25 anni dal 2001. Il percorso delle chiese protestanti dopo il G8
La violenza dei giorni genovesi e poi l’eredità di quelle istanze
Le chiese evangeliche, ma non solo; le chiese cristiane, ma non solo; furono molte le realtà religiose, le “fedi viventi” a riunirsi, ritrovarsi ed elaborare dei documenti comuni in vista del Summit del 20 luglio.
È sempre il numero di Riforma – L’Eco delle valli valdesi datato 27 luglio a riportare una cronologia: lunedì 16 luglio, in un circolo Arci, «organizzato dalla Conferenza mondiale delle religioni per la pace, si è svolto un incontro interreligioso di riflessioni, preghiere, canti su giustizia e globalizzazione con rappresentanti cattolici, buddisti, musulmani, indù, sikh e protestanti». E ancora, martedì 17, una riunione di preghiera delle chiese evangeliche della Liguria sul G8 si tenne nei locali della chiesa valdese in via Assarotti.
E soprattutto giovedì 19, «alla presenza del cardinale Tettamanzi, del vescovo ausiliare Tanasini e dei rappresentanti della Chiesa luterana, pastore Astfalk, della Chiesa anglicana, pastore Blyth, della Chiesa ortodossa, padre Michele, della Chiesa valdese, pastore Fanlo y Cortés, della Chiesa metodista, pastore Bonnes, della Chiesa battista, il fratello Brombale, della Chiesa valdese di Sampierdarena, il fratello Adriano Bertolini (…)», era stato firmato un documento da consegnare agli 8 grandi della Terra, dal titolo «Un grande impegno comune per il bene e il progresso dell’umanità», in cui si poteva leggera, fra l’altro: «Noi crediamo nella potenza della preghiera. Riascoltiamo, come primi interpellati, le parole che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: “Come sapete, quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni. Le persone potenti fanno sentire con forza il peso della loro autorità. Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuole essere il primo, si faccia servitore di tutti” (Marco 10, 42). Ci sentiamo impegnati nel farci servitori di tutti».
Un articolo di Renato Maiocchi, invece, partendo dalla prima pagina, riferiva dell’incontro del venerdì pomeriggio in una chiesa pentecostale, quando già arrivavano notizie «della piega tragica che stanno prendendo gli avvenimenti». Il Consiglio delle chiese di Genova e la Federazione delle Chiese evangeliche della Liguria e del Piemonte meridionale sono stati coinvolti. Il pastore Franco Giampiccoli, membro del Consiglio della Fcei e coordinatore della Commissione Globalizzazione e ambiente avevano accolto i presenti, riunendoli intorno alla lettura della Parola.
In particolare, il sermone di Giampiccoli ruotava intorno a tre concetti contenuti nell’Ecclesiaste: «la denuncia (“lo ho visto – dice l’Ecclesiaste – quello che accade”), bisogna reagire all’ipnosi di chi ci impedisce di vedere le cose nella loro globalità e nella loro vera natura; la solidarietà verso coloro che “non hanno chi li consoli”, il non lasciare una gran parte dell’umanità nella solitudine e nella sofferenza; la sobrietà da parte di chi vive nell’abbondanza perché si accontenti della “cultura dell’abbastanza”».
Lo stesso pastore Giampiccoli chiudeva il suo articolo confessando di aver vissuto un’esperienza quasi schizofrenica: «Da una parte mi sono sentito ritrasportato nel mondo degli Anni 60, quando la politica appassionava ed era fatta di contenuti, di studio, di informazione e di militanza. Dall’altra mi sono sentito proiettato in un mondo tipo Blade Runner, di disordine incontrollato e di violenza integrata. Ma non mi arrendo all’idea di vivere lacerato tra un passato e un futuro ugualmente irreali. Vivo nel presente, ad occhi aperti, partecipando all’utopia di “un altro mondo è possibile”, sorretto dalla speranza di nuovi cieli e nuova terra da testimoniare qui e ora».
Dalla prima pagina partiva anche una riflessione di Luca Monaco, presidente della Fcelp, che si poneva la domanda retorica se fosse stato giusto partecipare alle manifestazioni, e si chiedeva: «Ma ne avevamo il diritto? “Siate il sale di questo mondo perché se il sale diviene insipido con cosa lo si salerà? Siate la luce di questo mondo ma se il lume si nasconde sotto il moggio con cosa si farà luce?”. Non so se è presuntuoso volersi considerare sale e luce di questo monito. Certo è che abbiamo un mandato: essere testimoni della parola di Dio che è una parola d’amore, di fraternità, di solidarietà e siamo chiamati ad assolvere alla nostra chiamata, alla nostra vocazione, non soltanto a parole nel chiuso delle nostre chiese magari con le porte chiuse perché nessuno ci disturbi».
