Subsonica, 30 anni di musica
Intervista al chitarrista e fra i fondatori della band Max Casacci
È in distribuzione in tutto il territorio del pinerolese nell’area sud della provincia di Torino (lo trovate in centinaia di luoghi pubblici, dalle biblioteche ai negozi) il numero di maggio del mensile free press L’Eco delle valli valdesi che potete leggere integralmente anche dal nostro sito, dalla home page di di www.riforma.it. Il numero contiene un dossier dedicato a un tema molto attuale, il neo-popolamento della montagna e i servizi (quelli che ci sono, i tanti mancanti). Qui però per voi una intervista speciale a Max Casacci, chitarrista e fra i fondatori dei Subsonica. Buona lettura!
Max Casacci, chitarrista e tra i fondatori della band, ci racconta questo momento importante, 30 anni di musica, un disco nuovo, un tour e 4 date sold out a Torino.
–Torino e i Subsonica; Subsonica e Torino: «Sappiamo che la nostra città non si lascia conquistare facilmente; avere invaso così tanti spazi, dalle foto sotto i portici, ai loghi sulla Mole, ai Murazzi, ai percorsi di racconto sulla nascita dei nostri brani in diverse località di Torino, al tram sonorizzato, significava aver costruito un’impalcatura veramente molto ingombrante e tutto questo doveva essere supportato da quattro eventi speciali, non semplici concerti: nulla ci sarebbe stato regalato. Possiamo dire che il tipo di connessione che si è creata con il pubblico ha fatto sì che in qualche modo una città, non sempre così affettiva, si lasciasse andare e ci abbracciasse, come forse non è non era mai successo dall’inizio della nostra storia».
– Musica dal vivo: che cosa è cambiato in questi trent’anni? «Per noi, nello specifico, non è mai cambiato l’approccio; nel senso che oggi la musica sui supporti non ha più un’economia di sostenibilità e quindi molti si vedono costretti ad avere un’intensa attività dal vivo. Per noi, è quello che abbiamo sempre voluto fin dall’inizio, sin dagli anni ’90: utilizzavamo l’attività discografica come biglietto da visita per i concerti, ci interessava la relazione con il pubblico che ci siamo costruiti anno dopo anno (nel ’98 abbiamo fatto 250 concerti). Da lì in poi non ci siamo più fermati e abbiamo cercato una relazione continua con il pubblico dal palco, puntando a disintermediare il più possibile tutta la parte della discografia, della promozione, delle radio e dei media (solo in un secondo momento abbiamo poi ovviamente utilizzato quei canali)».
– Il “segreto” per rimanere uniti in 30 anni e rimanere fedeli al vostro modo di intendere la musica? «Non esistono ricette valide per tutti o segreti validi per tutti: nel nostro caso, anche nei momenti in cui tendenzialmente ognuno di noi aveva un’idea della musica piuttosto diversa, cosa testimoniata per esempio dalla dalle varie direzioni prese in attività singole, è sempre stato il palco a unirci. È sempre stata la dimensione live e la consapevolezza che un’intensità del genere è un appagamento perché nel momento in cui noi saliamo sul palco, si spengono le luci e il pubblico incomincia a farsi sentire, proviamo delle sensazioni davvero forti e irripetibili. Quel tipo di dimensione la possiamo creare solo tutti insieme. Invece c’è qualche cosa di universalmente valido per tenere insieme le relazioni, ed è in qualche modo l’incastro fra le singole fragilità, fondamentalmente la necessità l’uno dell’altro, proprio perché c’è qualche cosa che manca. Ecco, nel nostro caso le frastagliature delle nostre mancanze hanno creato una loro architettura e forse è stato l’elemento per raggiungere determinati risultati».