Tempo di Gina
L’ultimo libro di Federico Jahier
È uscito nei giorni scorsi Viaggio al tempo di Gina. Partigiana, maestra, assessora, ultimo libro di Federico Jahier dedicato a vicende della Resistenza (ed. Graphot). Ne abbiamo parlato con l’autore.
– Molti libri dedicati alla Resistenza, anche romanzi, sono strettamente legati ai luoghi, ed è così anche per Viaggio al tempo di Gina: dove ci troviamo, dove si collocano i vari momenti dell’azione e della vita di questa persona straordinaria?
«La storia di Domenica Saracco detta Gina inizia dalla cascina di San Secondo di Pinerolo dove vive con la madre, continua a Barge e poi a Nichelino, nei caldi anni ’70, quando diventa la prima donna assessora del Comune. Nel 1943, non ancora diciottenne, sceglie di diventare partigiana. In questo romanzo viene affiancata da Aurora – una studentessa del liceo “Porporato” di Pinerolo proveniente dagli anni 2020 – grazie a una profonda e originale immedesimazione storica. Insieme percorrono, in bicicletta o con un biroch (un carretto), le falde delle montagne delle valli Chisone e Pellice. Spaziano pericolosamente nella pianura fino a Garzigliana, Osasco o Vigone dove i partigiani migrano, per ragioni strategiche, nell’inverno del ’44. Dopo la guerra Gina diventa maestra a Barge e a Nichelino. Visto il suo carisma è ricordata ancora oggi con trasporto dalle ex allieve. Conclude la sua militanza a Nichelino, dove le viene intitolata la sala consiliare».
– È sempre più frequente ricordare figure di donne che hanno fatto la Resistenza…
«Le donne attive nella Resistenza sono più di 30.000, 3.000 di loro vengono deportate e 600 torturate e uccise. Le famiglie delle partigiane subiscono rappresaglie fasciste. La stessa madre di Gina le ripete “Tn fas brusé la cà” (ci farai bruciare la casa). Se possibile la scelta resistenziale delle donne è più coraggiosa di quella dei maschi. Le donne infatti non devono sottrarsi alle chiamate alle armi della Repubblica di Salò, e quindi la loro adesione è del tutto volontaria. Le partigiane dimostrano di poter essere altro, non solo madri e angeli del focolare. Dopo la liberazione però il contributo femminile alla causa è taciuto per decenni. Un silenzio colpevole a cui bisogna rimediare, anche al giorno d’oggi».
– Rispetto ai romanzi precedenti (Le scarpe di Angiolino, 2022, e La locanda di Viola, 2024), questo libro usa più massicciamente la forma dialogata: una scelta stilistica o una necessità dettata dai fatti narrati?
«Sì, ci sono dialoghi particolarmente intensi, come quello tra Gina e sua madre, quando Gina le comunica che vuole entrare nella Resistenza. Il confronto è vibrante. Le due donne si amano, ma non si fanno sconti e Gina minaccia di scappare di casa. Oppure il dialogo tra Aurora e Gina, quando quest’ultima le racconta dell’agonia del padre che aveva respirato l’iprite sul Piave. O il terribile confronto notturno con il comandante delle Brigate Nere. O quello più leggero sulla tragica assenza, a parer di Aurora, nel 1944, di smartphone e Instagram o anche sull’illuminazione con la lampada a olio e il riscaldamento col putagé».
– Il libro è uscito praticamente negli stessi giorni in cui La locanda di Viola otteneva, a Omegna, un premio attribuito dagli studenti: un buon segnale, mi pare, mentre tendiamo a pensare che la memoria di quei fatti si vada perdendo…
«Un segnale di speranza, dati i tempi che corrono. I ragazzi e le ragazze delle terze medie hanno selezionato La locanda di Viola, il libro scritto assieme ad Andrea Geymet, assegnandogli il primo premio nella categoria “Giovani” del Concorso letterario Omegna 2026 “Della Resistenza”. “L’opera è stata particolarmente apprezzata – scrivono i ragazzi nella motivazione – per il linguaggio capace di rendere comprensibile e appassionante un periodo storico complesso anche a chi non lo ha ancora approfondito nel percorso scolastico. La trama avvincente, il ritmo narrativo incisivo e la qualità dei dialoghi, accompagnano il lettore in una vicenda ricca di emozione e significato”. Che dire di più?».