Quale esercito? e quale difesa?

Trent’anni fa si avviava in Italia il superamento della “leva”: con Valdo Spini guardiamo al percorso fatto e alle possibili prospettive europee

 

Il mondo è attraversato da guerre e conflitti, in parte locali e in parte destinati ad avere ricadute più estese, e da alcuni mesi si parla di nuovi modelli di Difesa, si riaffaccia l’ipotesi di un ritorno alla leva, che in Italia è stata “sospesa” in favore di un esercito professionale. Anche Germania e Francia ripensano i loro assetti militari e difensivi e, secondo quanto riporta Avvenire (9 maggio), un diciottenne tedesco su tre è disposto a indossare la divisa. Quella scelta che per l’Italia era stata una vera e propria svolta avveniva trent’anni fa: con Valdo Spini, allora presidente della Commissione Difesa della Camera, proviamo a ricostruire quel percorso…

 

«Diventai presidente della Commissione difesa della Camera – ci dice – in seguito alle elezioni vinte dall’Ulivo nel 1996, e promossi subito una “Indagine conoscitiva” su Riforma della leva e nuovo strumento militare, i cui lavori terminarono nel novembre 1997 e furono pubblicati dalla Camera nel 1998, proponendo la sospensione del servizio di leva. Parallelamente, con la legge 20 ottobre 1999, n. 380, di cui mi onoro di essere stato primo firmatario, venne emanata una delega al Governo finalizzata all’introduzione del servizio militare femminile volontario. Sulla sospensione della leva il gruppo Ds presentò nel 1998 la proposta di legge, di cui pure sono stato il primo firmatario, “Norme per l’istituzione del servizio militare e del servizio civile volontario”, cui seguì, un disegno di legge (il n. 6433) del governo D’Alema (8 ottobre 1999). Puntando all’unificazione dei testi e in collaborazione con i ministri che si succedettero della Difesa (Carlo Scognamiglio e poi Sergio Mattarella), si giunse all’approvazione della legge 331/2000, “Norme per l’istituzione del servizio militare professionale” (Gazzetta Ufficiale del 17 novembre)».

 

– Che cosa prevedeva la nuova legge?

«Il meccanismo prevedeva che ogni anno diminuisse il quantitativo dei giovani chiamati alla leva militare, fino ad arrivare a 0 nell’arco di 7 anni, in parallelo all’arruolamento del personale volontario. È stato proprio il successo di quella legge, particolarmente in termini di afflusso di volontari, a consentire poi, nella successiva legislatura (che aveva visto la vittoria del centro-destra), al ministro Antonio Martino di abbreviare i tempi del regime transitorio previsto: si è trattato di una riforma di grande importanza sia per lo strumento militare italiano, perché lo ha professionalizzato, sia per i giovani italiani, cui ha permesso, abolendo la leva, l’accelerazione del loro percorso di studio e di lavoro».

 

– Uno dei dubbi che in genere si sollevano parlando di esercito professionale è il possibile scollamento rispetto alla popolazione e al territorio: è cambiato qualcosa da allora?

«Il pericolo del “Golpe”? Ma in Cile c’era il servizio di leva! Non era questo il punto. Di fatto si era verificata una involuzione “classista” della leva. Mi spiego: l’obiezione di coscienza era stata una grande conquista, ma si era allargata fortemente. Molti figli della borghesia preferivano aderire al Servizio civile alternativo, cosa che in certe aree sociali o geografiche del paese era invece più difficile. Naturalmente nella leva c’erano anche aspetti positivi: l’uscita da casa, il conoscere altre realtà etc. etc. Ma a questo dovrebbe pensare oggi lo sviluppo effettivo del Servizio civile, che grazie alla nostra azione, non dipendendo più dalla leva è aperto anche alle ragazze. Questo aspetto spesso non è abbastanza conosciuto».

 

– Il percorso di cui parlava sopra non fu isolato: vi era nel Paese un grande dibattito culturale, di cui dava conto anche il libro che scrisse con il giornalista Fabio Isman1: oggi si percepisce un interesse altrettanto diffuso, a livello sia politico, sia “tecnico” sia culturale? O tutto si decide nelle. stanze del Governo e dei partiti?

«È un problema più generale. I dibattiti attuali si basano troppo spesso su slogan, magari più contro l’argomento e contro l’interlocutore che a favore di una tesi. Di questa tendenza più generale è vittima anche la leva. Grazie quindi a voi di sollevare un dibattito così importante. Non capisco quello che si voglia proporre. Una leva parziale? a metà tempo? Se c’è bisogno di aumentare il contingente militare, si arruolano più professionali, non certo con una leva in cui l’addestramento sarebbe evidentemente molto carente».

 

– Da un lato un certo “disimpegno” da parte degli Usa; dall’altro la Germania con un budget militare che nel 2027 sarà pari al triplo di quello del 2022: esiste la possibilità che i Paesi membri ragionino in termini di Europa su questi problemi?

«Mi sembra una necessità. Altrimenti ognuno andrà per conto suo. La Germania a esempio ha varato un grande programma di riarmo entro il 2030. Ma questo può provocare più uno squilibrio politico in Europa che un vero contributo a una politica europeista. Il tema della difesa europea è assolutamente ineliminabile. Ma certamente dovrebbe essere frutto di un grande dibattito. Quando ero presidente della Commissione difesa della Camera italiana, il tema non era parlamentarizzato, nel senso che allora il Parlamento Europeo non aveva alcuna competenza in materia. E allora promossi una serie di incontri delle Commissioni difesa dei Parlamenti nazionali dei paesi Ue. Un’esperienza positiva. È un tema – quello della difesa europea – non facile, ma ineludibile. In realtà strettamente connesso al tema della pace, su cui pure dovremmo fare un dibattito approfondito».

 

  1. V. Spini – F. Isman, Naia? No grazie. Baldini & Castoldi, 1997.