Curare il dolore
Occorre un cambio di prospettiva sulle cure palliative e un approccio interdisciplinare: un vademecum dà spazio anche all’aspetto spirituale, con una voce protestante
Due notizie delle ultime settimane, l’approvazione di una legge in Francia sul fine vita e l’allarme Fentanyl (un potente oppioide, di cui, a partire dagli Usa, si è diffuso l’uso come droga) ci riportano indirettamente al tema, ancora poco noto, delle cure palliative. A che punto siamo in Italia? Ne parliamo con il pastore Sergio Manna, cappellano clinico e supervisore in Clinical Pastoral Education (Cpe), a pochi mesi dalla presentazione, il 29 aprile, nella Sala Regina della Camera dei Deputati a Roma, di un volume importante, alla cui scrittura e revisione ha contribuito. Si tratta del Libro bianco per la promozione delle cure palliative in Italia, promosso dalla Pontificia Accademia per la vita e dalla Conferenza episcopale lombarda.
Il documento, spiega Manna, «analizza lo stato delle cure palliative in Italia e propone indicazioni e raccomandazioni per garantirne un accesso più equo e migliorare l’assistenza a pazienti con patologie inguaribili, ai loro familiari e caregiver». L’aspetto rilevante è che «promuove un approccio integrato alla cura, fondato su competenze cliniche, relazionali e spirituali, con particolare attenzione alla formazione».
Il manuale, di agile lettura anche per i non specialisti, offre indicazioni per ogni categoria coinvolta: dalle aziende sanitarie agli operatori, dai familiari alle associazioni, fino ai media, i politici, il mondo accademico…
Un contributo valdese in un documento ufficiale cattolico non è cosa scontata, ma al di là del segnale ecumenico positivo, ritiene Manna, la sua presenza rappresenta innanzitutto il riconoscimento di competenze acquisite in ventisei anni di lavoro nel campo della formazione alla cura e all’accompagnamento dei malati, dei morenti, di familiari, caregiver e operatrici e operatori della salute: «Un servizio che, grazie alla libertà d’azione concessami dalla Tavola valdese, ho svolto a livello nazionale non solo nell’ambito delle nostre chiese protestanti, ma anche nel mondo cattolico e in quello laico, con corsi per il personale medico, infermieristico e oss».
In Italia c’è ancora carenza di persone con una specializzazione professionale in questo ambito, Manna lo esemplifica con un aneddoto: «Nel 2014 fui invitato a tenere un seminario all’Istituto di studi ecumenici “San Bernardino” di Venezia insieme al padre camilliano Angelo Brusco e, rallegrandomi di conoscerlo dopo aver incontrato il suo confratello Arnaldo Pangrazzi, gli chiesi (da unico supervisore protestante operante in Italia) quanti fossero i supervisori cattolici in Cpe. Egli mi rispose: “Hai conosciuto tutti!”. Ne fui sorpreso, perché immaginavo che la Chiesa cattolica ne avesse molti di più».
Quindi, gli succede spesso di essere chiamato anche «in contesti marcatamente cattolici in cui vengano richieste competenze professionali specifiche»: dalla Scuola di alta formazione per l’assistente spirituale nei contesti di cura di Brescia (che fa capo all’ordine religioso dei Fatebenefratelli), di cui è docente e membro del Comitato scientifico, all’analoga scuola di Prato, dove insegna da diversi anni, al seminario vescovile di Chiavari, dove lo scorso anno ha tenuto un corso ai cappellani e assistenti spirituali cattolici della diocesi.
Di fatto, quello della formazione in pastorale clinica è un ambito fortemente ecumenico: «Anche i corsi di Cpe nati per i nostri studenti e studentesse in teologia sono diventati ecumenici. L’ultimo corso residenziale, tenuto presso l’Ospedale evangelico internazionale di Genova Voltri l’anno scorso, contava due tirocinanti cattolici su cinque: un sacerdote cappellano dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (Ieo) e un’assistente spirituale del Fatebenefratelli di Brescia. Anche i corsi brevi di formazione per visitatrici e visitatori locali che tengo presso le nostre chiese vedono la partecipazione di persone appartenenti a parrocchie e istituzioni cattoliche. Mi sembra una cosa bella e importante e credo che, in un certo senso, l’ecumenismo cresca più facilmente quando ci si confronta con situazioni concrete; quando, con spirito di servizio, mettiamo al centro i bisogni umani e spirituali della persona piuttosto che la nostra appartenenza confessionale».
Ma veniamo all’aspetto legislativo: a che punto siamo in Italia? Per Manna, «in generale sono stati fatti passi importanti: la legge 38 del 2010 che garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore è sicuramente una pietra miliare per la nostra sanità, dopo un periodo oscuro in cui figuravamo al 101° posto nel mondo per l’uso di morfina in patologie gravi, come quelle oncologiche, addirittura dopo la Cambogia e l’Eritrea. Riguardo alla sua applicazione, tuttavia, permangono ancora forti disuguaglianze regionali tra Nord e Sud».
Manna racconta che «in questi anni di servizio pastorale nelle Valli valdesi, in cui mi è capitato di accompagnare alla morte tante persone, ho visto funzionare ottimamente sia i servizi di cure palliative domiciliari forniti dall’Asl To3 sia quelli offerti in alcune strutture hospice sul territorio piemontese». Purtroppo, ha anche assistito a casi di inutile sofferenza: in conclusione, «c’è ancora tanto lavoro da fare affinché le persone, anche nel settore sanitario, prendano sul serio e trattino il dolore altrui come se fosse il proprio. Anche sul piano della cura spirituale delle persone morenti, dei loro familiari e caregiver c’è ancora molto da fare…».
Uno degli aspetti interessanti del “libro bianco” è proprio l’attenzione all’aspetto spirituale: «Sebbene nella visione della dottoressa Cicely Saunders (pioniera del movimento che ha dato vita alla cultura dell’hospice e delle cure palliative) la cura spirituale fosse un aspetto fondamentale, nel nostro Paese è la “Cenerentola” delle cure palliative, e la maggior parte di coloro che esercitano il ministero della cura d’anime in questi ambiti non ha alcuna formazione professionale. Ecco perché, insieme al mio amico Tullio Proserpio (sacerdote cattolico e cappellano dell’Istituto Tumori di Milano), abbiamo voluto sottolineare, nell’edizione italiana del Libro bianco, l’importanza della formazione professionale di coloro che si occupano di assistenza spirituale e la sensibilizzazione a queste tematiche anche di tutto il personale sanitario».
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