Hai la pelle nera? Allora ti controllo!

in Europa si fa sempre più profilazione razziale

 

L’Enar European Network Against Racism (principale rete paneuropea di Ong che combatte il razzismo, la xenofobia, l’islamofobia e l’antisemitismo fondata nel 1998 e che collega oltre 150 organizzazioni in tutta Europa) e altre organizzazioni come Picum (Ong di Bruxelles che lavora con i migranti senza documenti e che rappresenta un network di 164 organizzazioni in 31 Paesi), evidenziano quanto sistematicamente «la profilazione razziale sia una pratica effettuata alle frontiere dell’Unione Europea e nelle zone di frontiera interna», come misura di controllo migratorio.

 

«La profilazione – afferma Giulia Gori, operatrice e responsabile del coordinamento accoglienza di Mediterranean Hope – Programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) – non è una prassi occasionale, ma una caratteristica strutturale del controllo delle frontiere. Persone nere, asiatiche o percepite come non europee, subiscono controlli di identità, fermi e perquisizioni sproporzionati rispetto ai cittadini bianchi».

 

E in merito alle frontiere interne e alla mobilità, ricorda ancora Gori, «i controlli discriminatori avvengono non solo alle frontiere esterne, ma anche all’interno dello spazio Schengen, come al confine tra Italia e Francia, ad esempio, influenzando il diritto alla libera circolazione per delle persone».

 

Ed è una profilazione razziale, quella rilevata, grazie anche alle testimonianze che i ricercatori dell’European Network Against Racism (Enar) hanno raccolto e pubblicato in un Report lanciato due giorni fa a Bruxelles e dal titolo «Raceless in Name Only» (Se sei nero, sei preso di mira) che documenta il sistema di controllo delle frontiere in Europa: «Era un pomeriggio come tanti altri, ed ero su un treno regionale diretto in Francia – si legge nella pagina di lancio del Rapporto nel racconto di Agnes Lerolle, volontaria della società civile – la polizia di frontiera francese stava perlustrando il vagone e ha controllato i documenti di tre giovani neri. Nello stesso vagone – prosegue Lerolle -, c’era anche una famiglia bianca svizzera che aveva appena ammesso di aver dimenticato i documenti a casa. La risposta delle forze dell’ordine – conclude Lerolle – fu diametralmente opposta: nessun problema per la famiglia svizzera e bianca, che ha potuto proseguire il viaggio senza conseguenze, mentre per i tre passeggeri neri non è stato possibile proseguire. Dovendo scendere dal treno».

 

Per l’Enar quello documentato, non è un caso isolato.

 

«Il report, purtroppo – rileva Fiona Kendall, European and legal Affairs Advisor della Fcei e di Mediterranean Hope –, conferma impressioni di lunga data. Il fatto che i pregiudizi razziali stiano aumentando, anziché diminuire, questo dato dovrebbe far suonare un campanello d’allarme in tutta Europa. Invece, la reazione è generalmente quella di un silenzio assordante. Il lavoro di Enar in questo campo ci costringe non solo a chiederci quali dovrebbero essere i “valori europei”, ma anche a riflettere, onestamente, su quali valori muovano le azioni in materia di migrazioni di accoglienza, fotografate dal Rapporto».

 

Questo nuovo Rapporto (che racconta il funzionamento di gran parte delle frontiere europee e frutto di diciotto mesi di ricerca sul campo fatta in cinque regioni di confine europee – tedesco-austriaco, tedesco-ceco, italo-francese, sloveno-croato, regione di confine basca – e tre paesi dell’Ue: Francia, Grecia e Cipro) è l’indagine più completa (esistente oggi) per leggere la logica razziale che sta dietro a molti spostamenti migratori.

 

Il rapporto, poi, grazie a un’analisi comparativa e a ricerche teoriche e sul campo – condotte in cinque regioni di confine europee e tre paesi dell’UE tra giugno 2024 e dicembre 2025 –, ricorda che la governance migratoria europea si stia sempre più strutturando «sulla “bianchezza” – con un’identità politica artificiale e radicata nelle gerarchie coloniali e che determina a chi è permessa e protetta la mobilità e a chi no.

 

Perché, se pure le politiche dell’Ue sono articolate con un linguaggio in apparenza neutro dal punto di vista etnico, di fatto, secondo lo studio sono parte di una più ampia architettura di governance della migrazione basata su criteri razziali».

