Incontri, decisioni, ascolto

Secondo anno di sperimentazione: una discussione senza affanni, in un clima disteso nonostante la complessità di alcuni temi: ne scaturisce l’immagine di una chiesa che ha voglia di sperare

 

Chi ad agosto percorre il selciato di via Beckwith e via Arnaud di Torre Pellice (To), o vaga tra i banchetti del giardino della Casa valdese, si sente spesso come il protagonista della vecchia canzone di Guccini Incontro. Ci sonogli abbracci, i “cosa fai ora? ti ricordi? eran belli i nostri tempi”, i racconti di fatti tristi o divertenti in poche frasi o anche in un solo saluto. Il Sinodo è il Kirchentag annuale, con gli stand, i gadget, il bazar, i dolci e le bevande, i tavolini, gli ospiti da tutto il mondo. Ma è soprattutto quella cosa così difficile da spiegare alle amiche cattoliche e agli amici laici, la nostra suprema e sovrana assemblea decisionale ed elettiva. Un parlamento ai cui lavori possono assistere (dal soppalco o dal tendone con due schermi) aderenti, simpatizzanti, valligiani e turisti curiosi, per vedere, una volta tanto, una democrazia in azione. Ed è questa l’esperienza che si sono voluti regalare per cinque giorni gli estensori dell’articolo, l’una impegnata all’animazione di bambine e bambini e al banchetto dell’Amico dei Fanciulli, l’altro a fare binge watching [visione continuativa di più episodi di una serie] delle discussioni.

 

Questo era il secondo anno del cosiddetto “Sinodo breve” (da sabato a mercoledì). L’impressione è che i sinodali siano arrivati meno stanchi alla meta, come testimonia il fatto che neanche una sera è stata dedicata ai famigerati “recuperi” di argomenti non discussi. Ed essere meno stanchi assicura un dibattito migliore. Magari, come ha detto qualcuno, «abbiamo fatto in fretta perché certe discussioni non le abbiamo fatte». Ma non si può discutere ogni anno di tutto. E quest’anno abbiamo potuto contare su un’ottima Commissione d’esame per selezionare e istruire i temi da trattare, e su un Seggio sorridente ma severo (che ha fatto rispettare i limiti di tempo agli interventi, quest’anno ridotti da cinque a quattro minuti, senza strangolare il dibattito).

Spronato dal vigoroso sermone di apertura del pastore Eugenio Bernardini – che partendo dall’incontro tra Gesù e il giovane ricco ci ha ricordato l’esigenza di denunciare ogni falso Evangelo che propone un Dio strumento di potere e garante di odio e sopruso –, il Sinodo si è lasciato interrogare dal disordine mondiale di oggi, prendendo posizione su temi scottanti in una serie di incisivi ordini del giorno. Particolarmente pregnanti gli Atti che hanno denunciato l’approccio repressivo e restrittivo all’immigrazione che sta prevalendo, purtroppo, anche a livello europeo.

 

Il Sinodo si è espresso anche sull’accoglienza e gli spazi sicuri per le persone transgender; contro lo sfruttamento nell’agricoltura; sulla pace con il richiamo all’articolo 11 della Costituzione; sull’emergenza abitativa. Non sono bandierine da appuntarsi per far vedere al mondo quanto siamo bravi e aperti, ma impegni per la nostra testimonianza e la nostra azione nei territori a partire da domani (pensiamo solo a quanto fa e può fare la nostra Diaconia). Il Sinodo è tornato a occuparsi del dramma della Palestina, accompagnando la condanna delle politiche del governo israeliano con un forte monito contro ogni forma di antisemitismo. È stato anche proposto all’attenzione delle comunità Kairos Palestina 2: non è un documento di studio, ma una testimonianza di sorelle e fratelli che vivono e soffrono dove le cose accadono, prima di tutto da ascoltare.

Il dibattito sinodale ha saputo evitare i toni esasperati propri dei social: anche quando si è arrivati a votare a maggioranza, è sempre stato presente quell’ascolto e quel rispetto tra posizioni diverse che sempre dovrebbe caratterizzarci. Molto opportuno che l’odg più politico si chiudesse, non con la presuntuosa indicazione di una soluzione, ma, consapevoli della nostra debolezza, con una preghiera a Colui che solo può portare la pace.

 

Ci sono stati, ovviamente, anche temi di discussione più interni. Il gruppo di studio, nominato nel maggio dell’anno scorso per stilare un bilancio dei trentacinque anni trascorsi dalla nostra adesione al meccanismo dell’Otto per mille, con particolare riguardo all’impatto interno (sulla chiesa) ed esterno (sulla società italiana), ha restituito una corposa relazione, con dati esaurienti e molti spunti di dibattito. Si è tornati a parlare anche delle nostre strutture intermedie: dopo un anno di sperimentazione sui Circuiti, non si è ancora riusciti a trovare un modo per snellire le procedure e sostenere le comunità, senza aumentare il carico di lavoro di sorelle e fratelli già oberati. L’esito della discussione ha lasciato insoddisfatti molti, tra sinodali e spettatrici: l’impressione è quella che si giri a vuoto.

 

In conclusione, un Sinodo che abbiamo trovato corroborante e incoraggiante. Una chiesa piccola e fragile che nonostante tutto è curiosa e ha voglia di impegnarsi. E di sperare, perché «di disperazione e rassegnazione ce n’è già a sufficienza», come ha detto il neo-Moderatore William Jourdan nel discorso conclusivo. Certo, uscendo dall’estate più calda del secolo (persino a Torre Pellice si è arrivati a 37 gradi) ci saremmo attesi un accenno alla questione sempre più urgente del riscaldamento globale. Così non è stato ed è giusto così: il Sinodo non deve essere un catalogo di doglianze su quel che non va nel mondo. Il tema tornerà inevitabilmente all’ordine del giorno: si potrebbe dire (paragrafando un titolo del quotidiano francese Libération) che è ora di théologiser la canicule (teologizzare la canicola).

 

 

Foto di Pietro Romeo