Marie Durand la protagonista de l’Assemblée du Désert 2026
Migliaia di persone per uno degli appuntamenti più cari per i protestanti francesi
Il caldo soffocante non ha bloccato le migliaia di persone che come ogni anno sono salite sulla collina che porta a Mas Soubeyran nei boschi delle Cévennes, nel sud della Francia. La prima domenica di settembre si celebra “L’Assemblée du Désert” (l’Assemblea del deserto), una cerimonia speciale, aperta a tutti i protestanti di Francia, che commemora il modo in cui gli ugonotti praticavano il loro culto durante le guerre di religione: clandestinamente e all’aria aperta.
Con il termine Désert si intende infatti il periodo di forti persecuzioni subite dagli Ugonotti nel periodo compreso fra la revoca dell’editto di Nantes (1685) e la rivoluzione francese (1789). Un secolo di battaglie, repressioni, violenze, isolamento. Privati della libertà di culto, lontani dalle città, nascosti in aree remote, in foreste, boscaglie, grotte, i protestanti sono costretti a vivere la propria fede in clandestinità, in Linguadoca, nel Delfinato e nelle Cévennes. Il deserto è anche il simbolo dell’esodo del popolo di Israele dalla Terra Promessa, traslato e associato in questo caso alle pene dei protestanti francesi.
Nel 1880 la Società di storia del protestantesimo francese decide di acquistare la vecchia casa in cui, nel 1680, nacque Rolland Laporte, uno dei principali capi dei Camisards, i combattenti che si batterono per la libertà religiosa all’inizio del secolo che porterà alla rivoluzione francese.
Siamo nella frazione di Mas Soubeyran, parte del Comune di Mialet, nel dipartimento del Gard. Nel 1910 la casa diventa il luogo della memoria del periodo del Deserto. Da allora l’esposizione si è costantemente arricchita di reperti, testimonianze, volumi, relativi alla storia ugonotta nel Paese.
È stata Marie Durand, la donna rinchiusa a partire dal 1730 per decenni nella prigione della Torre di Costanza ad Aigues Mortes in Camargue per non aver abiurato la propria fede protestante la protagonista di questa edizione, che coincide con i 250 anni dalla morte di Durand.
I pastori, se catturati, finivano sul rogo, gli uomini alle galere, le donne nella Torre. In questo luogo inizia una storia dentro la storia, perché in questo spazio angusto prese forma la resistenza delle donne ugonotte che avevano frequentato le «assemblee clandestine» come Marie Durand.
Dal 1709 al 1759 (ultimo anno in cui si verifica un ingresso per arresto), sono 88 le donne che «passano» nella Torre. Come si usciva, se si usciva, dalla Torre di Costanza? Su 87 donne, 9 abiurarono, 31 scomparvero (non si conosce l’esatta fine, l’ipotesi più probabile è che morirono e non si trascrisse la loro morte), 30 risultano decedute, una evasa e 16 ottennero la libertà. «Toccò a una donna sola- spiegava in un articolo la storica Bruna Peyrot – , come sovente succede, diventare simbolo di altre resistenti: Marie Durand (1715-1776). Figlia di Etienne, greffier consulaire, cancelliere cittadino con il compito di registrare gli avvenimenti del paese, gli arrêts, le ingiunzioni e gli atti burocratici, sorella di Pierre, pastore al Désert, Marie discendeva da una famiglia di solida tradizione protestante che non aveva approvato né gli eccessi guerriglieri camisards, né gli slanci mistici delle profetesse. Il padre aveva scelto, dopo la Revoca dell’Editto di Nantes, di mantenere una quieta fede famigliare, raccontata fra le pareti domestiche o alle “assemblee clandestine”. Fede quieta non aveva significato cedere, tant’è che il figlio Pierre era diventato ministro di culto e sia Etienne che Marie avevano pagato con l’incarcerazione la loro libertà di coscienza. Sia il vecchio padre che lei, infatti, erano stati arrestati per ricattare Pierre, stanato infine dalla sua clandestinità e mandato al patibolo. Marie era entrata alla Torre di Costanza nel 1730. Subito aveva cercato di recuperare la solidarietà fra le prigioniere, divise da appartenenze geografiche, sociali e teologiche. Profetesse e donne riformate litigavano sul significato delle Scritture, le cittadine spesso mal sopportavano le campagnole. In nome della fede comune, Marie invocò la riconciliazione comune. Lo dimostrano 49 lettere scritte dalla Torre, dal 1734 al 1775, mentre la Francia stava affrontando la «guerra dei sette anni» contro gli inglesi, mentre all’est stava sorgendo una nuova temibile potenza, la Prussia.
