Diventare adulti nella tecnologia
L’adolescenza si trova compressa fra socialità digitale e rischi di troppa medicalizzazione
Si addensano su questa generazione di preadolescenti e adolescenti una serie di evenienze che le generazioni precedenti non hanno in alcun modo dovuto affrontare. Anzitutto la reclusione da Covid19, dal 2020 al 2022, che a distanza di quattro anni incomincia a rivelarsi per quello che realmente è stata per loro: una forma di blocco evolutivo nella crescita a causa di un isolamento che mai prima nella storia si era registrato. Lo scopo di qualsiasi ragazzo e ragazza è sempre stato quello di allontanarsi dal controllo adulto per cominciare a vivere la propria vita. I nostri giovani si sono trovati invece chiusi nel nido famigliare, una reclusione che era l’esatto opposto dei loro bisogni evolutivi. Le cui conseguenze non sono ancora del tutto chiare, specialmente dal punto di vista psichico.
In secondo luogo, questa generazione, da più di dieci anni, si è trovata a dover gestire completamente da sola, in mancanza di cornici educative e normative, l’invasione, l’invadenza e la ridondanza di strumenti tecnologico-digitali. Una invasione che ha spostato il baricentro della loro vita da un piano di realtà reale a un piano di realtà totalmente virtuale. Anche su questo versante nessuno può dire con precisione diacronica quali siano le conseguenze, ma indubbiamente, sia nel caso Covid sia nel caso smartphone, le prime ricerche segnalano che qualcosa non ha funzionato nella crescita dei nostri ragazzi e ragazze. In più si aggiunge la pretesa psichiatrica di voler etichettare massicciamente questa generazione. L’Adhd, il cosiddetto ipercinetismo, lo spettro autistico, il Dop, disturbo oppositivo provocatorio, e quant’altro sono sempre più presenti nelle nostre vite. Un aumento totalmente privo di evidenze scientifiche.
La psichiatria ha preso il comando della situazione, restituendo all’opinione pubblica un quadro drammatico ed etichettante, con lo scopo di dichiarare malati questi ragazzi e ragazze. Considerando i loro stati ansiogeni appartenenti alle condizioni tipiche della loro età e alle situazioni che ho precedentemente descritto come problemi della singola persona. Portando così il singolo ragazzo a essere un problema per la società.
A leggere certe analisi giornalistiche, ma anche specialistiche, si resta basiti di fronte a una generazione che sta subendo un attacco senza precedenti, che la porta, come direbbe Miguel Benasayag, citando il suo famoso libro L’età delle passioni tristi, verso stati di «autolesività e di depressione».
Viene aggredita come responsabile di ogni nefandezza. Prendiamo il cyberbullismo, a esempio, che non viene mai considerato come l’esito finale di un marketing che non guarda in faccia nessuno. O di un’“educazione sessuale” basata sui siti porno. No, bisogna dire pedissequamente che hanno disturbi, che ci vogliono più posti letto nei reparti psichiatrici per i giovani.
Si sta creando un equivoco che è ideologico: la solita storia del capro espiatorio.
In realtà, se si scava dietro ogni situazione, troviamo carenze educative spaventose, baratri, una società che non sa essere comunità educante, genitori lasciati soli, padri talmente evanescenti da avermi costretto a scrivere un libro intitolato Il papà peluche non serve a nulla. Ragazzi di dodici o tredici anni lasciati di notte in balia dei social. Bambini di due o tre anni che accedono liberamente a YouTube sulla smart TV.
Possibile che non si crei una vera consapevolezza educativa che eviti questa equivoca e pericolosissima versione psichiatrica dei nostri adolescenti? Non possiamo lasciare solo a loro il carico di decisioni sociali assolutamente sbagliate, come quella di non aver in nessun modo presidiato l’arrivo massiccio sul mercato degli smartphone, che prendono di mira bambini e ragazzi lasciandoli completamente soli.
Possibile che non si crei una consapevolezza del fatto che hanno bisogno di ritrovare un piano educativo, invece di intervenire su quello psichiatrico, criminologico e carcerario? A che cosa servono programmi punitivi quando l’immaginario educativo è stato desertificato, ridotto al nulla?
E allora vale la pena continuare a ripetere con Paulo Freire: «Nessuno si educa da solo, tutti si educano insieme in un sogno comune», come avrebbe ricordato il suo amico Danilo Dolci: «Ognuno cresce solo se sognato».