“Odissea” di Nolan: una predicazione

La recensione del film kolossal più atteso dell’anno

 

Pubblichiamo qui di seguito la recensione al film Odissea, scritta dal pastore Peter Ciaccio, presidente dell’Associazione cinema protestante Roberto Sbaffi.

 

Odissea (The Odyssey, di Christopher Nolan, USA-UK 2026, dur. 173′) è un film riuscito, importante, monumentale sotto ogni aspetto.

Tuttavia, l’alto livello tecnico si fa arte, perché Nolan vuole dire qualcosa attraverso l’opera di Omero (non a caso il latino ars traduce il greco techné). Per questo, la parola che per me più descrive il film è “predicazione”, ovvero l’atto del ri-raccontare quella storia tramandata dai tempi antichi per farla rivivere oggi nel pubblico. Attraverso la predicazione scopriamo, infatti, che quel testo antico non parla di Odisseo, proprio come la Bibbia non parla di Mosè o di Pietro, ma parla di noi. Se non fosse così, non si tratterebbe di un testo antico, ma di un testo morto.

 

Cosa distingue le opere culturali fondanti di una civiltà? In sostanza due elementi: la possibilità di essere interpretate, manipolate, finanche strumentalizzate da chi ne usufruisce nel presente e la capacità di sopravvivere a chi ha osato usufruirne. Appunto, è quel che accade con la Bibbia: vittima costante dei suoi interpreti e, allo stesso tempo, perenne vincitrice su di essi. Lo stesso si può dire dell’Odissea.

Allora, perché rischiare il confronto con chi sai vincerà sempre e comunque? Per fare vivere la storia, leggendola oggi per dire qualcosa di particolare ai propri contemporanei. Tenerla sullo scaffale alto della libreria, perché è “un libro da avere” e niente di più, significa condannarla a morire impoverendo l’umanità intera.

 

Qual è allora la predicazione di Christopher Nolan? Proviamo a sviscerarne alcuni punti, avvertendo chi legge che, sebbene la fine della storia sia nota, le righe che seguono contengono spoiler.

Il Mediterraneo. Di fronte alla lista degli interpreti, i soliti noiosi, annoiati e pigri hanno gridato allo scandalo woke: gli Achei non sono “bianchi”, ma di ogni colore; inoltre, uno di loro, Sinone, sarà pure bianco, ma è interpretato da un attore trans, Elliott Page. Invece, chi conosce il Mediterraneo, quello vero, chi ha frequentato la Sicilia, conosce lo spettro dei colori che vi si incontrano.

Ma questa polemica è fuori luogo perché il Mediterraneo dell’Odissea è molto più di quello geografico: è il mondo conosciuto, è l’ecumene archetipica. L’Odissea non è una roba “occidentale”. L’Odissea è universale, perché già da Omero puntava a essere più di una leggendaria storia patria.

 

La xenía. La divinità travestita da viandante è presente in molte culture, anche nella Bibbia: basti pensare agli episodi di Sodoma e delle Querce di Mamre in Genesi e di Emmaus in Luca. “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato angeli” (Ebrei 13,2). Nel film la pratica dell’ospitalità è chiamata la legge di Zeus, che si può riassumere nel dovere del padrone di casa di accogliere il visitatore, cui corrisponde il dovere del visitatore di non abusare di tale accoglienza. Non è un caso che in italiano la parola “ospite” descriva entrambi, come se l’accogliente e l’accolto fossero legati da un filo identitario. È come se la caratteristica più profonda e irriducibile di ciascuno e ciascuna fosse quella di ospitare o di essere ospitato.

Qui il punto del film è che la legge di Zeus va al di là del dovere personale perché è la chiave di volta della civiltà. La violazione sistematica di questa legge porta alla decadenza e infine alla distruzione.

 

I barbari. Nel film si parla in continuazione dei “Popoli del Mare” che stanno giungendo per distruggere il mondo civile. È una delle tesi (assai dubbia, in verità) sulla causa del cosiddetto Collasso dell’Età del Bronzo, intorno al 1200 a.C., di cui la Caduta di Troia sarebbe un episodio. La società degli Achei nel film è spaventata dall’imminente collasso.

Il punto, però, è che i barbari siamo noi. Non esistono i Popoli del Mare, ma popoli ciechi, che violano la legge di Zeus, arrivando a distruggere una società della cui bellezza non si rendono conto.

