Per un’economia di Pace
Un’iniziativa ecumenica denuncia il peso sempre crescente delle spese volte alla militarizzazione e alla guerra. Un sistema intrecciato con l’uso delle risorse terrestri a esclusivo vantaggio di pochi
Ridurre le spese militari, cancellare il debito, contrastare le disuguaglianze fiscali, disinvestire dalla militarizzazione e dalle industrie estrattive, tutelare i diritti delle comunità indigene e regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale. Sono alcune delle proposte contenute nel documento finale, pubblicato in questi giorni, della consultazione «Economia di Pace», che a Panama City a fine agosto ha riunito teologi, leader ecclesiali, economisti, responsabili di gruppi giovanili, leader indigeni provenienti da tutto il mondo. L’incontro era promosso da Consiglio ecumenico delle chiese, Comunione mondiale delle chiese riformate, Federazione luterana mondiale e Consiglio metodista mondiale.
Irene Abra, componente della Commissione globalizzazione e ambiente (Glam) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) a Panama City ha partecipato alla X edizione della GEM School (Scuola ecumenica di governance, economia e gestione per un’economia della vita).
La pace non può essere separata dalla giustizia sociale, economica ed ecologica. Questo, in sostanza, è il contenuto del documento finale, promossa nell’ambito della Nuova Architettura Finanziaria ed Economica Internazionale (NIFEA), un’iniziativa ecumenica congiunta che denuncia il crescente peso delle economie di guerra e della militarizzazione, mettendoli in relazione con la crisi climatica e con un sistema economico definito “estrattivo”, nel quale profitti e ricchezza si concentrano a vantaggio di pochi mentre costi e rischi ricadono soprattutto sulle comunità più vulnerabili.
Un’economia da ripensare
Non è sufficiente intervenire sugli effetti delle crisi, sostiene la consultazione di NIFEA: occorre mettere in discussione le strutture economiche che le alimentano. Il documento considera il capitalismo finanziarizzato e fondato sui combustibili fossili non come un sistema neutrale, ma come una questione anche etica, morale e teologica. Vengono inoltre evidenziati i legami tra estrazione delle risorse, colonialismo, militarizzazione, disuguaglianze e degrado ambientale.
Al centro della proposta c’è quindi il passaggio da un’economia orientata alla crescita e alla massimizzazione del profitto a un’economia fondata sul “giusto necessario”, sulla reciprocità, sulla dignità delle persone e sul benessere degli ecosistemi.
«La pace è inseparabile dalla giustizia», si legge nel documento, che definisce la pace non come semplice assenza di conflitto, ma come presenza di relazioni giuste sul piano sociale, economico ed ecologico.
Un secondo elemento centrale è il confronto con le prospettive indigene, a partire dall’esperienza del popolo Guna. La Terra, Nabguana, viene descritta come una parente e non come una merce. Da qui deriva un’idea di economia basata sul permesso, sulla reciprocità e sull’equilibrio tra gli esseri viventi.
«La dignità e la capacità di agire della Terra stessa, Nabguana – nostra parente anziché merce», afferma il documento, proponendo di attingere ai saperi comunitari e indigeni per ripensare i modelli economici.
Le richieste alle chiese
Il documento traduce queste convinzioni in una serie di impegni e richieste concrete.
Alle chiese viene chiesto innanzitutto di agire per promuovere il taglio delle spese militari, salari dignitosi, la cancellazione del debito e una maggiore giustizia fiscale. Tra le proposte figura un’imposta globale del 2% sui patrimoni dei miliardari e un’aliquota minima internazionale del 25% sulle società. Viene inoltre chiesto alle chiese di disinvestire da settori legati alla militarizzazione e alle industrie estrattive, orientando invece le risorse verso energie rinnovabili e strumenti finanziari radicati nelle comunità.
Un’altra richiesta riguarda la formazione: il tema dell’Economia di Pace dovrebbe entrare nei materiali educativi, liturgici e omiletici e nei percorsi di formazione teologica. Alle comunità ecclesiali viene inoltre chiesto di sostenere il principio del Consenso libero, preventivo e informato (FPIC), soprattutto nei confronti delle popolazioni indigene interessate da attività estrattive.
«La neutralità, di fronte a queste realtà, non è un’opzione», afferma il documento, richiamando le chiese alla responsabilità di fronte alle conseguenze della militarizzazione, delle disuguaglianze e della crisi ecologica.
Le richieste ai governi e alle istituzioni internazionali
Ai governi e alle istituzioni internazionali viene chiesto di porre fine alla militarizzazione e di destinare le risorse oggi impiegate per armamenti e conflitti alla lotta alla povertà, alla crisi climatica e a una transizione giusta.
Tra le proposte figurano inoltre la regolamentazione dell’estrazione e del commercio di combustibili fossili e minerali critici, la tutela dei diritti territoriali delle comunità coinvolte, l’eliminazione dei sussidi alle industrie fossili e la costruzione di sistemi commerciali e finanziari più equi e inclusivi. Il documento chiede anche di porre fine all’uso degli embarghi come strumenti di guerra.
Particolare attenzione è dedicata infine alla tecnologia e all’intelligenza artificiale. La richiesta è che l’IA e le infrastrutture digitali siano orientate al bene comune e non alla militarizzazione, garantendo al tempo stesso tutele rispetto al consumo di terre e risorse idriche, comprese quelle indigene, necessario alla costruzione dei grandi centri dati.
L’obiettivo indicato dalla consultazione è dunque quello di costruire un’Economia di Pace non come modello imposto dall’alto, ma come processo partecipato, capace di partire dalle comunità e dalle loro esperienze. Una trasformazione che, nelle parole del documento, richiede di superare le strutture ereditate dal colonialismo e di privilegiare equità, benessere ecologico e partecipazione democratica rispetto alla massimizzazione del profitto.
Il testo integrale è disponibile qui in fondo all’articolo, grazie alla traduzione di Antonella Visintin.
Photo: LWF/Albin Hillert’