Giustizia di genere: le leader religiose chiedono l’accesso agli spazi decisionali

Importante conferenza presso le Nazioni Unite di donne impegnate nella vita delle chiese

 

Le organizzazioni religiose apportano valori fondamentali all’impegno per una maggiore giustizia di genere. Si basano sulle esperienze di vita di milioni di donne e ragazze nelle loro comunità di base. Parlano con un linguaggio morale ed etico che risuona in diversi paesi e culture. Eppure, sempre più spesso, le loro voci – insieme a quelle di altri gruppi della società civile – vengono escluse dagli spazi in cui si svolgono i processi decisionali cruciali. 

 

Il 4 maggio, la Federazione luterana mondiale (Lwf), il Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) e Act Alliance hanno organizzato un evento per mettere in luce il ruolo delle donne religiose presso la Commissione delle Nazioni Unite sullo Status delle Donne (CSW) e in altri spazi delle Nazioni Unite.

 

L’evento, intitolato “Accesso per tutte: promuovere l’inclusione equa delle donne leader religiose nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche globali”, ha riunito attiviste per i diritti delle donne di ispirazione religiosa e rappresentanti delle Nazioni Unite per discutere di ostacoli quali le restrizioni sui visti o l’esclusione finanziaria e per individuare modalità per rafforzare una partecipazione inclusiva e significativa ai tavoli decisionali.  

 

Tra i partecipanti all’evento attiviste per la giustizia di genere a cui era stato negato il visto per partecipare alla sessione svoltasi a New York dal 9 al 19 marzo, perché in possesso di passaporti di paesi inclusi in una lista di nazioni i cui cittadini sono soggetti a divieti o restrizioni da parte del governo degli Stati Uniti.

 

«Come società civile, rappresentiamo milioni di persone e siamo radicate nella legittimità della comunità; senza di noi al tavolo, questi spazi rimangono incompleti», ha osservato Sikhonzile Ndlovu, responsabile senior per la giustizia di genere della Federaziome luterana mondiale, a cui è stato negato il visto per gli Stati Uniti, il che ha ostacolato il suo ruolo di guida della delegazione luterana a New York. Sottolineando che il tema dei lavori della Commissione di quest’anno era garantire l’accesso alla giustizia per tutte le donne, ha chiesto: «Come possiamo progredire verso questo obiettivo se non riusciamo ad avere voce in capitolo? Come possiamo influenzare le decisioni su questioni che riguardano le nostre vite? Nessuno di noi può farcela da sola e dobbiamo tracciare insieme una strada da percorrere». 

 

Faustina Nilan, ex delegata della Lwf e attualmente direttrice per le questioni femminili e di genere presso la Conferenza delle Chiese di tutta l’Africa in Kenya, a cui è stato negato l’accesso negli Stati Uniti ha seguito gli eventi online, ma ha sottolineato le difficoltà incontrate da chi cerca di partecipare a eventi ibridi in fusi orari diversi.  

Sottolineando anche i tagli ai finanziamenti destinati alla maggior parte delle organizzazioni guidate da donne, Nilan ha affermato che la partecipazione di persona a tali eventi globali rappresenta un’opportunità fondamentale per le delegate «per imparare dalle esperienze dirette» delle altre partecipanti. «Questo incontro è importante perché ci permette di portare le nostre esperienze locali a livello globale e poi di trasmettere a livello locale le azioni e le decisioni globali», ha insistito. 

 

Priscilla Ciesay, della Chiesa evangelica luterana del Gambia e membro della delegazione della Lwf di quest’anno a New York, ha parlato delle sfide che tutte le donne emarginate devono affrontare nel suo Paese a maggioranza musulmana. 

Ha sottolineato l’importanza della responsabilità delle chiese e delle altre comunità religiose, spesso complici nel negare alle donne vittime di violenza di genere l’accesso alla giustizia e ai servizi salvavita. «Di questi temi si dovrebbe parlare dal pulpito» ha ribadito, evidenziando anche l’importanza del corso annuale di formazione sulla difesa dei diritti umani delle donne organizzato dalla Lwf e di altre piattaforme che offrono strumenti pratici per dare potere alle donne a livello locale. 

 

Un’altra attivista per la giustizia di genere ed economista dello sviluppo che non ha potuto recarsi negli Stati Uniti quest’anno è stata la zambiana Paddy Siyanga Knudsen, della Piattaforma africana degli attori non statali su migrazione e sviluppo. Queste esperienze dimostrano «il potere di chi scrive, di chi decide l’agenda, di chi decide quali voci vengono ascoltate, nonché quali risorse e finanziamenti vengono allocati», ha affermato. 

Sottolineando quanto sia difficile per i leader della società civile partecipare a questi processi decisionali, ha aggiunto: «Immaginate quanto sia difficile per le donne migranti, della diaspora o senza documenti impegnarsi in attività di advocacy, anche a livello locale». «Le organizzazioni religiose svolgono un ruolo fondamentale nel fornire accesso alla giustizia, ai servizi e alle reti in cui possono impegnarsi e amplificare le proprie voci», ha concluso. 

 

A rispondere alle preoccupazioni sollevate dai rappresentanti religiosi sono state due esperte di giustizia di genere, note per il loro sostegno alle organizzazioni della società civile nell’ambito del sistema delle Nazioni Unite. Adriana Quinones, responsabile dei diritti umani e dello sviluppo per UN Women, si è occupata dello sviluppo del tema della Commissione sullo status delle donne di quest’anno. Ha sottolineato l’importanza di «iniziare per tempo» a prepararsi per eventi di questo tipo, organizzando discussioni a livello regionale e individuando i punti di ingresso più efficaci per coinvolgere gli Stati membri al fine di «creare un clima di responsabilità».

  

Carolyn Handschin-Moser è presidente del Comitato delle ONG sulla condizione delle donne a Ginevra e da molti anni si dedica alla promozione della pace, dei diritti umani, dell’istruzione e dell’emancipazione femminile. Ha elogiato i recenti sforzi per «aprire canali di comunicazione tra la società civile e gli enti delle Nazioni Unite», esortando le organizzazioni religiose a collaborare e a rendersi «indispensabili» per le delegazioni governative. «Più riusciamo a parlare con una sola voce, maggiore sarà la nostra influenza», ha affermato. 

 

Moderando la pastora Nicole Ashwood, responsabile del programma “Una comunità giusta di donne e uomini” del Cec, ha ribadito l’importanza di trovare «soluzioni pratiche» in un clima di recessione economica, aumento dei conflitti, sfollamenti e declino del multilateralismo. La pastora Neuenfeldt, responsabile del programma “Giustizia di genere” di ACT Alliance, ha insistito sull’importanza di promuovere una «prospettiva femminista e di genere equa da parte degli attori religiosi», riconosciuta per la sua competenza, le sue risorse e la sua esperienza. Le donne leader religiose possono farlo, ha concluso, perché «portiamo valori specifici che mettono in primo piano dignità, responsabilità, solidarietà e giustizia».