 

Sia fatta la volontà di… chi? Nel film di Nolan colpisce l’assenza degli dei, a parte Atena, la protettrice di Odisseo e di Penelope. Sono invocati di frequente e la loro ira è temuta, ma non figurano come personaggi sulla scena. Perché? Per un motivo che è già presente in nuce nei testi greci: sono gli esseri umani a forgiare il proprio destino. Infatti, il Fato è fuori dalla portata degli dei.

È un punto che stupisce e che erroneamente si ritiene molto moderno, mentre caratteristica comune di ogni tempo è la presenza contemporanea di persone che si prendono le proprie responsabilità e di persone che le scaricano sugli dei. Odisseo tarda a tornare a Itaca non tanto perché Poseidone non glielo permette, quanto perché non è pronto a tornare. I suoi compagni non tornano a casa, perché in realtà dopo dieci anni di Guerra di Troia sono trasformati, degradati, involuti. Infatti, la maga Circe li trasforma in maiali (scena fantastica nel film, che ricorda Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis), affermando di non aver fatto altro che realizzare la loro vera natura. Così Odisseo torna a Itaca perché Penelope e Telemaco lo aspettano: l’affetto dei cari ha mantenuto intatto il fragile filo che lo lega all’umanità.

 

Chi eravamo, chi siamo diventati, chi siamo chiamati a essere. L’insegnamento scolastico dell’epica omerica e l’idea di Ulisse come eroe per antonomasia, il più intelligente degli Achei, il risolutore della guerra, che sopravvive alle situazioni più pericolose e affascinanti nel suo viaggio, hanno fatto dimenticare il giudizio morale su quelle vicende. Ma il senso originario di quei racconti era anche morale, non per giudicare gli Achei, ma noi stessi.

Il film di Nolan rende, invece, giustizia al racconto dello sterminio della popolazione troiana, non tanto nel dettaglio truculento del massacro, quanto nello sguardo di Odisseo, che vede la statua di Atena decapitata senza motivo e una giovane sacerdotessa sgozzata senza pietà. Nelle viscere del Cavallo di Troia (bello e rampante) si nasconde non solo l’inganno, ma anche l’autoinganno di Odisseo, che si credeva migliore degli altri, mentre ha usato la propria intelligenza per massacrare un popolo.

 

Dov’è, allora, l’affinità con Atena, dov’è quella saggezza che dovrebbe derivarne? La dea Atena si presenta a Odisseo nella forma della sacerdotessa troiana, perché l’intelligenza dell’eroe diventa sapienza solo nella consapevolezza delle sue azioni e relative conseguenze. Nel capire la gravità di quel che ha fatto e le conseguenze che ne deriveranno, Odisseo si erge a Übermensch, l’oltre-uomo nietzschiano, e si riflette nell’essere umano di Lutero, chiamato a santità, ma che allo stesso tempo resta peccatore. Eravamo civili, guidati dalla legge di Zeus; siamo diventati i distruttori di noi stessi, distruggendo i nostri simili; possiamo solo onorare l’affetto di chi ci ha aspettato per lungo tempo e la memoria di chi è morto per noi. «Ora sono diventato morte, il distruttore di mondi», diceva il protagonista eponimo di Oppenheimer, il precedente film di Nolan, dopo aver capito la portata dell’invenzione della bomba atomica, citando una frase della Bhagavadgītā.

 

Le storie. A un’epoca di fake news Nolan ricorda che la verità è che ci siamo sempre raccontati storie. Possiamo anche provare a catalogarle come cronaca, leggenda, diceria, pettegolezzo o calunnia, ma nell’Odissea non c’è fact-checking, al massimo una rivelazione finale, quando ormai le scelte sono state fatte, le conseguenze sono irrevocabili, il fato è già scritto. Il pubblico assiste come gli dei e prende atto di quel che succede. Quando le civiltà crollano, quando la legge di Zeus è stata violata, quando morte e distruzione prendono il sopravvento, agli esseri umani resta una sola cosa: la capacità di raccontare storie, la voglia di ascoltarle, l’impulso a tramandarle.

 

Questo è quello che Nolan fa da sempre col suo cinema: racconta storie, che spesso non hanno senso, sono cervellotiche, incongruenti, assurde, ma restano storie. E c’è sempre qualcuno intorno al fuoco dell’IMAX o dello smartphone disposto ad ascoltarle.

In conclusione, la rilettura di Nolan mette in risalto questioni molto stringenti nel presente ed è questo l’aspetto in cui è più fedele al racconto originale: non tanto raccontare chi era Odisseo, ma raccontare chi sei tu che oggi ascolti una storia inventata ieri, che magicamente parla di te.