Leggere un libro ben scritto

La conoscenza della materia non è l’unico parametro da seguire

 

Capita di leggere un libro anche senza essere esperti dell’argomento: lo si legge perché risulta chiaro che è scritto bene. È quanto ho notato con gli scritti che Zbignew Herbert (1924-1998), poeta e saggista polacco, ha dedicato ai pittori del “secolo d’oro olandese”, il XVII. Natura morta con briglia, raccolta uscita postuma anche in lingua originale (Adelphi, 2025), trae il proprio titolo da quello di un quadro di Johannes van der Beeck, alias Torrentius.

 

Tale è infatti il livello della scrittura, la capacità di evocazione di un clima culturale, di una società del passato, che anche chi non si occupi di storia o di critica d’arte viene attratto dalla capacità di narrare “per immagini” e di interpretare con la lingua letteraria una vicenda che va al di là degli interessi specialistici.

 

Il periodo e l’ambiente ci interessano: è il secolo in cui si afferma l’identità calvinista dei Paesi Bassi, un unicum nell’Europa del tempo, un impero che, diceva Giorgio Spini, «Non è cresciuto attorno ad una dinastia vittoriosa, né ad un despota di genio», un impero nato «attraverso lo sforzo di una collettività», la cui pittura esploderà attorno al genio di Rembrandt, e illustrerà «nei suoi termini più suggestivi il messaggio spirituale dell’arte calvinista: la celebrazione del metodo sperimentale nella Lezione d’anatomia». Un messaggio di modernità, anche se, scrive Herbert, la temperie calvinista permeava – e influenzava – l’arte soprattutto dal punto di vista morale.

 

Il fascino della scrittura di Herbert ruota attorno alla sua capacità di creare immagini e parlare per immagini, in questo caso – trattandosi di pittura – immagini al quadrato: gli oggetti raffigurati dal quadro che dà nome al libro, racchiudono forse un messaggio, «codificato nelle lettere di una lingua dimenticata». Quella, appunto, di chi sa scrivere bene, e sa farsi leggere.