L’Afghanistan che non si rassegna

Dopo il ritiro della presenza occidentale, il 15 agosto di cinque anni fa, la popolazione cerca di resistere: le donne, a cui viene impedito di studiare, inventano altre modalità. Ma è giusto chiedere loro di resistere e poi, sostanzialmente, lasciarle sole?

 

Il 15 agosto 2021 Kabul non cadde con il fragore di una battaglia, cadde nel silenzio assordante di un tradimento occidentale e, mentre i talebani entravano all’aeroporto, migliaia di persone si ammassavano lungo la recinzione sperando di poter fuggire. Dopo vent’anni trascorsi a parlare di democrazia e diritti delle donne, l’Occidente se ne andava lasciando sulla pista persone e promesse. Non fu soltanto un ritiro, fu la consegna di quanti avevano creduto che il futuro non sarebbe tornato agli uomini armati. Ma così vollero gli Stati Uniti, e così accettarono tutti.

Sono trascorsi cinque anni da quel giorno caldo in cui il mondo osservava in vacanza, anni che nella storia di un paese sembrano pochi, ma che nella vita di una ragazza sono quasi tutta la scuola secondaria, che ora le è vietato frequentare, il tempo delle scelte. Per milioni di afghane questi anni sono trascorsi nella stessa stanza: libri nascosti, lezioni interrotte, voci abbassate e per fortuna, fino a quando ci sarà, una connessione internet. Dopo cinque anni, siamo di fronte a una generazione sta imparando non quello che potrebbe diventare, ma quello che le è vietato essere.

 

Il 15 agosto 2026, i talebani hanno festeggiato la vittoria e la sicurezza conquistata, i combattimenti sono diminuiti e in alcune regioni le strade sono meno pericolose. Per chi ha seppellito familiari, dopo 50 anni di guerre, non è un dettaglio, ma la pace non si misura contando le bombe che non esplodono.

La stabilità appartiene al regime, non all’Afghanistan, la durata di un regime non prova la sua capacità di governare, dimostra soltanto che sa conservarsi.Uno Stato dovrebbe misurarsi dalla possibilità di studiare, lavorare, curarsi, dissentire.

Secondo l’Onu, quasi 22 milioni di afghani hanno bisogno di assistenza, uno su 7 la riceve. La Banca Mondiale registra una crescita economica che non viene condivisa, e un calo del 5,6 per cento del Pil pro capite. Vengono riscosse meglio le tasse, la produzione di oppio è quasi ferma, ma le cliniche sono senza medicine, le famiglie vendono l’ultima capra, mandano un figlio a lavorare o accettano un matrimonio precoce per una figlia, se non addirittura la vendono per sfamare gli altri.

 

Più di 2,6 milioni di ragazze sono state private dell’istruzione secondaria. L’Afghanistan è l’unico paese al mondo in cui scuola secondaria e università sono precluse a ragazze e donne, mentre la loro partecipazione al lavoro è crollata al 5,1 per cento.

Le organizzazioni umanitarie segnalano un aumento di suicidi tra le adolescenti che non riescono a vedere un futuro, sette afghane su dieci giudicano cattiva o molto cattiva la propria salute mentale. Esperti dell’Onu e attiviste chiamano questo sistema che le cancella “apartheid di genere” e la cancellazione delle donne rappresenta una crisi senza precedenti per un futuro di pace e progresso.

 

Eppure, l’Afghanistan non ha smesso di muoversi, in stanze senza targhe, insegnanti clandestine trasformano i salotti in aule clandestine, alcune ragazze studiano online, altre seguono lezioni di medicina segreta tenute da dottoresse escluse dal lavoro.

Oggi, la sanità vive sul lavoro di ostetriche, mediche e operatrici umanitarie, ma il divieto di formare personale femminile prepara una catastrofe lenta. Una donna non viene visitata da un uomo, che cosa accadrà quando non ci saranno più dottoresse? Dopo il terremoto del 2025, l’Organizzazione mondiale della Sanità stimava che nove sanitari su dieci fossero uomini, e chi soccorre una donna sotto le macerie se un uomo non può toccarla?

Le poche Ong internazionali, che una volta proponevano progetti di imprenditoria femminile, ora tengono aperti ambulatori, centri nutrizionali, insegnano a cucire o danno soldi alle vedove, negoziando con i talebani permesso dopo permesso, ma i tagli ai fondi spezzano questa rete, non ci sono mai abbastanza soldi e non ci saranno mai se si parla di Afghanistan un giorno all’anno.

 

Spesso le donne afghane vengono definite resilienti, solo perché consola chi guarda da lontano: si celebra la loro forza e poi le si lascia sole. Non dovrebbero diventare eroine per meritare un libro o una visita medica, non hanno bisogno di essere ammirate, ma sostenute.

 

E così, intanto il mondo si abitua per indifferenza o interesse, a partire dalla Russia che ha riconosciuto il governo talebano, mentre altri paesi, l’Unione Europea stessa, discutono con Kabul di commercio e rimpatri. O la Cina, che ha dato miliardi per prendersi le miniere in appalto. Naturalmente, parlare con i talebani è necessario, ma farlo senza condizioni mentre i diritti scompaiono dal tavolo, non è pragmatismo, è normalizzazione.

E se tra cinque anni, i talebani saranno ancora al potere, che cosa resterà dell’Afghanistan, quante luci avremo lasciato spegnere, scambiando il silenzio per pace?

 

Barbara Schiavulli è giornalista di guerra e direttrice di www.radiobullets.com