Al lavoro ci si deve arrivare

Chi deve raggiungere il posto di lavoro, si trova ad affrontare tempi lunghi e disagi. Il tutto a scapito delle relazioni umane. Il nostro articolo per il 1° maggio

 

La frase «… un giorno è come mille anni», che ho trovata scritta con calligrafia arrabbiata sulla bacheca degli orari ferroviari in una stazione per pendolari, rappresenta un commento colto e polemico all’ennesimo disservizio. In concomitanza con la festa del lavoro, è utile ricordare che la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici vive la condizione del pendolarismo, un fattore spesso più incisivo di reddito, contenuto o status professionale nel determinare la qualità della loro vita e delle relazioni.

Sebbene in Italia il tempo medio dedicato agli spostamenti per lavoro sia, giornalmente, di circa 60 minuti – un dato che può sembrare accettabile –, quasi il 20% delle persone vi impiega 120 minuti o più. Questo avviene soprattutto nei due grandi centri metropolitani: Roma registra una media di 122 minuti per 25 chilometri, mentre Milano si attesta a 102 minuti per 23 chilometri. Ciò significa che, in media, in queste città si dedicano 44 ore mensili al tragitto casa-lavoro, l’equivalente di un’abbondantissima settimana lavorativa.

 

Analizzando il fenomeno, emerge che il 73% di tali spostamenti avviene tramite auto o moto, mentre il resto si divide tra mezzi pubblici e mobilità dolce, come biciclette o percorsi a piedi. Questa differenza, oltre a un impatto sulla salvaguardia ambientale, richiama anche una diversa “qualità del tempo”: dallo stress della guida nel traffico e negli ingorghi all’ansia per i ritardi e le soppressioni dei mezzi pubblici, fino all’esercizio fisico della pedalata. Oltre alla quantità, è infatti cruciale la qualità del tempo trascorso nei trasferimenti casa-lavoro, che incide direttamente sulla qualità della vita. C’è chi vive il viaggio come tempo liberato, comunque “di vita”, e chi lo considera solo tempo “perso”.

Negli ultimi decenni lo svuotamento demografico dei grandi poli urbani a favore di un incremento di popolazione nelle periferie e nelle aree interne è diventato il motore primario dell’odierno pendolarismo di massa, che culmina nella “gentrificazione” e nell’inaridimento abitativo dei centri storici di molte città, ormai votati ai B&B e all’accoglienza turistica.

 

Tale assetto, tuttavia, richiede a sua volta una grande necessità di lavoro di prossimità (pulizie, ristorazione) spesso svolto da lavoratori poveri, richiamati al lavoro nel centro delle città, ma per questo costretti a un pendolarismo estremo. Se un tempo la servitù viveva nella mansarda sopra il piano nobile, oggi abita a ore di distanza dai luoghi in cui presta servizio. Le scelte urbanistiche e immobiliari, specialmente nelle città a vocazione turistica, incidono quindi direttamente sull’equità tra i cittadini e sul loro diritto di raggiungere il posto di lavoro in tempi ragionevoli. Si incrociano così, in una visione politica coerente, piani edilizi, gestione delle licenze, trasporti pubblici e mobilità urbana.

Il pendolarismo aggrava anche la discriminazione di genere nel mondo del lavoro. A causa degli oneri di cura familiare, le donne rinunciano spesso alle migliori opportunità se queste richiedono lunghi spostamenti

 

I costi sociali di questo sistema sono enormi: l’impatto ambientale del pendolarismo con mezzi privati grava sulla sanità pubblica per circa 13/15 miliardi di euro all’anno. A questi si aggiungono i costi degli incidenti stradali collegati al pendolarismo, che ammontano a circa 3/4 miliardi annui e rappresentano quasi il 20% degli incidenti totali, incrociando i dati Istat e Inail. È evidente che investire nel trasporto pubblico, disincentivando l’uso dell’auto, rappresenta una delle manovre finanziarie più redditizie che il nostro Stato possa attuare.

Tuttavia, lo studio degli oneri sistemici rivela solo una parte del fenomeno. È a livello microscopico, nell’intimità fisiologica e psicologica di un abitacolo o di un vagone ferroviario, che il pendolarismo si mostra nella sua forma più totalizzante. Non si tratta di un vuoto “non-luogo”, ma di un complesso palcoscenico in cui il benessere individuale viene eroso o, paradossalmente, rigenerato. Se l’esperienza pendolare è stressante, oltrepassata la porta di casa, il lavoratore si ritrova sovente deprivato di qualsivoglia residuo di pazienza e forza comunicativa, proprio nell’unico lasso di tempo in cui partner o figli richiedono supporto, condivisione decisionale e interazione empatica. Inutile dire che tali disallineamenti sono terreno fertile per escalation conflittuali.

 

Eppure, lo spostamento può essere vissuto come un salutare spazio “liminale”. Il limine, la soglia, rappresenta uno stato intermedio sospeso: uno stadio psicologico in cui i vecchi abiti sociali sono stati provvisoriamente dismessi e i nuovi set comportamentali non sono ancora stati assunti nella loro interezza. È il confine tra impegni lavorativi e vita privata, un confine che molti hanno visto venire meno con lo smart working e la tecnologia sempre più pervasiva. Non a caso, c’è chi consiglia a chi lavora da casa una breve “passeggiata rituale” prima e dopo la sessione di lavoro, per segnare con un rito di pendolarismo non necessario la separazione tra i tempi e gli spazi della vita.

Pur non venendo meno all’impegno politico e civile per la riduzione dei costi individuali e sociali del pendolarismo, possiamo pensare di vivere individualmente quei momenti in riferimento al più grande viaggio liminale della Bibbia: la traversata del deserto, un tempo sospeso tra due situazioni. Il deserto biblico è ambivalente, proprio come il vagone del treno o l’abitacolo dell’auto: è luogo di mormorio, stress, conflitto e stanchezza, ma è anche il luogo in cui si medita, si pensa e si ascolta il cuore; il credente può ascoltare il Signore, cambiare, crescere o, in altre parole, vivere.