Il numero successivo del giornale (3 agosto) riportava una dichiarazione del presidente della Fcei Gianni Long all’agenzia stampa Nev: «Genova è stata colpita da una violenza assurda, che pesa su tutta la società italiana ed europea. L’adesione delle chiese evangeliche al Genoa Social Forum si qualificava per il carattere assolutamente nonviolento di questa organizzazione; e intendeva esprimere una presenza evangelica, in linea con le posizioni del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), dell’Alleanza riformata mondiale (Arm) [oggi Comunione mondiale di chiese riformate, Wcrc, ndr] e degli altri organismi ecumenici internazionali. Questa presenza era sottolineata dalla celebrazione di un culto in comunione con i credenti degli altri paesi della Terra. Ciò che è accaduto mette in dubbio la possibilità di organizzare manifestazioni non inquinate dalla violenza, e anche la capacità dello stato di garantire i diritti di tutti: manifestanti o residenti, giornalisti o membri delle forze dell’ordine. Le chiese evangeliche italiane non possono che ribadire il loro rifiuto assoluto di ogni forma di violenza e portare questo impegno in tutte le formazioni sociali in cui i credenti si trovano a operare».
Anna Ivaldi, presidente del Concistoro della chiesa valdese di Genova e che ci ha lasciati lo scorso agosto, conosceva in modo particolare le vicende dell’irruzione alla Diaz, avendole seguite all’epoca come Giudice per le indagini preliminari (GIP).
«Ho visto cose che mi hanno turbata moltissimo – raccontava al Nev nel 2021 Ivaldi, magistrato all’epoca dei fatti – . I diritti delle persone calpestati. Come GIP rispetto ai fatti della Diaz ho avuto un ruolo precipuo, sono stata a interrogare persone che avevano subito violenze: è un’esperienza a cui non si è e non si può essere indifferenti, indelebile nella memoria.
Io e altri colleghi non convalidammo gli arresti dei manifestanti, respingemmo le richieste di misure cautelari e nei giorni successivi presentammo una denuncia per quanto avevamo visto. Nessun reato giustificava quanto era successo, né giustificava quell’intervento così violento in quella scuola». Si accorse subito della gravità di quanto stava accadendo, dal punto di vista dello Stato di diritto? «Era impossibile non rendersi conto della gravità di cosa stava succedendo: vedere le persone arrestate ferite era l’evidenza di questo. E io mi sono sentita umiliata per quelle persone arrestate e in quelle condizioni».
Ma oggi che cosa rimane delle rivendicazioni di allora, della critica approfondita al sistema economico mondiale? «Qualcuno sostiene che dopo la repressione vissuta a Genova – scriveva nel 2021 Massimo Gnone, oggi funzionario Unhcr-, almeno in Italia i movimenti siano stati istituzionalizzati nel popolo del “vaffa”, che ha poi indossato giacca e cravatta per andare al potere. La sinistra è sparita e l’antiglobalismo sembra essere patrimonio della destra, che rivendica le identità nazionali come baluardi da difendere. Eppure non è difficile intravedere un fil rouge fra i temi cari alle proteste “per un altro mondo possibile” di vent’anni fa e le priorità nell’agenda di oggi. Tre esempi sono il movimento per il clima, che ha ottenuto una visibilità globale, le lotte per un lavoro dignitoso, e l’attività, sostenuta anche dalle chiese, delle organizzazioni che si occupano di ricerca e soccorso nel Mediterraneo».
«Oggi come allora – chiosava Antonella Visintin – c’è una domanda di cambiamento che però più di allora si autorappresenta: ripartiamo da lì, riattualizziamo le ragioni di Genova. Raccontiamo le istanze di quel movimento, per provare a ricomporre quelle lotte, per provare ad affermare la necessità di un cambiamento strutturale della società, un cambiamento di coscienza, per tornare ad una domanda di cura, giustizia, equità.
Se riunissimo le lotte, dai giovani per la giustizia climatica alle manifestazioni contro il razzismo negli Stati Uniti, alle proteste contro il lavoro povero e precario e non solo, riempiremmo ancora Genova – conclude Visintin – e idealmente è come se tornassimo lì, a manifestare per un altro mondo possibile».