 

Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Ue, è stato più volte messo sotto la lente d’ingrandimento per il rischio che questo possa far aumentare la profilazione etnica in quanto permette (articolo 5) che si possano effettuare screening nei confronti di persone migranti prive di documenti in qualsiasi occasione facilitando così potenziali discriminazioni.

 

Il Regolamento Screening permette alle autorità nazionali di effettuare controlli d’identità, sanitari e di sicurezza non solo alle frontiere esterne, ma anche all’interno del territorio dell’UE nei confronti di persone sospettate di essere migranti irregolari.

 

Un sistema di mobilità a due livelli: le persone razzializzate come bianche si muovono liberamente attraverso i confini europei; le persone razzializzate come nere e di colore subiscono sistematicamente profilazione, detenzione, respingimenti e morte.

 

Alla stazione di Mentone Garavan, al confine franco-italiano, i ricercatori hanno documentato controlli dei documenti effettuati dalla polizia in base al colore della pelle dei passeggeri, mentre i viaggiatori bianchi, compresi quelli sprovvisti di documenti, venivano lasciati passare.

 

«Se sei di pelle nera, sei preso di mira», ha detto un uomo senegalese ai ricercatori.

 

Fermati a ogni confine: un uomo iracheno con cittadinanza croata ha raccontato di essere stato fermato ogni volta che viaggiava in autobus tra Croazia e Slovenia.

 

«Provo vergogna», ha detto ai ricercatori. «Mi facevano scendere al confine e tutti dovevano aspettare».

 

Le donne che indossano il hijab, ad esempio ricorda ancora il Report, hanno ricevuto controlli più rigorosi in diversi punti di confine, subendo una discriminazione a più livelli che combina razza, religione e genere.

 

Confini che uccidono: i migranti costretti a percorrere rotte pericolose a causa della chiusura di percorsi sicuri affrontano la morte nelle foreste, nei fiumi e nei passi di montagna.

 

Il rapporto documenta i decessi avvenuti sul fiume Bidasoa, nei Paesi Baschi; o quella di una donna di nome Blessing Matthew, annegata nel fiume Durance al confine fra Francia e Italia mentre veniva inseguita dai gendarmi francesi; settanta persone sono morte soffocate in un camion abbandonato vicino al confine austriaco.

 

Nella prima metà del 2025, oltre 240.000 persone hanno ricevuto ordini di espulsione dagli Stati membri dell’Ue.

 

Il doppio standard dell’Europa: il contrasto tra l’accoglienza riservata dall’Europa ai rifugiati ucraini e il trattamento riservato a coloro che fuggono da crisi analoghe provenienti da Africa, Asia e dalla regione Swana è stridente. I funzionari europei hanno giustificato questa differenza descrivendo gli ucraini come «intelligenti», «istruiti» ed «europei», persone «diverse dal tipo di rifugiati a cui erano abituati».

 

L’ideologia di estrema destra normalizzata nel diritto dell’Ue: il Rapporto dimostra come la teoria della Grande Sostituzione sia stata assorbita dalla governance migratoria dell’Ue, plasmando una legislazione che inquadra la migrazione a sfondo razziale come una minaccia alla sicurezza di un’Europa bianca «incontaminata» che si autodefinisce tale.

 

La precarietà come strumento di governo: dal programma «80 cent jobs» in Germania all’esclusione abitativa in Grecia e a Cipro, i migranti irregolari sono sistematicamente esposti a sfruttamento, senzatetto e disagio psicologico cronico.

 

«Mi sento un peso. Non riesco a pensare al futuro né a fare progetti», ha dichiarato ai ricercatori un uomo palestinese-marocchino senza permesso di soggiorno in Francia.

 

Per affrontare queste problematiche critiche, «Raceless in Name Only» propone dunque una serie di raccomandazioni:

 

«Integrare l’antirazzismo nella governance migratoria: promuovere l’antirazzismo come principio fondamentale in tutte le politiche e pratiche migratorie.

 

Ridurre i poteri coercitivi: chiedere il ritiro del Regolamento sulle espulsioni e la fine dell’espansione del mandato di Frontex.

 

Scollegare lo status migratorio dai servizi essenziali: raccomandare che l’accesso all’assistenza sanitaria, all’alloggio e all’istruzione sia svincolato dallo status migratorio, con meccanismi di protezione per impedire la condivisione dei dati con gli organi di controllo.

 

Affrontare il razzismo a livello sociale: proporre valutazioni obbligatorie dell’impatto razziale per tutte le leggi, programmi educativi che riconoscano la responsabilità europea nella storia coloniale e finanziamenti continuativi per le organizzazioni della società civile».