Marc Ribot. La forza della musica

Al Torino Jazz Festival un evento eccezionale domenica sera con il chitarrista Marc Ribot

Un evento eccezionale si è tenuto domenica sera a Torino. Una folla eterogenea si è recata presso lo storico locale Hiroshima Mon Amour per ascoltare Marc Ribot, chitarrista eclettico di fama internazionale.

Ribot è entrato nel cartellone del Torino Jazz Festival “all’ultimo minuto”… hanno ricordato i promotori; l’occasione preziosa è stata però colta “al volo” dal musicologo e direttore del Festival, Stefano Zenni.

Il “sold out” era inaspettato, in quanto lo spazio adibito ai concerti nel locale è davvero capiente. Eppure, è andata così.

Fuori dall’Associazione culturale molte persone erano in attesa già un’ora prima dell’evento: torinesi, persone giunte da paesi limitrofi e, con stupore, anche tanti stranieri. Trovare un “biglietto” per entrare senza prenotazione, era impossibile. “Do you happen to have a spare ticket? I’d love to buy it…” ha chiesto un signore a un gruppo di giovani davanti all’Hiroshima: “avete un biglietto che vi avanza? Lo comprerei volentieri…”, chiedevano allo stesso modo altri avventori. 

Ma veniamo al concerto.

Laterale al palco, posizionato in una piccola sedia (bassa, forse per poter controllare meglio la pedaliera), il chitarrista Ribot si era posizionato ponendosi quasi di spalle rispetto al pubblico. Alle 22,15 l’artista americano ha aperto la sua “performance sinfonica” proponendo sonorità rock, progressive, free jazz e percorrendo strade etniche e underground; Ribot, ha mostrato il suo volto sonoro, raccogliendo le vibrazioni positive del pubblico in sala, restituendole con forza e potenza vibrante.

Una naturale simbiosi, che traspariva anche nell’interplay con i suoi compagni di viaggio: Briggan Krauss al sax alto, Sebastian Steinberg al contrabbasso, Chad Taylor alla batteria. Ribot, come un fiume in piena, con la sua chitarra acustica amplificata, spesso distorta, ha offerto mille suggestioni: ruvidità, melodie sognanti, suoni etnici, rumori, tonfi sulla chitarra, spesso percossa, distonie calibrate, vere e proprie esondazioni musicali, mai assordanti. Un “John Zorn della chitarra” (sì, il John Zorn sassofonista che oggi produce musica classica), sussurrava qualcuno tra il pubblico.

La “nave di Ribot”, salpata in orario, sembrava muoversi dentro ad un mare in pieno tumulto sonoro. Ponendo sé stesso come un “Poseidone” condottiero, con piglio oltre le insidie, Ribot ha spronato con ripetute sollecitazioni la sua band di marinai. Marinai preparati, solidi, messi non a caso a sua difesa da possibili onde d’urto, e che lo hanno sostenuto per quasi due ore.

A “sostenere” la flotta c’era un gigante buono e dalla lunga barba bianca (una sorta di Zeus di Fidia – alleato per necessità al suo rivale Poseidone), Steinberg – grande due volte il contrabbasso per altezza e robustezza -, compagno di viaggio che non ha mai tolto lo sguardo dal suo chitarrista -; al centro, invece, per tenere ben salda la barra del timone c’era Taylor, musicista dal sound nero e con una ritmica precisa e propulsiva.

Infine, a ridosso del pubblico e “voce” della “coscienza” di Ribot emergeva il sassofonista Krauss – musicista dal suono sfuggente e struggente –, che ha intonato continui e pressanti contrappunti, volutamente fuori scena.

Dunque, dopo l’apertura con Fabrizio Bosso, sabato sera, all’insegna del jazz di matrice italiana, il Torino Jazz Festival per la sua seconda serata ha voluto proporre alla platea una dimensione più “rock” (più forte), regalando al pubblico un’agape musicale all’insegna della ricerca.

Con i suoi settantuno anni, il musicista di origini ebraiche ha offerto all’uditorio di Torino tutto il suo portato esperienziale e musicale, lasciando tutti gli astanti “a bocca aperta”; compresi i più ostici “puristi del jazz”. Una ballata jazz eseguita magistralmente a metà concerto – se mai ce ne fosse stato bisogno – ha confermato ai presenti di aver assistito al concerto di uno dei migliori chitarristi attivi nel panorama musicale internazionale.