Niente Dollar, chiamatemi Abdullah!
Abdullah Ibrahim, pianista sudafricano è morto a 91 anni in Germania dopo una breve malattia
Abdullah Ibrahim è morto a 91 anni in Germania (a Monaco di Baviera dove viveva), dopo una breve malattia. Era certamente uno tra i più raffinati pianisti viventi al mondo, e le sue esecuzioni di “piano solo” restano tutt’oggi la prova evidente di questa sua raffinatezza sonora.
Sudafricano, Ibrahim, seppe esportare nel mondo la tradizione musicale che aveva ricevuto come insegnamento sin dall’infanzia e proprio dalla sua città, Cape Town, un agglomerato urbano capace di fornire ritmi, sonorità e melodie cariche di contaminazioni sonore, e che il pianista seppe interiorizzare e restituire al pubblico nel corso delle sua lunga vita: “colonne sonore” facilmente riscontrabili nel fraseggio pianistico nei timbri armonici che l’artista, sin da giovane, decise di eseguire per poi arricchirle con nuove sonorità jazz.
Dollar Brand era un nome che probabilmente il Maestro non seppe mai “digerire” e che infatti, nel tempo, decise di cambiare in Abdullah Ibrahim. Lui stesso disse: (per definire con forza le battaglie politiche e sociali legate ai diritti) “una decisione presa – anche – in appoggio al movimento anti-apartheid”.
Nato nel 1934 Adolph Johannes Brand incise – con lo pseudonimo di “Dollar Brand” – molti dischi prima della sua conversione all’Islam che avvenne negli anni Sessanta. Non smise mai di interagire e suonare con alcuni dei jazzisti più noti al mondo, come Don Cherry e Max Roach. Quando si trasferì negli anni Sessanta a New York (un esilio che durò per decenni) arrivò a collaborare con le più grandi stelle del jazz, come John Coltrane e Ornette Coleman, ma soprattutto seppe affermarsi come concertista solista. E fu definito per questo: “un vulcano instancabile”.
Nel 1974 registrò la sua colonna musicale: “Mannenberg”, la composizione forse più famosa e ispirata alla musica tradizionale sudafricana marabi (lo stile musicale e di ballo sudafricano nato negli anni ’20 nelle township), un brano-disco che ebbe grande successo e che diventò una tra le colonne sonore più utilizzate dal movimento contro la segregazione razziale in Sudafrica. Certamente una delle composizioni più celebri tra gli ambienti del cosiddetto “Cape Jazz”.
Ibrahim tornò in Sudafrica nel 1994, finito l’apartheid, per suonare alla cerimonia di insediamento del presidente Nelson Mandela.
La trasformazione da Dollar Brand in Abdullah Ibrahim (che non fu un “semplice” cambio di nome) segnò per l’artista geniale un percorso di emancipazione personale e di elevazione spirituale. Soprattutto di resistenza politica.
Un cammino sviluppatosi nel tempo: dapprima con la Conversione nel 1968 all’Islam e poi con l’abbandono del nome. Due scelte di vita, considerate dal pianista come un unico motivo di orgoglio. Quel nome “Dollar”, disse in diverse occasioni, era per lui un richiamo costante al colonialismo e alla segregazione.
La musica, dunque, per Ibrahim (dopo aver attraversato il suo difficile “crocicchio” interiore), era pura preghiera. I concerti di “piano solo” spesso assumevano una dimensione mistica. Una spiritualità capace di unire il più profondo misticismo islamico (Sufi) con le più profonde tradizioni e i canti del popolo sudafricano.
L’evoluzione di questa ricerca si percepisce pienamente in diversi album storici (di jazz spirituale) o, appunto, in brani come “Mannenberg”, ed in altri lavori ancora, suonati individualmente e ben più recenti.
Tra questi, “Senzo” (“Sentso” era il nome del padre di Ibrahim – in giapponese Senzo significa “antenato” o “progenitore”, dunque “Creatore”), un cd di “piano solo” registrato a Colonia (Germania) il 17 luglio 2008, e da lui dedicato “a tutti i suoi maestri ancestrali e presenti”. Una vera “chicca” con 22 brani disponibili.
Una musica, quella di Ibrahim, avvolta dal Tawhid (Unità), ossia, la concezione che nella fede islamica sottolinea l’unicità di Dio e la sua interconnessione l’universo. Una priorità divenne quel “Tawhid” per la leggenda del jazz, interpretata in modo più ampio: per lui ogni singolo musicista era “un tutto organico tra molteplicità e armonia”.
Mannenberg (nome che richiama un celebre sobborgo della città Del Capo) è di fatto un brano ipnotico scandito da un giro di pianoforte (un ostinato) che si ripete all’infinito. Ostinato, certo, proprio quanto lo era il suo autore.
Qui un video dove Ibrahim racconta la sua dimensione spirituale.