacolo. Se la proposta di legge si conclude, la Francia sarebbe l’unico paese a prevedere una tale disposizione. Bisogna temere così tanto che i parenti o gli assistenti invitino ripetutamente una persona a riflettere ancora, a dialogare, a prendersi il tempo? Il dibattito democratico presuppone anche la libertà di esprimere dubbi.

 

Anche il posto della famiglia o della persona di fiducia merita di essere più affermato. Il testo prevede la loro presenza all’interno del collegio pluriprofessionale se il paziente lo desidera. Non sarebbe opportuno invertire la logica, prevedendo la loro partecipazione per principio, salvo opposizione esplicita del paziente? Le condizioni attuali potrebbero lasciare i parenti in disparte, con il rischio di generare incomprensioni o ferite durature per i lutto.

Infine, la valutazione del carattere libero e informato della domanda non prevede sistematicamente l’intervento di uno psicologo o di uno psichiatra. Ora tutti sanno quanto le situazioni di fine vita possano essere segnate da profonde vulnerabilità psichiche.

 

A ciò si aggiunge un’asimmetria inquietante: esercitare una pressione per indurre una persona a ricorrere all’aiuto a morire sarebbe punito la metà della metà rispetto al fatto di incoraggiarla a fare un passo indietro. Questo squilibrio mette in discussione i punti di riferimento che desideriamo collettivamente porre. Questo dibattito impegna la nostra concezione della dignità, della libertà e della solidarietà. Non può essere ridotto a un’opposizione semplicistica tra compassione e rifiuto. Chiede al contrario una particolare vigilanza sugli equilibri della proposta di legge.

 

Quale società vogliamo costruire? Una società in cui l’autonomia individuale si esercita in un quadro protettivo, attento ai più vulnerabili, o una società che santifica la sola volontà degli individui? Il legislatore ha oggi la responsabilità di fornire risposte giuste, equilibrate e pienamente consapevoli delle loro conseguenze. Il dibattito parlamentare che si apre al Senato è, a questo proposito, una tappa decisiva.