No ad una Svizzera da 10 milioni di abitanti, sì alla revisione del servizio civile
Due referendum ieri in terra elvetica hanno visto respingere norme per limitare la popolazione ma approvare un inasprimento delle norme per l’accesso all’alternativa al servizio militare
Le cittadine e i cittadini svizzeri ieri 14 giugno erano chiamati ad una serie di scelte da approvare o meno secondo il meccanismo consueto per la terra elvetica del referendum.
Due quesiti in particolare avevano destato attenzione e preoccupazione.
Il primo chiedeva di attuare politiche migratorie volte a evitare che la popolazione svizzera potesse superare i dieci milioni di abitanti nel 2050. Un controllo demografico stabilito a tavolino, una idea sinistramente inquietante. Ha vinto il NO ma di misura (55% a 45%) e in molti cantoni ha prevalso il SI, a partire dal Canton Ticino di lingua italiana (50,66% per il SI) per proseguire in buona parte dei Cantoni di lingua tedesca. In quelli di lingua e cultura ha prevalso un po’ ovunque il NO.
Come spiega “Il Post” «Negli ultimi vent’anni la popolazione svizzera è molto aumentata, passando da 7,3 milioni di abitanti nel 2002 ai 9,1 milioni attuali. In gran parte è stato dovuto a un aumento dei residenti stranieri, che nel 2025 erano poco più di un quarto del totale. Molti di loro provengono da paesi dell’Unione Europea e sono persone con elevate qualifiche professionali, attratte da lavori retribuiti meglio che altrove. Secondo l’Unione Democratica di Centro e gli altri sostenitori dell’iniziativa, la presenza così consistente di persone straniere va però a svantaggio degli svizzeri, perché fa aumentare i prezzi delle case, mette sotto pressione i servizi pubblici e rende più difficile per loro trovare lavoro».
Una eugenetica demografia che non può lasciare indifferenti gli analisti del giorno dopo, e che avrebbe complicato non di poco le relazioni con l’Unione europea.
Colpisce anche l’esito del secondo quesito. Il 53% dei votanti ha scelto di rendere più rigide le norme per accedere al servizio civile sostitutivo del servizio militare. Verranno inaspriti i criteri per potervi accedere, con il chiaro intento di incentivare la partecipazione agli addestramenti militari annuali previsti dall’ordinamento elvetico. Anche in questo caso sono soltanto i cantoni di madrelingua francese (Ginevra, Giura, Neuchâtel, Basilea) ad opporsi alla proposta. In Svizzera dopo la scuola reclute della durata di 18 settimane, si viene richiamati ogni anno, per nove anni, per un periodo di tre settimane prima di venire prosciolti dall’obbligo militare. Un impegno notevole che aumenta ancora per i “civilisti”: il servizio civile dura infatti una volta e mezza in più rispetto al servizio militare non svolto.
I cittadini svizzeri hanno preferito quindi vedere i propri figli addestrarsi alla guerra piuttosto che spendere il proprio tempo in attività sociali. Allineandosi in questo modo a nazioni che rendono assai complicato l’accesso al servizio civile, dai Paesi baltici alla Turchia fino alla Corea del Sud. Con le novità legislative si punta a scendere dagli attuali settemila circa a non più di quattromila “civilisti” l’anno. Le organizzazioni non profit denunciano che il calo porterà a non poche difficoltà in molti ambiti di intervento sociale e sanitario. Evidentemente il contesto geopolitico teso ha portato a scelte differenti a scapito del welfare. Non proprio un buon auspicio.