Lavorare in Medio Oriente nell’età post-coloniale

L’attività della Chiesa presbiteriana degli Usa nell’area mediterranea, fra sostegno e autonomia delle chiese figlie della missione, raccontata dal responsabile dell’area, Luciano Kovacs

Lo avevamo anticipato in febbraio: dal 1° marzo il coordinatore per l’area europea e mediorientale della missione mondiale della Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti (PcUsa) è l’italiano valdese Luciano Kovacs. Una scelta non casuale, che testimonia lo storico legame fra le due chiese e «il grande interesse da parte della PcUsa su quanto sta succedendo in Italia e sul ruolo delle chiese metodiste e valdesi, per esempio riguardo ai corridoi umanitari europei», sottolinea Kovacs, che abbiamo intervistato in collaborazione con l’agenzia Nev in occasione dell’ultimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, al quale ha partecipato come invitato.

Il suo lavoro, ci spiega, «consiste nel curare le relazioni con i partner della PcUsa in Europa e Medio Oriente: chiese sorelle (come la Chiesa valdese) e chiese fondate dai missionari statunitensi, che negli ultimi decenni da figlie della missione sono diventate indipendenti, pur mantenendo un legame importante, socio-politico ed economico». Altri partner sono organizzazioni non governative che si occupano di temi sociali vicini agli interessi della PcUsa.

La prima settimana di lavoro Kovacs l’ha trascorsa in Palestina, dove la PcUsa lavora con i cristiani palestinesi sostenendo progetti sociali e comunitari anche in Cisgiordania e Gaza, oltre a collaborare nel vicino Libano con il National Evangelical Synod of Syria and Lebanon (membro, tra gli altri, del Consiglio ecumenico delle chiese e della Comunione mondiale di chiese riformate) a favore dei profughi siriani.

La PcUsa, ricorda Kovacs, ha preso posizioni molto decise riguardo alla politica israeliana, ad esempio sulla questione del disinvestimento da aziende che operano nei territori occupati, come agenzie immobiliari che vendono o affittano case e appartamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Un’esplicita richiesta in questo senso è giunta dall’ultima assemblea generale (2018, GA223) al colosso americano RE/MAX (cfr. l’articolo qui).

Da questo esempio si capisce come la PcUsa sia una chiesa profondamente impegnata nell’ambito politico, sia interno che estero; e, come spiega Kovacs, è impossibile dividere i due ambiti: «Come chiesa statunitense, abbiamo un’enorme responsabilità verso quello che il governo fa nel resto del mondo. Dobbiamo avere un ruolo profetico a Washington, è importante che il mio ministero in Europa e nel Medio Oriente si rifletta lì dove vengono prese le decisioni. La “piazza pubblica” è quella: noi abbiamo un ufficio a Washington e uno alle Nazioni Unite, il lavoro di pressione politica avviene anche grazie a quello che recepiamo dalle varie aree geografiche. Al momento per esempio ci stiamo adoperando per una risoluzione sulla bonifica dei siti in Iraq dove nella prima guerra del Golfo sono state utilizzate armi chimiche e uranio impoverito, che stanno portando gravi malformazioni e malattie genetiche. Si tratta per noi di un’assunzione di responsabilità degli Usa, ma anche di un’azione per la pace nel mondo».

La responsabilità verso gli altri paesi si esprime anche nella dinamica post-coloniale e nei rapporti con i partner: «Dobbiamo fare in modo che qualunque residuo di colonialismo sia eliminato. Per questo siamo molto attenti a come finanziamo i nostri partner, vogliamo essere sicuri che le nostre relazioni missionarie abbiano un carattere di reciprocità e non di dipendenza. Stiamo mettendo in discussione il concetto stesso di missione, preferendo parlare di “missione dai margini” o “missione reciproca”. Dobbiamo sempre fare attenzione a non essere ingerenti: facilitare i processi, sostenere i partner, che però decidono sulla scelta dei progetti. Dobbiamo raggiungere obiettivi comuni che partono dalla nostra fede comune».

Questo percorso di maturazione e consapevolezza è vissuto dalla PcUsa anche al proprio interno, con il percorso teologico istituito nella GA 223, che ruota intorno ai capisaldi del capitolo 25 del Vangelo di Matteo (cfr. il nostro articolo sulla “chiesa Matteo 25” qui): «Le tre tematiche che compongono questo percorso sono la lotta alla povertà, l’eliminazione dei razzismi strutturali e la promozione della vitalità delle comunità. Per quanto riguarda il tema del razzismo, la PcUsa, eminentemente bianca, da diversi anni sta facendo un importante lavoro interno, che passa anche attraverso la nomina di afroamericani a cariche importanti: per esempio l’attuale Stated Clerk,il past. J Herbert Nelson II, una sorta di equivalente del moderatore della Tavola valdese».

L’impressione è di un grande dinamismo, quali sono le prospettive per il futuro? Kovacs ha già delle idee: «Questi primi mesi sono stati un percorso di scoperta e apprendimento, ora sto cominciando a pensare quali iniziative potrei promuovere; per esempio un viaggio itinerante per alcuni dei nostri partner sul lavoro diaconale. In Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Ungheria, oltre che Italia, si sta facendo molto: come “ministeri dell’estero” della PcUsa, possiamo offrire il nostro sostegno a livello di “capacity building”, di fare rete, potenziando la conoscenza reciproca. Un’altra proposta su cui sto lavorando è un incontro internazionale sulle migrazioni, probabilmente negli Stati Uniti, tra chiese del Mediterraneo, dell’America Latina e degli Usa». 

Foto di Pietro Romeo: Luciano Kovacs

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