«Anche il silenzio è complicità»
Intervista al pastore luterano di Betlemme Munther Isaac: «Se i crimini di guerra vengono normalizzati a Gaza, allora saranno normalizzati ovunque»
Quella del pastore e teologo luterano di Betlemme Munther Isaac è una delle voci più forti e note che chiedono al mondo di salvare la popolazione palestinese. Su invito di vari gruppi e associazioni interconfessionali (Dalla parte di Abele, Ambasciatrici e Ambasciatori di Pace dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia, Commissione Globalizzazione e Ambiente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Cipax, Centro interconfessionale per la Pace) è stato alcuni giorni in Italia per portare nelle nostre comunità la testimonianza del dramma in corso. Lo abbiamo raggiunto a Torre Pellice (To), a poche ore dalla serata che lo ha visto relatore al tempio valdese.
– Pastore Isaac, qual è la situazione sul campo oggi in Cisgiordania e a Gaza?
«Quello che sta accadendo oggi è davvero senza precedenti, è orribile. Viviamo in peri-colo, viviamo nella paura costante. In Cisgiordania i coloni sono scatenati: uccidono, terrorizzano, assediano case, avvelenano l’acqua, rubano bestiame. Vogliono impadronirsi della terra e stanno cercando di cacciare la popolazione presente. Lo dicono apertamente, lo dicono a tutti, questo è il loro obiettivo, e sono aiutati in tale progetto dall’esercito israeliano che li protegge, li accompagna e li supporta. Ma non è nulla in confronto a quello che sta succedendo a Gaza. Purtroppo la guerra, le uccisioni, l’assedio, la carestia non sono finite, ed è ormai accettato con consenso unanime da molte organizzazioni internazionali per i diritti umani, dalle Nazioni Unite, anche da numerosi studiosi israeliani, che a Gaza è in corso un genocidio. Non lo abbiamo nominato noi palestinesi per primi come tale».
– Il gruppo di cristiani palestinesi “Kairos” ha redatto un documento, “Un momento di verità: la fede in tempo di genocidio” che de- nuncia la timidezza delle voci delle Chiese occidentali nei confronti delle azioni messe in atto dallo Stato di Israele in questi anni. Come siamo arrivati a questo punto?
«Quello di “Kairos Palestine” è un documento scritto da pastori, teologi, attivisti cristiani palestinesi provenienti da un ampio spettro di chiese. Fra i vari temi trattati mette effettivamente in luce la timidezza delle Chiese soprattutto occidentali, l’approccio troppo permissivo, persino le complicità; perché una cosa che abbiamo imparato negli ultimi due anni e mezzo è che anche il silenzio è complicità.
Le chiese hanno chiesto sanzioni contro Israele nello stesso modo in cui il mondo cristiano si era unito per dire no all’apartheid in Sud Africa? Purtroppo no. Si potrebbe dire che questa scelta ha a che fare con il senso di colpa per ciò che è accaduto in Europa, il genoci- dio contro il popolo ebraico, o potrebbe essere invece una scelta teologica. Ma i palestinesi si chiedono: “perché dobbiamo pagare noi?”. Ed è per questo che il testo di Kairos ha usato quelle parole, invitando le chiese al pentimento».
– Cosa chiedete di fare quindi alle chiese del resto del mondo?
«I cristiani palestinesi chiedono alle chiese, innanzitutto, di dare un nome alla realtà per quello che è. Quando le chiese si rifiutano di nominare il genocidio o l’apartheid, lo vediamo come un attacco contro la nostra umanità, come se le regole del diritto a noi non si applicassero. Non parlo solo di razzismo e di doppi standard, parlo anche del falso concetto di pacificazione. Chiediamo anche azioni. Chiediamo alle chiese di parlare ai loro governi, di chiedere giustizia, di esigere responsabilità. Infine chiediamo alle chiese di sostenere la no- stra resilienza».
– Il documento invita la popolazione a impegnarsi in una resistenza creativa. Cosa significa?
«Volevamo dire alla nostra gente che è nostro diritto e nostro dovere resistere al nostro occupante. La resistenza creativa è radicata nel concetto di nonviolenza, che non vuol dire passività. Da una prospettiva cristiana, è nostro diritto e dovere resistere al male, ma resistiamo al male con il bene. Non resistiamo al male con il male, ed è per questo che il documento è impegnato nella nonviolenza, anche di fronte al genocidio, e so che la nostra stessa gente a volte ci interroga su questo, ma crediamo davvero che questa sia la teologia e l’etica di Gesù.
Quello che stiamo dicendo è che si può resistere in molti modi e chiediamo di essere creativi. Ciò non significa che non vi sia alcuna responsabilità. Ciò non significa che non chiediamo giustizia o risarcimenti, ma riteniamo che la strada da seguire abbia a che fare con il boicottaggio, con le sanzioni, con il disinvestimento da chiunque tragga vantaggio dall’attuale sistema di occupazione nella nostra terra. La resistenza creativa sul campo significa inoltre essere solidali gli uni con gli altri come comunità, trovare modi per rimanere radicati alla terra».
– Il documento, inviato alle chiese, sta suscitando dibattiti e prese di posizione. Alcune voci criticano l’assenza nelle pagine di un invito al dialogo fra Israele e Palestina.
«Il documento denuncia la normalizzazione del genocidio. Ed è per questo che, quando il dialogo diventa uno strumento per normalizzare il colonialismo, l’apartheid e il genocidio, secondo Kairos Palestine, dobbiamo lavorarci su. Noi chiediamo di portare al tavolo le voci ebraiche che parlano a favore della giustizia. La nostra esperienza è che molti gruppi di dialogo ebraico-cristiano, soprattutto in Europa, sono stati alcuni dei più forti difensori del sionismo e dell’operato in questi decenni dello Stato di Israele.
L’interreligiosità deve portare persone di tutte le fedi, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, non credenti, a lottare insieme per l’umanità e la giustizia. Ed è per questo che diciamo che se il dialogo interreligioso non denuncia i crimini del sionismo e non richiede responsabilità, allora normalizza questi crimini. E come tali, dobbiamo boicottare questi dialoghi, e dare invece ascolto al numero crescente di voci ebraiche in tutto il mondo che dicono, “non nel nostro nome, no al genocidio e no all’apartheid”».
– Cosa possono fare invece le persone qui in Occidente e in Europa per contribuire alla causa della pace in Medio Oriente?
«Nelle prime pagine della Bibbia c’è una domanda importante: “Sono il custode di mio fratello?” E penso che oggi viviamo in un’epoca in cui, come umanità collettiva, dobbiamo rispondere di sì. Dobbiamo proteggerci a vicenda. I crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani, sia in Palestina che in Sudan, in Ucraina o ovunque, sono violazioni dei diritti umani ovunque. Leggete gli studi. Leggete i numerosi rapporti. Non possiamo continuare a negare la realtà. E solo quando avremo compreso e parlato con verità della situazione in Palestina, credo che solo allora potremo andare avanti e parlare di soluzioni. Chiediamo ai cristiani di tutto il mondo una solidarietà costosa, perché quando ci si oppone alle potenze mondiali, si viene perseguitati. Ma se i crimini di guerra vengono normalizzati a Gaza, allora saranno normalizzati ovunque. Boicottate. Chiedete giustizia. Unitevi. Date voce a tutte le fedi nei movimenti di base, perché il cambiamento deve partire dal basso. Siate solidali con noi. E continuate a sensibilizzare il mondo su ciò che sta accadendo».
Foto di Federica Tourn
Leggi anche: