Consegnare fiduciosamente la nostra vita a Dio

Un giorno una parola – commento a Isaia 64, 8

 

Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani

Isaia 64, 8

 

O uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: «Perché mi hai fatta così?»

Romani 9, 20

 

 

L’argilla non si modella da sola: ha bisogno di mani sapienti, pazienti, capaci di vedere oltre la materia grezza. Così è la nostra vita nelle mani di Dio. Mentre l’umanità si illude di essere autosufficiente e di avere il controllo sul proprio avvenire, la preghiera del profeta ci ricorda che non siamo noi gli artefici ultimi di noi stessi, ma il Signore che ci ha creati e che ci rigenera come suoi figli per riplasmarci a sua immagine e somiglianza.

 

Essere argilla nelle mani del vasaio, che è il nostro Padre eterno, non è sinonimo di passività, ma di un’intima relazione che ci lega a Lui. L’argilla si trasforma in un vaso utilizzabile se c’è qualcuno che la plasma e la lavora intenzionalmente con cura. Dio non è un vasaio distante, ma è un Padre pienamente coinvolto nel plasmarci, che conosce le nostre crepe da riparare e le nostre potenzialità. Quando ci sentiamo fragili, incompleti o deformati dalle circostanze, possiamo dunque avere piena fiducia che la sua opera non è terminata.

 

È vero, le crisi personali, le incertezze sociali ed economiche, le ferite interiori possono farci sentire smarriti. Ma proprio lì, nei nostri limiti, si apre lo spazio per l’azione di Dio. Egli continua a modellare e a trasformare ciò che sembra perduto in qualcosa di nuovo.

 

Vogliamo allora chiederci: ci stiamo lasciando plasmare dalle mani misericordiose del nostro Signore oppure resistiamo, irrigiditi nelle nostre paure e nelle nostre pretese di autosufficienza? Consegniamo fiduciosamente le nostre vite al Signore, come argilla nelle sue mani, e scopriremo che la sua forma è sempre più bella di quella che avremmo scelto da soli. Amen.