Un cristianesimo che non teme l’autocritica

Il culto di apertura del Sinodo con la predicazione del pastore Eugenio Bernardini

 

150 metri. Poco più di 200 passi. Questa la distanza che ogni anno, da decine di anni, il corteo sinodale percorre uscendo dalla Casa Valdese per raggiungere il vicino tempio di Torre Pellice. Una pausa prima di uscire dal cancello, una svolta a destra, un tratto di strada (oggi lastricato e comodo, un tempo in terra battuta) che guarda verso ovest, verso le montagne, un’altra svolta a destra, una scalinata in pietra, e infine un marciapiede fra due prati con due maestosi platani che lo ombreggiano e che accompagnano tutti e tutte nel tratto finale all’interno della grande chiesa. 

 

Un piccolo percorso, di pochi metri, che però ha un forte valore simbolico, e racchiude molto della storia di questo “popolo chiesa”.  Forse inconsapevolmente questi 150 metri racchiudono molto del percorso di fede della chiesa in questi oltre otto secoli di vita e testimonianza. Scelte, difficoltà, pericoli e uno stare nel mondo oggi non sempre condiviso da tutti, ma che rispecchia fedelmente ciò che chi è venuto prima di noi ha fortemente e tenacemente voluto, difeso e ottenuto anche a costo della vita, della libertà. 

 

Il testo utilizzato dal pastore emerito Eugenio Bernardini per la predicazione durante il culto di apertura di sabato 22 agosto, ha raccontato di scelte difficili, di una visione sbagliata di Dio che ha portato e porta alle peggiori decisioni nel nostro mondo tormentato da conflitti e diseguaglianze, di semplicità.

I versetti, molto conosciuti, sono stati quelli di Matteo 19, 16-26, Il giovane ricco. Ed ecco, un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?»  Gesù gli rispose: «Perché mi interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».  «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso».  E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?»  Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi».  Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni.  E Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.  E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».  I discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?»  Gesù, fissando lo sguardo su di loro, disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile».

 

Valdo di Lione e in quegli stessi anni anche Francesco d’Assisi, riflette e fa la sua scelta in un tempo ormai lontano, soprattutto molto diverso dal nostro. È un po’ come immaginare il corteo che si ferma sull’uscio della Casa Valdese e prende la strada per il tempio, uscendo e aprendosi a tutti e tutte; una scelta non certo facile, un cammino verso le montagne, in leggera salita, che promette difficoltà, ma al quale si è chiamati. 

I secoli che seguono sono un continuo interrogarsi e un domandare a Dio, proprio come fa il giovane ricco.

 

Poi arriva il momento di un’altra scelta dirimente, in cui la chiesa si ferma, si confronta, discute e sceglie. Consapevolmente o meno siamo ai piedi di una scalinata. «Nonostante l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a Dio; la mia coscienza era estremamente inquieta, e non avevo alcuna certezza che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfattorie. Perciò non amavo quel Dio giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo […].  Finalmente, Dio ebbe compassione di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la connessione di queste parole: “La giustizia di Dio è rivelata nell’Evangelo come è scritto: il giusto vivrà per fede” [Romani 1,17], incominciai a comprendere che la giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e per mezzo della quale il giusto vive, se ha fede. 

[…] Subito mi sentii rinascere, e mi parve si spalancassero per me le porte del paradiso». (ALISTER E. MCGRATH, Il pensiero della Riforma, Claudiana, p. 124).

 

La chiesa valdese aderisce alla Riforma protestante. E le difficoltà non mancheranno, le prove saranno molte, le scale da salire infinite.

E siamo all’oggi, un tempo in cui Dio continua a essere strumentalizzato, utilizzato per giustificare i crimini commessi dagli uomini.

 

Ha continuato Bernardini: «Non esiste la guerra giusta o, peggio, la guerra santa. La guerra è sempre contraria alla volontà di Dio. Anche quando la violenza è necessaria per proteggere vite umane, non può mai essere benedetta o celebrata, ma solo considerata una drammatica scelta tra due mali in cui – come ci ha insegnato Bonhoeffer, ma anche la resistenza valdese tra Cinquecento e Seicento – la coscienza cristiana opera nella speranza del perdono di Dio». 

Passiamo sotto i grandi platani, maestosi e ombreggianti ed entriamo nel tempio.

Dove al centro vi è la semplicità della parola di Dio che ci porta a «una verità netta, disarmante … disarmata: Dio è buono!»

Questo messaggio accompagna le scelte del popolo valdese in questi oltre otto secoli di storia. 

 

E arriva anche la risposta al primo quesito che ha accompagnato il sermone di quest’apertura del Sinodo 2026. «Che cosa mi manca? – chiede il giovane – questo ti manca – risponde Gesù: – la libertà che si trova solo in Dio».

Solo un cristianesimo che riscopre la libertà del discepolato, come fecero (seppure in modo diverso) Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, e che si prende cura dei poveri, degli abbandonati e di chi viene lasciato mezzo morto sui cigli delle strade (parabola del buon Samaritano); solo un cristianesimo che comprende chi sia non il “Dio-con-noi” di natura imperiale ma il Dio-per-noi di natura evangelica, cioè l’Emmanuele, è un cristianesimo che sa ascoltare e praticare la Parola di un Dio buono e giusto, che ci ama e che ha solo pensieri di pace e di bene per tutti noi.

 

Ma esiste un tale cristianesimo? 

Con una certa approssimazione teologica e con una pratica inevitabilmente zoppicante, crediamo che esista. È quel cristianesimo che non teme l’autocritica, l’umiltà, le domande che restano aperte, … e che sa pronunciare in preghiera parole come queste:

 

Aspettavamo un superuomo,

ci hai dato un bambino.

Aspettavamo un capo,

ci hai dato un fratello.

Aspettavamo un giustiziere,

ci hai dato una vittima.

In risposta all’odio, l’amore,

alla paura, la gioia,

alla notte, la luce.

(Libro di preghiere, a cura di Eliana Bouchard, Claudiana 2025, p.51)». 

 

 

Qui il sermone integrale del pastore Bernardini

 

Foto di apertura di Pietro Romeo