Scuola, luogo di uguaglianza

Notizie di violenza e proclami di esclusione giungono all’inizio dell’anno scolastico: eppure, l’istruzione per tutti e tutte è costitutiva di una società umana e moderna. A Roma il convegno sulla “convivialità delle differenze”

 

L’anno scolastico è iniziato con notizie che ci rattristano profondamente. Episodi di grave violenza, agita e subita, che riguardano giovanissimi, sono indicatori di un disagio e malessere che, da questione che vorremmo ridurre a mero fatto individuale, si fa invece irrimediabilmente collettiva. È una chiamata in causa del diritto delle e dei più giovani allo sviluppo della dimensione relazionale, a cui ci chiama la tutela dei diritti fondamentali e l’adempimento del dovere di solidarietà sociale costituzionalmente sancito. La scuola, pubblica, laica, inclusiva, è la formazione sociale dove si svolge – e si forma – la personalità delle giovani generazioni e dove si esercita – e si impara – il significato dell’uguaglianza, senza le troppe e ingiuste distinzioni che discriminano.

 

Al profondo disagio causato dall’aggressione, a Roma, di un’insegnante da parte di un giovane studente è seguita la constatazione della gravità della dimensione in cui l’evento si inserisce. Da una parte il sospetto del contatto, mediante reclutamento via web, con gruppi d’ideologia suprematista; dall’altra l’intervento determinante del giovane studente con background migratorio, ben presto confluito nel dibattito sulle dichiarazioni dell’insegnante soccorsa, apertamente in favore delle politiche di remigrazione.

 

Pochi giorni dopo, in altra parte d’Italia, il tema delle classi di scuola primaria quasi interamente composte da bambini di origine bangladese fa notizia per la fuga dei pochi studenti italiani al di fuori dei quartieri a forte impatto multietnico. Il terreno per un posizionamento politico di rincorsa su posizioni marcatamente nazionaliste e identitarie non si è fatto attendere e le prime pagine dei quotidiani hanno aperto con la notizia di un imminente decreto del Governo destinato a far discutere ben oltre questa settimana. Il tetto del 30% di studenti di origine straniera, già previsto da una circolare del 2010, si vorrebbe diventasse legge con riferimento agli alunni con cittadinanza extra UE e con scarsa conoscenza della lingua italiana. Una norma da applicarsi entro un bacino di circa un milione di bambini e bambine che frequentano la scuola anche con lo scopo di ricevere una piena e corretta alfabetizzazione.

 

Il problema delle classi a due velocità esiste, mancano risposte concrete: mediatori linguistici e culturali, piano di assunzioni straordinarie, nuove strategie di formazione in grado di affrontare realtà in molti casi immodificabili mediante norme inapplicabili. La norma sul tetto alle cosiddette classi miste è accompagnata dall’annuncio di una disposizione “anti burqua”. Inutile ricordare che il divieto di coprire totalmente il volto nei luoghi pubblici è già legge in Italia almeno dal 1975 e che la norma-manifesto rischia di colpire i pochissimi casi in cui la questione della copertura integrale delle bambine è un tema anche di diritto allo studio.

 

In questo ambito parlare di “ora di religione” può sembrare riduttivo. Le questioni del nostro tempo vanno ben oltre le sole scelte religiosamente orientate e i problemi della scuola superano di gran lunga lo spazio del solo insegnamento confessionale. Eppure anche questo spazio, oggi più che mai, necessita di una ridefinizione che manifesti la capacità e la volontà di costruire una scuola più uguale e più inclusiva. Se la spinta per politiche cui l’attuale governo ci ha ormai abituato si manifestano in programmi ministeriali marcatamente identitari, anche l’ora di religione torna a essere un tema di posizionamento. Il richiamo all’italianità rischia di manifestarsi anche attraverso la riaffermazione delle radici confessionali e per la doverosità di un insegnamento disciplinare che ne rimarchi l’essenzialità per la preservazione della cultura nazionale. In questo paradigma da guerra culturale, la scuola non può essere l’ennesimo campo di battaglia. Il tema della riforma dell’insegnamento del fenomeno religioso nelle scuole italiano si proietta così in una dimensione globale, che riguarda il nostro vivere insieme.

 

Con questo spirito e forte di decenni di dibattito entro il protestantesimo italiano, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha aderito alla proposta di un convegno che intende esplorare le ragioni di un cambiamento dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica. Nato nel contesto di riflessione proprio dell’Istituto per gli Studi ecumenici “S. Bernardino” di Venezia, il convegno vuole discutere i risultati di un documento che affronta i nodi tematici di una nuova proposta formativa per il nuovo pluralismo culturale e religioso. Senza esulare dalle differenze di approccio e accogliendo l’invito al confronto sulla base degli ineludibili principi di laicità e libertà religiosa, l’occasione consentirà di riflettere sull’urgenza e sulla necessità di un ripensamento dell’insegnamento che vuole essere pubblico, aconfessionale e pluralista, “per una convivialità delle differenze”. L’appuntamento è pertanto il prossimo 6 ottobre, presso l’Università Sapienza di Roma, per un necessario confronto come antidoto alle politiche d’odio che siamo chiamate e chiamate a contrastare.

 

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