Digiland: game over

Da sogno digitale a memoria perduta: il tramonto dell’utopia di un web gratuito, per tutti, insieme all’illusione della libertà online

 

Era il 1998, quasi trent’anni fa, quando nasceva Digiland, una “terra digitale” nella quale costruire (anche gratuitamente) un proprio spazio, una dimensione dove condividere pensieri, contenuti o innescare discussioni tramite gli allora sconosciuti blog – contrazione del termine inglese weblog, nato dalla fusione di web (rete) e log (diario). In questa terra digitale si potevano anche costruire siti personali, ottenendo un’identità in rete che, all’epoca, era il modo più ambito per essere visibili nell’internet dei contenuti.

 

Dal 9 giugno 2026 tutto questo non esisterà più. Click! Si abbassa l’interruttore e i server verranno spenti.

Con un po’ di nostalgia dobbiamo salutare questo che, per molti italiani (perché è stata un’esperienza totalmente localizzata nel nostro Paese) è stato il luogo in cui la coscienza della rete globale si è formata, evoluta ma che, infine, ha trovato altri luoghi (i social) per esprimersi, diciamo, liberamente. Perché “libertà”, è un concetto troppo complesso per applicarlo a un web che corre così velocemente da rendere trent’anni un’era geologica, entro la quale i confini tra libertà di espressione e algoritmi che nutrono i cosiddetti Hype (il clamore attorno a determinati argomenti, spesso utilizzato come strategia di marketing aggressiva) diventano ogni giorno più labili, fino a sparire.

 

La stessa piattaforma “Libero”, che acquisì Digiland nel 2000, integrandola nel suo ecosistema, sottende nel suo nome un equivoco semantico che ci sfugge ancora oggi: quanto può essere libero un luogo totalmente in mano a un’azienda privata, che paga le bollette dei server solo fino a quando gli introiti pubblicitari giustificano tale spesa? Con la community di Libero spariscono pezzi di vita digitale, ricordi, discussioni che, se non salvati e spostati in altro luogo “libero”, svaniranno nell’oblio, mai più raggiungibili dai motori di ricerca.

Ma forse dovrebbe sparire, con loro, anche la nostra ingenua convinzione che in questi luoghi-nonluoghi, di proprietà privata, possano trovare ospitalità, ed eterna disponibilità (almeno per noi) frammenti importanti della nostra vita digitale: pensavamo di abitare e nuotare liberi in un mare quasi infinito e ci accorgiamo che era una boccia per pesci rossi, che il padrone, a un certo punto, ha deciso di svuotare con tutte le nostre cose.

 

L’equivoco rimane oggi e, se possibile, ancora più accentuato: consegniamo liberamente ai social intere parti della nostra vita, le nostre emozioni, spesso intimità appartenenti a quella privacy che tanto ci preoccupa nell’amministrazione pubblica, ma che con disinvoltura cediamo in cambio di un like in più; informazioni che già ora diventano proprietà di chi le ospita, che alimentano i nuovi algoritmi di controllo (le intelligenze artificiali) e che non possiamo essere sicuri di riavere indietro quando lo chiederemo. Affidiamo a questi luoghi digitali anche la nostra rabbia pensando sia presa in considerazione e che invece, moltiplicando le interazioni, diventa il carburante che alimenta le piattaforme stesse.

 

La soluzione è solo una: la consapevolezza. Sapere che trasferire nei server di un’azienda privata informazioni, post, documenti scritti e multimediali che ci appartengono, significa perdere un po’ della nostra proprietà e del nostro controllo su di essi. Certo, è il prezzo da pagare per averli sempre a disposizione, per condividerli, ma come per ogni merce l’importante sarebbe che fosse esposto, ben visibile, il cartellino con scritto quanto costa. Purtroppo non è così.