Secolarizzazione: nemica o amica delle religioni?
Entra nel vivo la sessione estiva di formazione ecumenica del Segretariato attività ecumeniche
Alla sessione di formazione ecumenica del Sae, in apertura ieri 27 luglio a Camaldoli, si è entrati nel tema con le definizioni sociologiche dei processi di secolarizzazione e del secolarismo, un progetto politico che vuole la separazione tra sfera politica e religiosa. In collegamento video, la filosofa Debora Spini è risalita al concetto del padre della sociologia moderna, Max Weber, per il quale secolarizzazione, usato da lui raramente, indicava, a differenza di ora, il processo attraverso il quale lo Stato avocava a sé i beni della Chiesa cattolica. Il filosofo preferiva usare la parola disincanto, che è l’effetto della modernità: il mondo non è più magico, sono la scienza e la tecnologia gli strumenti che ci spiegano il mondo.
Weber, ha continuato Spini, «vede in generale la religione come vittima del disincanto, ma dando una spiegazione sottile. Il disincanto del mondo è anche l’ultimo risultato di un processo di intellettualizzazione della religione che avviene lungo una linea ininterrotta che inizia con l’antico Israele con il divieto dell’idolatria. Un fenomeno che continua con il cristianesimo e ha il suo picco nella Riforma protestante».
Peter Ludwig Berger è uno dei sociologi che hanno sviluppato la teoria della secolarizzazione, vista come destino necessario che portava a una progressiva irrilevanza della religione nella sfera pubblica, sempre più accomodata alla modernità e intimista. Questa progressiva irrilevanza, secondo Spini, è solo una delle spiegazioni. Infatti anche Berger tornò sui suoi passi.
Come sosteneva il filosofo canadese Charles Taylor, la secolarizzazione non portava a un arretramento della religiosità, ma a una trasformazione dell’essere religiosi. Il fatto che oggi ci rivolgiamo alla scienza non vuol dire che non si possa essere religiosi: si è religiosi in maniera diversa.
«Guardando alla politica internazionale dell’ultimo ventennio – l’attentato alle torri gemelle, il fenomeno dei talebani in Afghanistan, l’ascesa dei nazionalismi, la destra religiosa negli Usa – molti sociologi parlano di de-secolarizzazione o riscossa delle religioni. Io ritengo sia più fertile la spiegazione di Taylor: è il cambiamento delle credenze. Molti fenomeni di radicalismo religioso spiegati dal fatto che oggi si possa fare una scelta. Essere religiosi assume in molti casi una caratteristica molto più radicale».
Anche il secolarismo significa diversi modelli. Due esempi ricorrenti, citati dalla relatrice, sono il caso della Francia, con un’espulsione della religione dalla sfera pubblica, e la diminuzione del peso delle istituzioni ecclesiali, che contano come altre associazioni, e quello degli Stati Uniti, dove la separazione è tra lo Stato e le Chiese, non tra la società e le Chiese. Nella tradizione costituzionale Usa nessuna chiesa aveva privilegio rispetto alle altre. Oggi il modello è in crisi perché il muro di separazione sta cadendo e c’è una forte connessione tra il governo e una certa visione religiosa.
Da trent’anni nel dibattito della filosofia sociale si parla di post secolare, ha proseguito Spini. «Se si adotta una visione di secolarizzazione in termini esclusivamente oppositivi, più secolarizzazione equivale a meno religione, post secolare può voler dire sconfitta della modernità e una sorta di rivincita delle religioni. Ma se si assume la visione di Taylor, possiamo concepire la società post secolare come una società pluralista che cerca di fare posto a credenti e non credenti e che ricerca dei punti comuni. Questa visione è legata al nome fondamentale di Jürgen Habermas, che ha cercato di fondare una teoria della democrazia su presupposti discorsivi razionalizzabili. Non è un nostalgico delle religioni, ma ha incluso questa definizione di post secolare nella sua teoria della democrazia. Vivendo in un mondo globale in cu convivono persone di diverse culture, non possiamo chiedere a tutti di rinunciare a un pezzo importante dell’identità, qual è quella religiosa. Dobbiamo pensare a una democrazia post secolare accogliente, nella quale tutte le religioni possono conversare e liberamente discutere nella sfera pubblica».
Al termine del suo intervento, la filosofa ha accennato ai dibattiti più recenti nelle scienze sociali e in teologia in cui molti studiosi e studiose di Asia, Africa e America Latina guardano a tutta la discussione occidentale sulla secolarizzazione come un tema che non li riguarda perché si tratta di un concetto troppo determinato dalla teologia cristiana, che regge solo all’interno di una prospettiva giudeo-cristiana e non ci aiuta a spiegare alcune trasformazioni politiche del mondo di oggi. Ha concluso sottolineando le grandi sfide odierne in termini di pluralismo religioso: come costruire società democratiche accoglienti e continuare a garantire alcune conquiste comuni di base? Fino a dove si deve spingere il pluralismo religioso per salvaguardare diritti e doveri universali?
Nella prima mattinata della sessione del Sae a Camaldoli, proseguendo sul tema della secolarizzazione e “oltre”, Luigi Berzano, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino e parroco in provincia di Asti, ha rilevato i due limiti maggiori della teoria: la previsione di un’eclissi del sacro che non è avvenuta, e il non avere visto i suoi effetti positivi. «La pars construens della secolarizzazione è stata la liberazione dalle false religioni. Lo diceva Bonhoeffer che la secolarizzazione fa bene alle religioni». Soffermandosi sull’oltre, su cosa succede oggi a chi è appassionato di Gesù e vive all’interno delle società secolari, nella quarta secolarizzazione registrata dalla sociologia, quella degli stili di vita, lo studioso ha analizzato l’oltre in quattro contesti tipici: la diaspora, la disseminazione, la pluralizzazione spirituale e la ri-significazione dei simboli.
«Usiamo la categoria della diaspora, che ha significato territoriale, in senso esistenziale. I credenti entrano in un altro mondo di cui sono cittadini leali e rispettosi. La diaspora pone quattro sfide: la prima è rinunciare alla cristianità, al sogno di abbracciare l’intera società e accettare che si organizzi da sola, come se Dio non ci fosse, rispettando la laicità. La seconda è non drammatizzare i rischi e l’unità. Abbiamo guardato negativamente la pluralizzazione cristiana, mentre aver visto la dignità delle diverse spiritualità è importante. È il modo di temporalizzare il messaggio evangelico. La terza sfida è restare diversi, essere “fuori luogo”. Una condizione per essere fedeli al Vangelo. Un po’ di diaspora esistenziale nelle nostre comunità ci fa restare diversi. La quarta sfida è l’andare oltre. Agli ebrei e ai cristiani la diaspora ha garantito il radicamento mentale sulle Scritture, sui gesti rituali, sui simboli. Le chiese alla domenica sono vuote ma si riempiono per i riti di passaggio».
Il secondo contesto delineato da Berzano è la disseminazione, «che evoca le seminagioni, ma che non è dissoluzione. È la volontà di non imporsi ma di non lasciarsi decostruire, caratteristiche che indicano elementi riscontrabili anche nello stile di Gesù dei Vangeli. È lo stile dei cristiani descritti nella Lettera a Diogneto, organizzati in chiese domestiche che rappresentano “strutture di plausibilità”, che confermano l’identità sociale e lo stile di vita. Le distinzioni tra chiese qui vengono meno, tutti apparteniamo allo stesso sogno».
Il terzo contesto è la pluralizzazione spirituale, «spesso definita frettolosamente sincretismo o bricolage. Oggi molti avvertono l’esigenza di costruire un cammino interiore personale, capace di integrare conoscenza scientifica, esperienza umana, sensibilità etica e apertura al mistero. Molti non accettano un’autorità religiosa fondata esclusivamente sul dogma o sulla tradizione ma cercano un rapporto diretto con il divino. Le Chiese storiche rimangono però custodi della memoria cristiana, della tradizione biblica, della riflessione teologica, rinunciando alla pretesa di essere l’unica autorità religiosa assoluta». A loro è richiesto di essere più sagge, lungimiranti verso chi vuole vivere una vita buona, giusta, ricca e profonda anche se non attraverso la fede cristiana.
Il quarto contesto in cui viviamo, che tocca di più le Chiese, è la ri-significazione dei simboli. «Le nostre Chiese hanno abbondanza di simboli, però il significato di molti è venuto meno. A volte le chiese celebrano dei simboli poveri, che non hanno più significato o sono depotenziati. Tutto è simbolo e deve essere risignificato, questo chiedono la modernità e la scienza. Non è eresia. Occorre ri-significare sacramenti, celebrazione eucaristica. Se non c’è risonanza emotiva significhiamo un simbolo e non un significato. Spesso i giovani non vanno in parrocchia ma a Taizè perché trovano una risonanza emotiva. Ho conosciuto don Michele Do. In una situazione marginale ha risignificato tutto. Il suo Credo è una poesia».