Da ogni riga delle sue missive, oltre il lamento per i dolori fisici e il dolore della reclusione, oltre la preoccupazione per la sua chiesa incatenata, traspare un’ostinata capacità di resistenza, proprio come la parola che pare lei stessa abbia inciso sul camino centrale della sala alta della Torre di Costanza: Register. Marie non era un’intellettuale, ma donna colta del suo tempo. Sapeva leggere e scrivere, capacità messa a disposizione delle compagne di prigionia, rese visibili dalla sua scrittura. Senza le sue testimonianze, infatti, non avremo che frammenti – brevi biglietti, piccoli messaggi – del passaggio delle donne nella Torre. L’autopresentazione di Marie rivela una donna piegata ma non spezzata, una donna sconfitta ma non vinta, una donna reclusa ma interiormente libera, una donna in catene che combatte. Soltanto una personalità cosciente di se stessa avrebbe potuto resistere nel maniero di Aigues-Mortes, soltanto una personalità fortemente motivata avrebbe potuto impedirsi di abiurare, sapendo che con quel gesto avrebbe oltrepassato la soglia di un portone che le restituiva la vita all’aria aperta. Ciò non significò non accusare debolezze spirituali.
Molti furono i momenti in cui a tutte parve di dover cedere. Alcune cedettero. Marie cantava i salmi e scriveva. La scrittura sola, forse, poteva restituirle la dignità umana di cui era stata privata. Manteneva un dialogo, oltre che con se stessa, con il “fuori” e attraverso quel dialogo anche la fede tornava a lei vivificata. Marie Durand divenne dunque il simbolo di una resistenza profetica che non prevedeva il futuro, bensì testimoniava trasfigurando il proprio tempo alla luce della fede. In altre parole, non fu una mistica che si elevò nella luce del Signore, attivò su un gruppo di donne il potere di una promessa che soltanto la fede poteva sostenere, pur essendo messa alla prova ogni giorno da condizioni materiali inaccettabili. La libertà per la ormai vecchia e stanca Marie, con poche altre compagne, arrivò soltanto nel 1768, per tutti i protestanti si dovette attendere fino al 1787, alle soglie della Rivoluzione francese. Marie non si smentì neanche da libera: invitò a vivere con lei nella casa avita una amica di prigionia e un ugonotto uscito dalla navigazione forzata sulle galere. La storia di Marie si tramandò nel mondo protestante francese e anche nel mondo valdese.
Si narra che la parola Resistenza al nazifascismo sia stata proposta in ricordo delle prigioniere della Torre. Al tempo dell’occupazione nazista, rappresentata dal regime del maresciallo Pétain, un gruppo di intellettuali, riuniti al Musée de l’homme a Palazzo Chaillot a Parigi, divulgava un foglio intitolato «Résistence» che non arrivò oltre i cinque numeri, perché per il tradimento di una spia, diciannove militanti furono processati di cui dieci condannati a morte. Il titolo era stato suggerito da Yvonne Oddon, bibliotecaria del Musée, una protestante che si era ricordata di un’antenata prigioniera nella Torre di Costanza, alla quale la resistenza al nazifascismo era sembrata la continuazione di quella all’assolutismo del XVIII secolo».
Diversi temi si sono sviluppati attorno alla figura di Marie Durand in questo appuntamento del 2026: le donne, la forza della fede, la resistenza e la memoria.
È stato il sermone della pastora Sandrine Maurot ad aprire queste riflessioni, incentrate su un’altra Maria, la Maria di Nazareth. «Forse dobbiamo sfatare il pregiudizio secondo cui i protestanti non si interessano a Maria di Nazareth. Se Étienne Durand, un convinto ugonotto, imprigionato per quattordici anni per la sua libertà di coscienza, decise nel 1711 di chiamare sua figlia Maria, fu perché vedeva in Maria di Nazareth un esempio di fede», ci ricorda.
Una donna «in fondo alla scala sociale», «una giovane contadina in una terra occupata e disprezzata dai Romani». La storia non avrebbe dovuto ricordarla, né permetterle di riscattarsi. Eppure, sottolinea la pastora, «l’universalismo che Maria incarna ci impedirà sempre di considerare che esistano esseri umani di classi diverse, più o meno degni, perché la grazia che ci raggiunge personalmente instaura simultaneamente la fraternità e la sorellanza umana su solide fondamenta, cosicché non esiste mai un essere umano meno degno o con meno diritti».
Dopo il pranzo, spesso condiviso con diverse persone, Jean-Raymond Stauffacher, segretario generale della Federazione protestante di Francia, ha affidato al Signore «le donne che, in tutto il mondo, resistono per la loro fede, per la loro dignità, per la loro libertà di coscienza». Con loro, ha pregato anche per i «difensori dei diritti umani», sostenuti in particolare da Azione dei Cristiani per l’Abolizione della Tortura (ACAT), chiedendo al Signore di rafforzarli come aveva rafforzato le donne tenute prigioniere nella Torre di Costanza.
I due interventi pomeridiani hanno proseguito queste riflessioni. Il primo ha offerto una comprensione più profonda di Marie Durand, rivelandone le diverse sfaccettature. Lungi dall’immagine di un’«eroina solitaria, contemplativa o mistica», ella «era molto con i piedi per terra», ha ricordato Inès Kirschleger al pubblico. Attraverso le sue lettere, Kirschleger ha rivelato una Marie Durand più umana, più vicina a coloro che ancora oggi la ricordano.
Kirschleger ha inoltre reso omaggio a «tutte le sue compagne di sventura, i cui nomi sono stati dimenticati, ma che, come lei, hanno resistito come meglio potevano».