Giellismo e Azionismo. Cantieri aperti

Due intensi giorni di seminario fra antifascismo, Resistenza, costruzione dell’Italia repubblicana

 

Cantieri aperti” è ancora una volta il titolo del seminario in due fittissimi giorni su “Giellismo e Azionismo”, organizzato il 29 e 30 aprile dall’Istituto della Resistenza di Torino, e giunto alla sua ventesima edizione. Impossibile seguire nei dettagli questa ricchissima ricostruzione, di cui trascriverò qui solo alcuni fili di ragionamento. I cantieri sono ancora aperti, in tutti questi anni di scavo storico, perché complesso e variegato è quel mondo, e altrettanto frastagliati i percorsi di vita di coloro che vi presero parte, e che, pur minoritari, contribuirono a scrivere la storia d’Italia – nell’antifascismo e nella Resistenza prima, e nel dopoguerra poi –  fino a defluire ciascuno per la sua strada nei vari partiti politici della sinistra, o dedicandosi a vivificare la cultura italiana, rimasta strozzata dalle vicende del ventennio fascista, e impedita nel suo libero espandersi dalla dittatura, che non voleva il libero confronto delle idee, tantomeno se rivolte all’Europa, all’America.  E’ quella che è denominata “galassia azionista”.

 

Qual è dunque l’eredità del Partito d’azione, in cui confluirono, con immediati contrasti, i resistenti di “Giustizia e Libertà”? (Andrea Ricciardi). Un partito nato dentro la stessa guerra mondiale, con l’intento di fornire un contributo di coraggioso rinnovamento , ma già da subito attaccato dagli altri partiti come costituito da un gruppo di folli, di sognatori. E già da subito diviso al suo interno tra diverse correnti, di social- liberismo e di liberal-socialismo. Era quello che Giovanni De Luna ha chiamato “il partito della Resistenza”, che ha avuto nella Resistenza il suo punto alto, con 35.000 partigiani e ne abbiamo conosciuti nelle Valli valdesi, i GL in Valpellice (così come i Garibaldini nelle montagne di Rorà, così come i confinanti Autonomi di Serafino , e di Marcellin più in là, nella Valsusa): era impossibile durante gli anni di combattimenti immaginare una formazione teorica comune.

 

Già nel ’43 , con il convegno clandestino di Firenze  si delineano le diverse correnti, che si evidenziano maggiormente nel congresso di Cosenza del ’44, dove, a causa della divisione dell’Italia, con il Nord ancora sotto occupazione nazista, risulta una prevalenza di partecipanti del Centro e del Sud Italia. Nell’Italia repubblicana, poi, c’è una sottovalutazione da parte degli azionisti dei partiti di massa: il PdA non ha un referente sociale, viene attaccato come un partito borghese, di intellettuali, di generali senza truppe. Ma la borghesia italiana nel suo complesso non era un ceto rivoluzionario, e i borghesi illuminati votarono per altre formazioni politiche. Se Parri cercò – inutilmente – di tenere unite le forze del CLN,si evidenzia da subito il dualismo Lussu/La Malfa, e poi  a sinistra Lombardi/Foa: in ben cinque convegni organizzati sui vari temi politici ed economici sul tappeto, si evince la difficoltà di tenere insieme l’orizzonte ideologico e il che fare.

 

Una proposta unitaria non c’era, c’era l’elemento comune dell’antifascismo, e poi della Costituzione. Nell’ottobre ’47, infine, il PdA si dissolve: la maggior parte confluisce con i socialisti, una parte più a destra con i repubblicani, contribuendo a rinnovare questi partiti, e molti non vanno da nessuna parte, si dedicano all’impegno culturale, criticati come moralisti. I vari azionisti furono contraddittori sia al governo che all’opposizione, per la radicalità della loro scelta politica. Forse era disamore per il potere? (Ada Gobetti, Riccardo Bauer, perseguono dei progetti con radicalità). Scrive Vittorio Foa ne “Il cavallo e la torre”: “Il Partito d’azione vive in me come una metafora della ricerca”.

