50 anni Fdei: radici profonde, sguardo intersezionale

Mezzo secolo di Federazione delle donne evangeliche in Italia. L’inserto sul nostro giornale

 

«Cinquant’anni di storie, incontri, eventi e condivisione; cinquant’anni di impegno, di sfide, di lotte che non sono un traguardo, ma una tappa significativa su un cammino che immaginiamo ancora lungo, perché le questioni e i problemi affrontati finora sono in parte ancora lì, sul piatto, e altri se ne sono aggiunti». Così la pastora Mirella Manocchio introduce le pagine del notiziario della Federazione delle donne evangeliche in Italia (Fdei), in distribuzione questa settimana con il nostro giornale. 

Nell’intervista che segue, curata da Elena Ribet, proprio la pastora Manocchio in compagnia di Marina Bertin, a sua volta componente del Comitato nazionale Fdei, ripercorrono il cammino della Federazione e ne tracciano le sfide odierne.

 

 

Quest’anno la Fdei compie cinquant’anni. Guardando al cammino fatto dal 1975 a oggi, quali sono – a vostro avviso – le conquiste più significative della Federazione e delle don-ne evangeliche in Italia e quali passaggi sono stati decisivi per arrivare fin qui?

Marina Bertin: La Fdei compie 50 anni poiché è stata ufficialmente costituita durante il congresso svoltosi a Santa Severa il 14 maggio 1976. Ma questo è avvenuto dopo molti incontri di donne appartenenti alle chiese valdesi, metodiste e battiste che hanno lavorato e messo in “rete” donne di tutto il nostro paese. La Fdei nasce come strumento di coordinamento fra le organizzazioni femminili con lo scopo di permettere una effettiva e consapevole partecipazione della donna evangelica alla vita della chiesa e a quella della società. Ecco, questo obiettivo è presente ancora oggi: le donne impegnate nelle chiese sono altresì impegnate nella società e oserei dire sempre di più. Le conquiste più significative a mio avviso sono state quelle di riuscire a coinvolgere tutto il mondo femminile protestante presente in Italia. Questo ha fatto sì che negli anni la tenda della Fdei si è allargata alle donne luterane della CELI (Chiesa evangelica luterana in Italia), alle donne avventiste, alle donne del Canton Ticino e all’Esercito della Salvezza. Nuove esperienze stimolanti che hanno aiutato a far crescere ulteriormente la Fdei. Un grande arricchimento per tutte e nuove prospettive di dialogo e di lavoro in comune mettendo le proprie unicità a confronto e in condivisione.

La Fdei, fin dall’inizio, è stata sempre attenta ai problemi sociali delle donne in particolare e si è sempre occupata delle discriminazioni subite dalle donne, della difficoltà di uscire da un mondo patriarcale, difficoltà nel lavoro e soprattutto si è occupata del grave problema della violenza sulle donne. Purtroppo, sono ancora oggi temi molto attuali e l’impegno è quello di continuare a proporre incontri, studi e partecipare là dove queste problematiche vengono trattate come si è fatto in questi 50 anni.

 

La Fdei è parte di una rete di relazioni con altre realtà del protestantesimo italiano, come la Federazione femminile valdese e metodista (FFEVM), il Movimento femminile evangelico battista (MFEB), la già citata Rete donne luterane, ma anche allarga lo sguardo su altre realtà. Per esempio, l’Osservatorio interreligioso contro la violenza sulle donne (OIVD), Religions for peace… Quanto è importante oggi questo lavoro di collaborazione tra organismi diversi e quali frutti sta portando?

Mirella Manocchio: La Fdei, in realtà, nasce proprio come una sorta di Network al cui interno le varie organizzazioni denominazionali sono rappresentate e collaborano tra loro portando ad un arricchimento reciproco, e quindi sono essenziali per la vita della Fdei stessa.

Per rispondere alla sua domanda, posso dire che le collaborazioni esterne con l’associazionismo, a livello locale e nazionale, e con alcuni organismi istituzionali è sempre stato un elemento portante dell’impegno Fdei. Solo a titolo esemplificativo potrei ricordare la partecipazione, alla fine degli anni ’70, nelle consulte regionali femminili e nei Comitati Associazioni Femminili (CAF) adoperandosi perché non vi fossero consulenti confessionali nei neonati Consultori, oppure negli anni ’80 e ’90 le strette collaborazioni con Arci-Donna ed Amnesty International su questioni internazionali, come la denuncia dei regimi autoritari in Sud America e il sostegno alle madri di Plaza de Mayo, o ancora le battaglie per la parità di genere nel campo di lavoro insieme a vari sindacati.

Negli anni ’90 vi è stata poi la forte collaborazione interna al protestantesimo con gruppi quali Donne-Confronti, Cassiopea e Sofia, ma pure con le cattoliche legate alle Comunità di base, che hanno dato una forte spinta alla riflessione teologica femminista.

