Accadde oggi, 19 marzo

Un desiderio, non sempre frustrato, di affermazione. Philip e «gli altri Roth» della grande letteratura

I grandi Roth della letteratura mondiale sono tre. Il primo, austriaco, morì prematuramente: era Joseph (1894-1939), l’autore a cui si legò in gran parte la scoperta, anche italiana, della Mitteleuropa, avvenuta negli anni ’70. Il fatto che poi fosse morto alcolizzato a Parigi, dove fu anche giornalista di costume, nulla toglie alla sua capacità di raccontare la dissoluzione dell’impero austro-ungarico (Giobbe, La marcia di Radetzky, La milleduesima notte), che poi indicava (come la parte per il tutto) la dissoluzione della coscienza contemporanea, avvenuta fra le due guerre.

Il secondo, Henry (1906-1995), visse una lunga, anomala vita: pubblicò un capolavoro, Chiamalo sonno, nel 1934, e poi passò diversi decenni allevando anatre. Solo in età avanzata si rimise a scrivere, e furono altri capolavori, fra cui spicca Legàmi (in italiano 1998). Ma restò l’autore di «sei libri sei», in cui narrò la necessità per un ebreo di origine galiziana (ancora la Mitteleuropa) di inserirsi nel tessuto sociale statunitense.

Philip Roth è dunque l’unico vivente, ed è nato il 19 marzo 1933. All’incirca un anno fa ha annunciato di non voler scrivere più, e i suoi lettori si sono divisi fra chi ci crede e chi no. Ha pubblicato fra l’altro Il professore di desiderio, La lezione di anatomia, Pastorale americana, L’animale morente).

Come Woody Allen ha saputo raccontare le nevrosi, le aspirazioni e le ossessioni degli intellettuali ebrei americani: vite che paiono tutte chiuse in un’aura di professionalità à la page (giornalisti, registi, produttori televisivi, critici d’arte, ovviamente anche scrittori) che però, quando va bene, non dimenticano le origini popolari di tanti di loro. Popolari non significa necessariamente povere e nemmeno gente per bene: gente del popolo erano anche i piccoli gangster di C’era una volta in America. Significa, alla maniera americana, gente che lavora per migliorare il proprio status, cercando di non vergognarsi delle proprie origini. E, quando se ne vergogna, cerca di rifugiarsi nell’ironia e autoironia, anche amara, ereditata dai genitori o nonni scampati alla furia nazifascista negli anni 30.

Così più di un cerchio si chiude, fra questi tre scrittori tanto diversi fra loro. Non sempre in chiave drammatica, ma appunto, anche in chiave ironica: nel primo libro di Philip Roth, il Lamento di Portnoy, che non parla solo di sesso, la mamma del protagonista è dipinta come una donna autoritaria: «non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri». Il padre, invece, era stitico, tuttavia nutriva un sogno di affermazione per il figlio: «Là dove lui era stato prigioniero, io avrei volato»: sempre che gli intestini glielo permettessero.

Foto "Roth e Levi". Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia.