Di segni e di visioni. Gabrielle Goliath
L’appuntamento con la rubrica di Riforma fra arte e spiritualità
Ha esposto a Dallas (nel 2022), a Basilea, a Edimburgo, a Stoccolma, a Parigi, e in molti altri luoghi del mondo. Sudafricana, non parteciperà alla Biennale di Venezia, perché il suo governo ha ritirato la propria partecipazione dall’evento.
Lei è Gabrielle Goliath. E il suo progetto centrale, Elegy, anche se ritenuto “troppo divisivo” dal ministro della Cultura sudafricano, a Venezia ci arriverà ugualmente: con una videoinstallazione nella chiesa di Sant’Antonin, sestiere di Castello.
Un’elegia è, nella tradizione letteraria e musicale, un canto per i morti, per ciò che è andato perduto. Goliath prende questa forma antica e la riempie di storie contemporanee, in un progetto articolato in una serie di performance, visive, relazionali e uditive.
Un respiro condiviso, e un canto – collettivo ma non corale – dedicato a storie di violenza e di perdita: le uccisioni di donne e di persone queer in Sudafrica; il genocidio delle popolazioni nama e herero, perpetrato dall’esercito coloniale tedesco nei primi anni del Novecento; quello in atto a Gaza e in Palestina, adesso.
Donne dalla pelle scura cantano una specie di lamento funebre, mentre sono visibili testi che ricordano la vittima di violenza cui il canto è dedicato. Non serve per rattristare, ma per far conoscere, quasi nominare: Goliath stessa ha spiegato che «ogni performance di Elegy ricorda una vita – una figlia, un’amica, una sorella, un’amante – e afferma che quella vita era amata e che manca».
La Bibbia conosce bene il lamento, nei Salmi, e non solo; Paolo, in Romani 12, chiede ai credenti di piangere con chi piange – non di consolare in fretta, non di spiegare, ma di stare. E noi tutte e tutti conosciamo la preghiera che non cerca risposte, ma chiede che al dolore non si aggiunga la solitudine.
È una forma di amore esigente, che richiede anzitutto di non distogliere lo sguardo. Goliath ne fa una questione di memoria, di cura, di consolazione e in certo modo di denuncia, non di spiritualità.
Noi, dovremmo.