Alcune collaborazioni negli anni hanno poi segnato il passo o si sono perse, mentre ne sono emerse altre, come ad esempio quelle da lei citate sul fronte del dialogo interreligioso, che hanno offerto alla Fdei la possibilità di avere una prospettiva ampia e poliedrica del suo impegno ben oltre l’ambito ecclesiastico, che – in particolare nel dialogo con le donne del cosiddetto fronte laico – l’hanno messa in discussione e arricchita, ma soprattutto hanno permesso di collocare la parola e la testimonianza delle credenti nel bel mezzo del vissuto sociale.

 

La Fdei ha sempre avuto anche un respiro internazionale, partecipando a reti ecumeniche e dialogando con realtà di altre chiese e altre fedi. Che valore ha oggi questa dimensione globale?

Mirella Manocchio: è vero, la Fdei ha sempre avuto un respiro europeo ed internazionale. Ad esempio, abbiamo proficui scambi e contatti con organismi femminili denominazionali che portano pure a partecipazioni a loro incontri, come accaduto nel 2024 a Porto con il seminario europeo della Federazione mondiale delle donne metodiste.
Ma la Fdei è pure membro del Forum ecumenico delle donne cristiane d’Europa e del Gruppo donne della Conferenza delle chiese protestanti dei Paesi latini in Europa (CEPPLE) sebbene queste collaborazioni si siano un po’ sfilacciate. Se, quindi, devo segnalare un versante su cui questo Comitato vuole adoperarsi con maggior impegno, è proprio questo: stiamo cercando di rinsaldare i contatti perché per noi è vitale non perdere di vista sfide che si giocano a livello transnazionale e fare in modo che la nostra testimonianza in Italia possa offrire contributi e riflessioni che travalichino una visione nazionale, ma anche per dare alle nostre partner internazionali la prospettiva di donne che, pur appartenenti a una chiesa di minoranza, vivono la propria realtà di fede quale componente attiva e significativa della società. Questo è un valore aggiunto, in particolare quando ci confrontiamo con donne provenienti da chiese che fino a pochi anni fa erano maggioritarie sul loro territorio, ma che oggi sono in difficoltà nel dover affrontare una realtà che frammenta il tessuto comunitario e che mette molte chiese in una posizione marginale.

 

Dopo mezzo secolo di attività, quali sono le priorità che la Fdei si dà per i prossimi anni? Su quali ambiti – ecclesiali, sociali o culturali – sente più urgente concentrare energie e progettualità?

Mirella Manocchio: Uno dei temi sui quali la Fdei ha cercato e cerca di portare un contributo importante e innovativo è quello del dia-ogo tra generazioni. Lo si è fatto stringendo fruttuose alleanze con le giovani della Federazione giovanile evangelica in Italia (FGEI); citavo prima quelle con il gruppo Cassiopea negli anni ‘90 puntando al “pensiero della differenza” o lavorando sul linguaggio inclusivo. Oggi, lasciando spazio alle giovani donne che vogliano essere parte di questo percorso, penso che sia necessario avere sempre più uno sguardo intersezionale alle diverse forme di discriminazione e disuguaglianza e, pertanto, sia indispensabile lavorare insieme con organizzazioni di donne migranti e con quel- le LGBTQI+ come la nostra Rete evangelica fede, orientamenti e generi (REFO+).

Inoltre, la Fdei è sempre più convinta che per cambiare la narrazione sulle donne, per sradicare una cultura patriarcale del predominio, per modificare le discriminazioni e la violenza insite nelle strutture economiche e politiche della nostra società sia necessario un cammino condiviso con tutti gli uomini, in particolare proprio con quelli che non si sono mai avvicinati a gruppi di nuova auto- consapevolezza maschile.

Ma se penso ad un ulteriore versante che stiamo affrontando e nel quale speriamo di poter offrire un contributo qualificante, anche in quanto donne credenti, è quello del dialogo con gli adolescenti, che oggi da una parte sono privati di saldi punti di riferimento e dall’altra sono esposti a tante e tali sollecitazioni da essere spinti in relazioni improntate alla fragilità e all’aggressività.

 

Se dovesse scegliere un’immagine o una parola per descrivere cosa significa oggi esse- re donne evangeliche impegnate nella chiesa e nella società, quale sceglierebbe e perché?

Marina Bertin: Anni fa si è scelto come simbolo della Fdei una croce con quattro donne con le braccia protese le une verso le altre. Oggi sceglierei un sentiero montano che porta alla cima di un monte dove solitamente c’è una croce (la Parola deve sempre essere al centro del nostro agire), ma il sentiero come cammino ancora da fare con molta bellezza attorno (sororità, fraternità, comunione, ecc), ma anche con molte problematiche e difficoltà, soprattutto per noi donne, che la nostra società ci presenta ancora oggi.