Le molte verità

La narrazione del giallista Carlo Lucarelli per i 100 anni dalla vicenda dello “smemorato di Collegno”

 

Roviniamo fin dalle prime righe la speranza di vedere risolto il giallo, il mistero dello “smemorato di Collegno”. Un caso che ha fatto epoca e che ha mobilitato l’opinione pubblica italiana per diverso tempo, creando due fazioni. E questo succedeva esattamente 100 anni fa.

Lo ha narrato, come sempre in modo impeccabile, il giallista Carlo Lucarelli, all’interno del Chiostro della Certosa Reale di Collegno (To), davanti a una platea sold out nell’evento che idealmente conclude la quinta edizione del Fol Fest – Strordinaria follia di Collegno intitolato Perdutamente – Dimenticare per ricordare, perdersi per ritrovarsi. Un evento che ha visto decine e decine di appuntamenti tutti quanti mirati al contrasto dello stigma legato al disagio e alla malattia mentale.

 

La vicenda dello “smemorato di Collegno” è un caso di cronaca che risale al 1926. Una persona viene arrestata nel cimitero monumentale di Torino, in una giornata nebbiosa, nella sezione ebraica. Come ha ricordato Lucarelli, gli elementi per iniziare un giallo ci sono tutti. L’uomo non ha ricordi, viene quindi rinchiuso nel manicomio di Collegno, il più grande d’Italia, oltre 6000 persone sostanzialmente carcerate. Dopo un anno dal suo arresto il manicomio fa pubblicare sulla Domenica del Corriere una foto dello “smemorato” chiedendo molto semplicemente: «Chi lo conosce?» (precursore di una nota trasmissione televisiva…).

 

 Il racconto di Lucarelli si è concentrato, oltre che sullo “smemorato”,  sulla figura di due donne che reclamano il proprio marito; due donne molto diverse fra loro. L’uomo viene riconosciuto prima come Giulio Canella (padovano, filosofo, cattolico, disperso in guerra) dalla moglie Giulia Canella (sic, erano cugini) e poco dopo, con un colpo di scena e un tempismo degno dei migliori gialli di Agatha Christie, come Mario Bruneri (torinese, tipografo, pregiudicato) dalla moglie Rosa Negro. Una storia che spacca l’Italia come succederà per molti altri casi italiani in cui il mistero e i colpi di scena non mancano: il delitto di Cogne, Garlasco…

La contrapposizione fra le due mogli (manifestatasi sempre nei canali della sobrietà) è proprio lo specchio del cuore del ragionamento di Lucarelli: un Paese che più di altri si divide, parteggia, per una parte o per l’altra. “Canella o Bruneri” diventa un modo di dire; nelle osterie, dal barbiere, in casa, sul posto di lavoro tutti discutono su quale sia l’identità vera dello smemorato. Tutti diventiamo esperti di psicologia criminale (o di qualunque altra cosa, cambiando con rapidità incredibile ambiti opposti fra loro: calcio, edilizia antisismica, esperti del rischio idrogeologico, psicologi…), tutti abbiamo la nostra verità.

 

Ma questa è una sola, una delle tante. «La verità va aggettivata» ha concluso Lucarelli. Quella giuridica ha sentenziato in ultimo grado dalle analisi delle impronte digitali, dal confronto dei lineamenti del volto che lo smemorato è Bruneri. E l’esame del Dna (del 2014, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” sui discendenti ha dimostrato che non è Canella. Ulteriore conferma alla sentenza della Cassazione. Ma tutte le prove, dalle impronte al Dna, sono facilmente confutabili, come emerso negli anni nei vari processi. La verità può essere oggettiva, storica… insomma il pubblico si è alzato applaudendo il giallista-narratore ognuno con una propria verità.

 

Quindi, chi era davvero lo smemorato? Il filosofo veneto di buona famiglia dato per dispero nella Grande Guerra o il tipografo piemontese mezzo anarchico che annusando i tempi non proprio tranquilli (1926, piena ascesa del fascismo, squadrismo…) ruba l’identità di Canella?

 

Non lo sapremo mai univocamente. Ma possiamo utilizzare questa storia per riflettere sull’identità e sulla verità e sul ruolo che giocano nelle nostre vite.

 

Foto di Di Pmk58 – Opera propria, CC0