Libere di scegliere, libere di essere
Una serata di incontro organizzata dalla Federazione donne evangeliche in Italia
«Libere di scegliere, libere di essere»: non soltanto il titolo della tavola rotonda organizzata dalla Federazione donne evangeliche in Italia (Fdei), ma una sorta di filo rosso che, domenica 23 agosto alla Galleria Scroppo di Torre Pellice, ha unito storie personali, memoria politica e impegno per il presente. Una sala gremita ha seguito le voci di donne diverse per esperienza, formazione e percorso politico, ma accomunate da un medesimo pathos: quello di chi sa che i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte e che ogni conquista è figlia di battaglie, spesso lunghe e faticose.
L’incontro, inserito nelle celebrazioni per i 50 anni della Fdei e per gli 80 anni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne in Italia, è stato aperto dal saluto della sindaca di Torre Pellice, Maurizia Allisio. A condurre la serata, con grande capacità di mettere in relazione le diverse testimonianze, il giornalista Gian Mario Gillio.
A partire dal voto, il racconto ha subito mostrato quanto poco vi sia di scontato nella storia dei diritti. Collegata da remoto, Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, ha ricordato come l’accesso delle donne al voto non sia stato un atto semplicemente concesso, ma il risultato di una mobilitazione. Prima ancora del 2 giugno 1946, con le elezioni amministrative, arrivarono le prime donne elette sindache. E furono le associazioni femminili a mobilitarsi per spiegare alle donne che potevano votare, invitandole a partecipare.
Da lì si aprì il cammino verso la Costituente e verso una Costituzione che, ha sottolineato Rossomando, segnò una cesura profonda con il passato. Le 21 donne dell’Assemblea costituente – le “Madri costituenti” – erano poche, ma il loro contributo fu straordinario. Provenivano in gran parte dalle esperienze della Resistenza e della Liberazione e portarono dentro il dibattito non soltanto le questioni della famiglia e del lavoro, ma l’idea di una società fondata sull’uguaglianza sostanziale.
Il racconto di Rossomando si è intrecciato con quello di Livia Turco (anch’ella collegata da remoto), presidente della Fondazione “Nilde Iotti”, che ha restituito il senso di quella stagione attraverso la figura di Nilde Iotti, per la quale l’Assemblea costituente era stata «la più grande scuola politica». Una scuola fatta anche di confronto, dialogo e di un paziente lavoro sulle parole. Perché costruire la Costituzione significava, nella sua lettura, costruire «la casa di tutti gli italiani».
Turco ha ricordato che le prime grandi riforme parlamentari furono il risultato di battaglie e alleanze tra donne, appartenenti a differenti schieramenti politici. Conoscere quelle leggi, ha insistito Turco, non è un esercizio di memoria. È uno strumento politico: i diritti devono essere conosciuti per poter essere esigiti, le leggi applicate e monitorate, trasformate in politiche pubbliche capaci di incidere concretamente sulla società. E in un tempo nel quale la democrazia rischia di essere impoverita da un ricorso continuo ai decreti, ha aggiunto, va riscoperta la centralità del Parlamento come luogo nel quale le leggi si discutono e si costruiscono.
Appassionato l’intervento di Elena Miglietti, giornalista e autrice, che ha insistito sul valore delle parole e sul linguaggio utilizzato nella comunicazione. Ci siamo dimenticate i volti e le storie delle 21 costituenti, ha osservato, anche perché siamo cresciute dentro un linguaggio maschile sovraesteso. Raccontare quelle donne significa allora trovare parole nuove e forme capaci di raggiungere anche le generazioni più giovani.
L’intervento di Francesca Barbano, giurista e consigliera della Federazione femminile valdese e metodista, ha tracciato il lungo cammino delle donne nelle chiese e nella società. Il tema della libertà, ha ricordato, passa anche dall’autonomia economica: avere un proprio reddito, conoscere il denaro, saper amministrare le proprie risorse significa poter decidere e, dunque, essere libere. La sfida di oggi è creare nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità spazi nei quali ragazze e giovani donne possano imparare a prendersi cura della propria autonomia.
Con Doriana Giudici, ex sindacalista ed ex presidente della Fdei, il tono si è fatto ancora più personale e appassionato. «Avevamo sogni, ci siamo battute, abbiamo lottato contro il patriarcato», ha ricordato, ripercorrendo le mobilitazioni per il divorzio, per una maternità scelta e responsabile, per la dignità sul lavoro. «Io sono mia» era il grido dei cortei: una rivendicazione di individualità, di libertà, della possibilità per ogni donna di essere persona e non ruolo. Ma proprio la memoria delle lotte, ha sottolineato Giudici, rischia di perdersi. Perché nelle università non si studia abbastanza la storia del femminismo? Perché nei corsi di giurisprudenza non si studiano le leggi conquistate dalle donne? La domanda è anche un invito a passare il testimone alle più giovani: «Occorre la forza della giovinezza» per portare a compimento un cammino che non è ancora concluso.
A chiudere la serata è stata la pastora Mirella Manocchio, presidente della Fdei, riportando il discorso dentro la dimensione delle chiese. La parola biblica, ha ricordato, è anche parola delle donne, capace di illuminare pagine e storie bibliche troppo spesso raccontate soltanto attraverso lo sguardo maschile. E la democrazia, ha aggiunto, si sostanzia nei diritti quando questi vengono riconosciuti, ma anche quando vengono esercitati. La Fdei, oggi, continua a interrogarsi su come cambiare narrazioni, linguaggi e relazioni. Lo fa coinvolgendo anche gli uomini, perché il cammino verso la parità non può essere affidato soltanto alle donne; lavorando sul linguaggio inclusivo e aprendosi alle questioni legate all’identità di genere anche attraverso la collaborazione con Refo+; ascoltando adolescenti e preadolescenti, alle prese con una pressione sempre più forte sul proprio corpo e sulla propria immagine, amplificata dai social.
Al termine, più che la sensazione di avere celebrato una storia conclusa, rimaneva quella di aver riaperto una consegna. Le donne che hanno lottato prima di noi hanno lasciato parole, leggi, istituzioni, possibilità. Ma le conquiste non bastano se non diventano vita quotidiana: la parità salariale è ancora lontana, la violenza contro le donne continua, l’educazione all’affettività e al consenso resta una necessità, così come l’autonomia economica e un linguaggio capace di riconoscere tutte e tutti.
Le voci ascoltate alla Galleria Scroppo hanno ricordato, con accenti diversi, la stessa cosa: la libertà non è un’eredità da custodire passivamente, ma una responsabilità da esercitare e da trasmettere, insieme.