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Esistere e resistere nella fede

Non si può restare in silenzio di fronte ai soprusi e alle violenze

 

Proseguono gli articoli relativi ai lavori delle recenti Conferenze distrettuali delle chiese valdesi e metodiste, strumento intermedio di governo delle chiese

Sono quattro i distretti territoriali delle chiese metodiste e valdesi:  I Distretto (Valli Valdesi del Piemonte), II Distretto (Italia settentrionale e Svizzera), III Distretto (Italia centrale), IV Distretto (Italia meridionale). Oggi è il turno del IV Distretto.

 

L’articolo è scritto da Carmelo Viapiana, membro del Comitato di gestione del Centro culturale valdese «Gian Luigi Pascale» di Guardia Piemontese.

 

Per un cristiano, l’esistere non può essere separato dal resistere, in particolare ai soprusi di chi gestisce il potere. Nel corso della Conferenza il tema della resistenza si è specificato in due “sottotemi”: la resistenza ai nuovi tentativi di connubio tra Chiesa e Stato e quella ai tentativi di sottomettere la dignità umana e dei lavoratori stranieri all’arbitrio e al dominio. 

Una parte significativa del confronto si è sviluppata sul ruolo della Chiesa nella storia e nel presente, evidenziando in modo unanime che le comunità cristiane sono chiamate a collocarsi nelle fratture della società, accanto alle persone vulnerabili e a chi subisce soprusi e discriminazioni. È in questi luoghi che il Vangelo è chiamato a farsi parola pubblica e presenza concreta.

 

Da qui il richiamo al caso di Amendolara, sintomo di una realtà più ampia che attraversa il Paese. Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, il caporalato, le infiltrazioni mafiose e le condizioni di estrema vulnerabilità in cui vivono molti migranti sono una sfida che interpella direttamente le chiese.

La vicenda è stata collegata alla realtà dei Centri di permanenza per il rimpatrio, in particolare al Cpr di Mondragone, di cui alcuni partecipanti hanno citato le forti limitazioni all’accesso di figure essenziali per la tutela dei diritti, quali cappellani e avvocati. Per molti interventi, la questione supera la gestione “amministrativa” dei flussi migratori, riguarda il rispetto della dignità umana.

 

Le chiese valdesi e metodiste hanno espresso la volontà di affiancarsi alle altre realtà ecclesiali impegnate su questi fronti, per costruire una rete evangelica capace di elaborare risposte comuni e dare voce agli ultimi.

In questo contesto è emerso con forza il tema dello status confessionis, categoria teologica che indica le situazioni in cui la fedeltà al Vangelo impedisce alla Chiesa di restare neutrale. Molte comunità avvertono la difficoltà di intervenire pubblicamente senza essere accusate di fare politica o di aderire a un’ideologia. Eppure, è stato osservato, il problema non consiste nell’evitare ogni presa di posizione, bensì nel chiarire il criterio che la ispira. La testimonianza cristiana non nasce da un’ideologia, ma dalla sequela di Cristo. Se esiste una “parzialità” della Chiesa, coincide con l’attenzione evangelica agli ultimi. Per questo motivo lo status confessionis non rappresenta una scelta politica in senso partitico, ma una risposta di fede quando la dignità umana viene calpestata o il linguaggio religioso viene utilizzato per giustificare interessi di potere.

 

La discussione ha richiamato la necessità di vigilare contro ogni strumentalizzazione religiosa, ricordando anche il dibattito sul sionismo cristiano e le sue implicazioni teologiche e politiche. 

Perché la denuncia sia credibile, tuttavia, è necessario conoscere a fondo le dinamiche storiche, economiche e sociali del presente, evitando reazioni dettate dall’emotività e sviluppando strumenti di analisi capaci di comprenderne le radici.

 

In conclusione, la costruzione di una società più giusta non è un compito estraneo alla fede cristiana. Al contrario, l’Evangelo offre gli strumenti per riconoscere i meccanismi del potere, smascherare le ingiustizie e promuovere percorsi di liberazione. Il caso di Amendolara e il dibattito sullo status confessionis si incontrano in un medesimo orizzonte: una resistenza teologica che nasce dalla convinzione che la fede, quando incontra l’ingiustizia, non può restare in silenzio.