Storie di lettori, tra nuvole e montagne, oltre la fatica della terra
Due libri di Franco Faggiani dedicati a piccole storie dimenticate di un passato nemmeno tanto lontano
Non nasce dal nulla, il talento di Franco Faggiani nello scovare e trasmettere al grande pubblico piccole storie dimenticate, che da locali diventano universali, come quella del pluripremiato e pluritradotto L’inventario delle nuvole. Il racconto di una tradizione in apparenza marginalissima, quella dei cavié della val Maira (Cn), i venditori di capelli che tra Otto e Novecento rifornivano le boutique di parrucche più esclusive, dalla Francia alla Russia, all’Inghilterra… partendo da una piccola valle estremamente povera (dare via i propri capelli, per una donna, era un’umiliazione fortissima, vi si sottoponeva solo chi era spinta dall’estremo bisogno) e dando origine a un fiorente e assai redditizio commercio. Lo spunto per questo libro nasce dalla visita al piccolo e affascinante museo di Elva. E qui scatta ancora una volta l’istinto del reporter (perché questo è Faggiani, in giro per il mondo da una vita), in grado di captare il racconto nascosto in un pannello o una teca, o nel vecchietto incrociato per strada, regalandoci uno spaccato di vita, che nella sua semplicità ci apre lo sguardo a una realtà in buona parte dimenticata o sconosciuta, persino nella vicina Cuneo.
Lo stesso tesoro nascosto emerge nel secondo suo libro che (per ora!) ho letto, La luce del primo mattino, presentato giovedì 9 luglio a Torre Pellice in una bella serata della rassegna «Una Torre di libri», che racconta le origini di un altro “mercato” tutto particolare, quello dei librai ambulanti della Lunigiana. Qui siamo a cavallo tra Liguria, Toscana ed Emilia Romagna, un territorio dalla storia affascinante, ma spesso dimenticato.
Vari aspetti accomunano questi due libri, scritti con un linguaggio al tempo stesso semplice (ma mai banale) e fortemente poetico: sono storie di paesi e montagne marginali, ma al centro di tutto; luoghi di frontiera, che sono in realtà da sempre luoghi di collegamento, da cui arrivano fermenti e novità, che vanno a interessare anche le grandi città (e non viceversa). E poi, aspetto che ci interessa ancora più da vicino come protestanti, la lettura come strumento di riscatto personale e sociale, da cui l’importanza dell’alfabetizzazione in contesti poveri e marginali. Il dato forse più sorprendente di questa storia è che molti di questi venditori ambulanti fossero analfabeti, e che quindi imparassero a memoria parti dei libri che vendevano, o un loro riassunto che poi declamavano nelle piazze e nelle fiere, dove giravano con le loro gerle e carretti.
Non può non venirci in mente, a questo punto, il ricordo dei colportori e delle maestre valdesi, che portavano cultura nei luoghi più remoti della penisola affrontando spesso dileggio e sospetto (una curiosità: ne L’inventario delle nuvole compare la figura di una maestra valdese, peraltro non proprio positiva, prototipo della vecchia maestra rigida e ormai poco motivata).
È quello che deve affrontare anche la protagonista de La luce del primo mattino, dal nome evocativo di Dina Mite, che da «scorbutica ragazza analfabeta che viveva nel folto delle boscaglie alla ricerca di frutti selvatici e castagne per poter mangiare» diventa una «donna avanti negli anni da sola su un treno, elegantemente vestita e con una lucida valigia di cuoio al seguito».
Una figura di donna forte e anticonformista, come ne troviamo diverse nelle pagine di Faggiani, in una società ancora controllata dagli uomini, ma di fatto “poggiata” sulle donne, che nel silenzio e nella sopportazione hanno mandato avanti generazioni.
Franco Faggiani, L’inventario delle nuvole (2023, pp. 296) e La luce del primo mattino (2026, pp. 270), entrambi pubblicati da Fazi. Da menzionare anche la bellezza delle illustrazioni di copertina, che non passano inosservate.