 

Venendo alla storiografia sull’azionismo,(Luca Polese),c’è la difficoltà di affrontarla unitariamente, poichè si tratta perlopiù di “archivi diffusi”. E c’è anche una differente valutazione storica: il revisionismo attacca il “Gramsciazionismo”, e tenta di disarticolare il rapporto con la Resistenza; lo storicismo ridimensiona l’azionismo nella resistenza civile; c’è poi la visione che ne sottolinea la radicalità riformatrice all’interno della democrazia, interpretandolo come un partito “presbite”, che vedeva solo lontano, che anticipava le trasformazioni, che era insofferente sui tempi della politica (Paolo Soddu). Ma non si possono rescindere le radici nella Resistenza (Giovanni De Luna): senza resistenza armata non ci sarebbe stata resistenza civile.

 E, parlando dell’esperienza dell’antifascismo (Ersilia Alessandrone Perona), bisogna notare che il lascito di Gobetti – di cui quest’anno si ricorda il centenario della morte, nel 1926 – riemerge  nel secondo dopoguerra, e fu assunto da Ada , che scrisse i quaderni di “Italia Libera”, uno dedicato a Gramsci e uno a Gobetti, di cui sottolineò un profilo operaista, per la sua esaltazione dei consigli di fabbrica nel “biennio rosso”, e non quello del martire:

 

“La parabola di Gobetti è stata troppo veloce e la sua presenza fragile, ma possiamo definirlo un ruscello carsico, che esiste, alimenta, a cui si attinge e ogni tanto riemerge”.

 Assistiamo alla diaspora degli azionisti dopo lo scioglimento del Pda, in un mondo in trasformazione: in particolare Paolo Borgna ripercorre le vicende italiane e internazionali del dopoguerra attraverso i “Diari” di un protagonista, Giorgio Agosti , che decide nel febbraio del ’48 di dimettersi dal suo incarico di questore, per l’impossibilità di svolgere il suo incarico con un ministero come quello di Scelba e nelle contrapposizioni frontali di “un’Europa metà rossa e metà nera”. E, come si evince anche dalle posizioni dell’amico, il “mite giacobino “ Alessandro Galante Garrone, in tante contrapposizioni l’unico valore in cui credono è l’Europa.

 

E il tema del federalismo, sviluppatosi già da Ventotene, ma poi differentemente svolto dai vari protagonisti,  è presente fin nel programma del Partito d’azione per la Costituente (Antonella Braga). Mentre, per quanto riguarda l’ Europa dell’est, viene declinato in modi diversi e con diversi sviluppi quello che originariamente fu il “mito sovietico” (Antonello Venturi ),visto come un prolungamento della rivoluzione francese, o poi negato per l’insorgere dello stalinismo.

 

Lo sguardo quindi si allarga ai problemi internazionali extra-europei :sulla fondazione d’Israele (Daniele Pipitone), sulla Cina (Silvia Calamandrei), sulla decolonizzazione  (Diego Giachetti), e Aldo Agosti rileva i “semi dell’azionismo “ in politica estera.

In conclusione, Luciano Boccalatte ha  presentato il volume “Memorie fotografiche della Resistenza”, in dialogo con gli autori Alessandra Giovannini e Davide Tabor : “Per la prima volta si attraversa la genesi dell’Archivio fotografico dell’Istituto della Resistenza”- ha ricordato Boccalatte- con categorie non solo fotografiche, ma che intersecano memoria pubblica e memoria privata “.Gli autori sono intervenuti nei dettagli di questo loro importante lavoro –  che qui ci è impossibile ripercorrere per ragioni di spazio, ma che speriamo veder riproposti in momenti specifici a loro dedicati-  proiettando anche le fotografie pubblicate.