Riconoscenza a Luisa Muraro

Ricordo della filosofa, morta il 13 giugno a Milano. Era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno 1940

 

Luisa Muraro ha un posto speciale nell’elaborazione del femminismo italiano e nel mio cuore, così come nella riflessione teologica delle donne evangeliche, spinte dal suo pensiero ad approfondire le proprie posizioni. Mi riferisco a Cassiopea, Sophia, alle singole teologhe e ai campi donne di Agape, per definizione aperti a ogni istanza del movimento.

 

L’importanza di Luisa Muraro, dunque, non può essere descritta solo a partire dalla sua filosofia che declina la differenza femminile come espressione libera delle donne in relazione fra loro. Essa passa dalla sua presenza nei luoghi delle donne, dalla Libreria di Milano alla Comunità filosofica Diotima di Verona, ai convegni di “Terra di lei” a Orvieto e altri ancora.

 

Esserci davvero” si intitola la sua ultima lunga intervista, e lei in presenza c’era davvero. Noi abbiamo conosciuto e riconosciuto la sua maestria, la severità con cui correggeva, la donna che stava sempre un passo oltre il luogo dove noi stavamo ammirando e ripetendo i suoi passi. In anni di frequentazione e lettura appassionata, spesso conflittuale, dei suoi testi, l’abbiamo invitata ad Agape in un campo femminista internazionale. Era il 1991. “Il Dio delle donne” (2003) non era ancora stato scritto, ma Luisa Muraro aveva già una lunga consuetudine di studio delle mistiche e di alcune beghine o eretiche medievali.

 

Si tratta soprattutto di Margherita Porete, al cui testo venne indirizzata da Romana Guarnieri, un testo dato alle fiamme nel 1310 assieme all’autrice, e poi attribuito per secoli a un autore maschio, segno ineludibile dell’invisibilità del discorso femminile con Dio, inaudito e imprevisto nella storia maschile. Si tratta di Guglielma e Maifreda, quest’ultima bruciata sul rogo nel 1300, che scorgevano l’incarnazione del divino in un corpo di donna, celebrato nel sacramento dell’eucarestia. E oltre alle beghine anche le streghe attiravano lo sguardo di Luisa Muraro, che ci ha regalato un testo dal titolo ormai classico “La Signora del gioco” (1976).

 

Ma è nel libro “L’Ordine simbolico della madre” (1991) che Muraro inserisce nella genealogia femminile a ritroso quell’ulteriorità che rimanda alla trascendenza, con l’espressione “la madre o chi per essa” (53). La madre che insegna il linguaggio, che offre assieme al corpo e alla sua cura anche la legge, che scardina il dualismo tra natura e cultura, che rimanda a un oltre sé. Quando, nel campo di Agape del 1991, Francesca Spano le chiese se con ciò intendesse indicare anche il divino, disse che non si sentiva autorizzata a parlarne, ma che certamente il divino trovato attraverso la mediazione femminile non faceva “l’imbroglio di mettersi in mezzo”, tra le donne e Dio, come i maschi mediatori per secoli di una religione e di una cultura patriarcale.

 

In seguito Luisa Muraro scrisse ancora di donne e Dio soprattutto a partire dalle esperienze delle mistiche e soprattutto parlando di amore libero e di gratuità. Un amore libero originato nell’amore materno: se la creatura viene al mondo con il bisogno di cura, la cura materna “non risponde al dovere ma all’amore libero, o vale meno di niente”. E Dio, “di lui, unica traccia, resta un buco nelle parole. Quel buco è un passaggio”. Gratuità, un Dio che non può essere usato e strumentalizzato (Dio è violent! 2012) ma che nella lingua, sempre inadeguata, sempre spiazzante, lascia le sue tracce. Nel libro “Il Dio delle donne” c’è una sua poesia molto citata, a p.116:

 

“Approfittare dell’assenza/per essere altrove./ Per fare luce, nel senso di: farla passare… Approfittarne/per non farsi trovare/non rispondere all’appello/andare in vacanza.”.

 

Dio avviene, ma può anche non avvenire, e forse neppure noi siamo così autorizzate a parlarne, a meno che il nostro linguaggio non possa diventare quel buco da cui a tratti passa la luce. Ma sempre rimanendo nella relazione, in cui sappiamo le une delle altre, non siamo ignare delle vite altrui, e il nostro desiderio non è centrato su noi stesse ma misurato dalla relazione, dalla mediazione femminile. La mediazione è strumento dello scarto del desiderio, che non solo porta fuori di sé a desiderare di più, ma porta anche altrove da un egocentrismo tipico del soggetto maschile autosufficiente.

 

Non so quanto abbiamo imparato da Luisa (tantissimo!), quanto in profondità abbiamo condiviso le sue pratiche nelle relazioni tra donne, complicate e conflittuali ma sempre appassionate. Credo però che la forza della sua presenza resti preziosa nei suoi scritti, per una generazione nuova di donne che non hanno potuto conoscerla, e per noi, nella pratica dei giorni, nell’intreccio dei cammini e dei desideri. (Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, 2009). Resta forte il suo invito a imparare la mediazione necessaria, mediazione fatta di relazioni femminili, anche nella politica: “quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere” (Dio è violent! 72).

 

Foto wiki Commons, tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Muraro