Il circo Trump e il buio americano

La data del 4 luglio, ormai alle porte, rischia di essere celebrata in un’ottica molto lontana da quella del 1776: una deriva a cui si oppongono molte chiese e ampi strati della società civile

I 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 cadono in un momento eccezionale e grave della storia americana. Il presidente Trump ha avviato le celebrazioni allestendo una gabbia circense nel giardino della Casa Bianca, all’interno della quale si sono esibiti lottatori specializzati in diverse arti marziali. Un set imperiale, come è nello stile di Trump, che utilizzerà l’Independence Day per celebrare sé stesso, come sempre indifferente alle polemiche e alle critiche e anzi pronto a rianimare il popolo MAGA che lo ha votato sognando un’America di nuovo grande. Vedremo se i riflettori sui circensi riusciranno a illuminare il “buio americano” – è questo il titolo di un bel libro di Mario Del Pero – di questi mesi che stanno segnando il declino della popolarità del Presidente, in calo nei sondaggi e in evidente difficoltà sul piano interno e internazionale.

 

Convinto di avere vinto una guerra mai dichiarata e dagli obiettivi mai esplicitati, Trump deve fare i conti con una realtà molto diversa da quella fastosamente celebrata. Il bilancio della guerra in Iran è quanto meno incerto e non è ancora detto che, alla fine, il vero vincitore non risulti il regime teocratico e illiberale degli Ayatollah: le incertezze sul destino delle riserve iraniane di uranio, la prosecuzione delle azioni militari di Hezbollah in Libano, l’effetto domino nelle relazioni con alcuni partner storici nel quadro dell’Alleanza atlantica hanno reso evidenti le crepe del trumpismo e della sua visione geopolitica di un impero autocratico che nella sua intenzione arriva alla Groenlandia passando per il Canada e si estende al Venezuela, ovviamente immaginando di acquisire il controllo di Cuba. Sullo sfondo di uno scenario geopolitico devastato dall’impronta trumpiana ci sono le macerie di Gaza e le bugie su una pace mediorientale che non riesce a nascondere il deserto prodotto da un intervento militare di reazione ma sproporzionato e condannato dalla comunità internazionale, realizzato da Israele ma incoraggiato e sostenuto dagli Stati Uniti.

 

Nella bolla autocratica di Trump, la sua leadership ha fatto ordine, portato pace nel mondo e garantito la sicurezza degli americani. Prevediamo che sarà questo il leitmotiv delle celebrazioni del 4 luglio: la rivendicazione di un’America più forte e più sicura, che non ha bisogno di alleati, che abbandona le fatiche del multilateralismo e ripone la sua fiducia primariamente nella forza militare ed economica. Come a metà dell’Ottocento, il riferimento è all’ideologia del “destino manifesto” di un Paese che si sente chiamato a una missione globale. E, in questa prospettiva, non mancheranno i riferimenti evangelici allo spirito di quella “città sulla collina” che è stata costruita per volere di divino perché potesse testimoniare la forza e la potenza della grazia ricevuta. Le mani levate di pastori, predicatori, profeti e missionari del Faith Office istituito alla Casa faranno corona a una commemorazione che esalterà la nuova religione di Stato del nazionalismo cristiano, mettendo a dura prova il separatismo laico voluto dai padri fondatori della Repubblica americana, oggi esplicitamente criticato sia dal Presidente sia dai suoi benedicenti consiglieri. L’attacco al Primo emendamento, che fonda la separazione tra Stato e confessioni religiose, è uno dei colpi più distruttivi che Trump e la sua Amministrazione intendono infliggere all’impianto costituzionale americano. Ci riuscisse, l’America delle civil liberties sarebbe un ricordo del passato.

 

Ma c’è anche un’altra America che vede le cose diversamente, spaventata da un bilancio sociale drammaticamente in rosso e che denuncia la deriva autocratica di un Presidente che dichiara pubblicamente che il suo potere «non ha altro limite se non quello dettato dalla sua coscienza» (9 gennaio 2026). È l’America che vede ridursi le libertà civili e la libertà di espressione, quella che in Minnesota è scesa in piazza, rischiando le cariche della polizia e il carcere, per protestare contro le violenze e gli abusi dell’ICE: è il paese di un anziano militante “socialista” come Bernie Sanders, che a 84 anni gira gli Stati Uniti per denunciare come una democrazia nata come  «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» si stia trasformando in una oligarchia controllata da un numero sempre più ristretto di super ricchi che spingono verso la povertà intere fasce di quel ceto medio che per decenni ha interpretato il “sogno americano”.

 

È l’America degli artisti come Bruce Springsteen, che nel suo tour europeo ha raccontato il tradimento «dell’America che amo, l’America di cui ho scritto, che è stata un faro di speranza e libertà per 250 anni». È quella di volontari che ogni giorno battono il confine tra gli USA e il Messico per garantire acqua, scarpe e cibo a migranti che fuggono attraversando il deserto; sono gli USA del sindaco di New York e del laboratorio democratico di una nuova generazione di “americani col trattino”, come la propaganda suprematista bolla i cittadini di origine araba, asiatica africana…; quella della vescova episcopale (Comunione anglicana) Mariann Budde che, in occasione della cerimonia religiosa che inaugurava il mandato alla Casa Bianca, aveva suscitato l’irritazione del Presidente ricordandogli il valore cristiano della misericordia. La stessa donna e lo stesso vescovo che oggi continua a predicare che «nelle nostre diverse tradizioni religiose, l’amore per il prossimo non è facoltativo».

 

Ovviamente è l’America delle chiese nere che, anche dal punto di vista del voto politico, sono quelle più distanti dalle piattaforme MAGA: «Il razzismo non è morto in America – afferma W. Franklyn Richardson, presidente della Conference of National Black Churches –. Viviamo in uno dei periodi più razzisti della storia di questo Paese». «C’è una cosa peggiore della schiavitù: adattarsi a essa – gli ha fatto eco il rev. Jesse Jackson, pochi mesi prima di morire –. È stato difficile svegliarci finché non è arrivato Trump. Trump non è altro che un campanello d’allarme».

 

Sono solo alcune delle tessere di un’America “altra” rispetto alle celebrazioni ufficiali del 4 luglio, frammenti di società e di una comunità cristiana che prende sul serio quel proposito egualitario e di giustizia espresso in quel passaggio della Dichiarazione d’Indipendenza in cui si afferma «l’evidente verità che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità». Nel suo celebre discorso del 28 agosto del 1963 il pastore battista Martin Luther King parlò di quelle parole come di un assegno “scoperto” che i neri d’America non avevano mai potuto incassare. E che ancora oggi deve essere incassato dai troppi americani esclusi dal circo barocco di una democrazia in crisi.