Ucraina, la speranza nella chiesa e nell’amore
Intervista alla pastora metodista di Leopoli Dariia Zhukovska, ospite del Sinodo valdese e metodista
Di Francesco Piperis con la collaborazione di Claudio Geymonat. Traduzione di Jacopo Bertuglia
«La vita qui è diventata diversa, specialmente in inverno quando non abbiamo l’elettricità e il rumore dei generatori nelle strade è il suono consueto», spiega Dariia Zhukovska, della Chiesa Metodista Unita in Ucraina e originaria di Lviv (Leopoli), nell’intervista rilasciata a Radio Beckwith in collaborazione con il nostro giornale durante i giorni del Sinodo valdese e metodista di Torre Pellice-
Nella città dell’Ucraina occidentale, apparentemente “lontana” dal fronte, la quotidianità non è infatti più la stessa: «La popolazione è cresciuta per l’arrivo di molti sfollati».
Lviv è diventata un polo di transizione non solo per chi cerca rifugio, ma anche per i soldati che tornano dal fronte con gravi traumi. «Ci sono molti militari e persone in generale affetti da disturbo post-traumatico da stress».
Molti civili, inoltre, lasciano temporaneamente Kiev a causa dei bombardamenti quotidiani, cercando riparo proprio a Lviv in vista del gelido inverno ucraino, dove le temperature toccano anche i -25 gradi. Tuttavia, la sicurezza resta un’illusione.
«Mi piacerebbe dire che Lviv è un posto sicuro dove vivere e che, poiché è nella zona occidentale dell’Ucraina, le persone possono venire e non vedere la guerra, ma non è vero», precisa Zhukovska. «Un paio di settimane fa siamo stati bombardati. Succede di rado, ma la situazione non è sicura al cento per cento. Ho dovuto correre sotto il rumore dei missili e un edificio residenziale è stato distrutto».
Per far fronte all’emergenza, la macchina della solidarietà si è attivata su più livelli: «Alcuni sfollati vivono nei centri di accoglienza della Chiesa, altri nei rifugi comunali messi a disposizione dal governo e altri ancora provano a ricostruirsi una vita da capo. La Chiesa, le chiese, si sono concentrate sull’aiutare queste persone in ogni modo possibile».
Zhukovska ha raccontato come il sostegno arrivi anche da molti amici nelle chiese occidentali, in Europa e negli Stati Uniti, che supportano direttamente con aiuti umanitari, o attraverso l’organizzazione di campi. Questi ultimi, una fonte di incoraggiamento necessaria e in grado, in tempi così oscuri, di generare momenti di gioia e leggerezza.
Alla domanda su come la comunità internazionale possa fare la differenza, ha poi risposto: «Naturalmente è molto importante che ci ricordiate nelle vostre preghiere, perché Dio ci aiuta molto. Se le persone vogliono aiutarci, possono contattare una qualsiasi comunità locale in Ucraina e contribuire chiedendo alla Chiesa e alla popolazione di cosa abbiano bisogno, perché il supporto migliore non è quello generico, ma l’aiuto diretto».
In chiusura, emerge il cuore spirituale della testimonianza di Zhukovska, espresso durante il Peacebuilding Online Learning Programme promosso dal Consiglio Metodista Mondiale (World Methodist Council).
«Ciò che mi dà forza è vedere come le persone continuino ad amarsi, a servirsi e a supportarsi reciprocamente nonostante droni e missili. Trovo speranza nelle chiese che non interrompono il loro ministero, nei volontari che aiutano gli sfollati e i sofferenti».
Un concetto che riafferma alla fine dell’intervista: «È vero e lo ridirei. Credo che l’amore e la speranza ci aiutino ad andare avanti e a continuare a servire il prossimo».