Referendum: perché no
Il vero problema è la lentezza dei processi
Il tema della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e “giudici giudicanti” non è certamente tra quelli che appassionano le folle. Su di esso si confrontano le opinioni di grandi specialisti del diritto, schierati per il sì o per il no. Tuttavia, solo di rado viene ricordato che, di fatto, tale separazione esiste già dal 2022 (legge Cartabia): oggi un pubblico ministero può cambiare carriera soltanto nei primi dieci anni di attività e a condizione di trasferirsi in un’altra regione. Poiché questa riforma risale a meno di quattro anni fa, sarebbe stato utile fermarsi un momento e studiarne con serenità gli effetti. Ci sono magistrati che giudicano in modo diverso perché in passato sono stati pubblici ministeri? Non lo sappiamo. E quanti hanno effettivamente cambiato carriera? Circa una trentina: cioè, il nulla.
I problemi della giustizia italiana sono ben noti, a cominciare dalla lentezza dei processi. Ogni magistrato deve occuparsi di un numero crescente di casi, il che ne ritarda inevitabilmente la conclusione. Più o meno come accade negli ospedali e nei Pronto soccorso quando vi è carenza di personale. Invece di affrontare questi problemi concreti, si è preferito modificare la Costituzione per una riforma sostanzialmente inutile.
Un tema puramente tecnico diventa però politicamente rilevante, perché su di esso è stato indetto un referendum e spetterà quindi ai cittadini decidere. La maggioranza di governo punta sul fatto che molti italiani sono insoddisfatti delle decisioni della giustizia: talvolta perché sono stati condannati, talvolta perché, anche quando sono usciti vincitori da un procedimento, i processi sono durati troppo a lungo. Tutto questo, ovviamente, non ha alcun rapporto con la separazione delle carriere. A ciò si aggiungono alcune evidenti assurdità, come l’istituzione di due Csm (un unicum a livello internazionale) e la scelta di estrarne a sorte i membri. E soprattutto l’elemento più inquietante: la creazione di un’Alta Corte disciplinare, che potrebbe condizionare l’indipendenza della magistratura. Dico “potrebbe”, perché non esiste ancora la legge che ne stabilirebbe il funzionamento.
Al di là dei tecnicismi, è chiaro che questa riforma riflette l’astio nutrito, da tre decenni, dal centrodestra nei confronti della cosiddetta “magistratura politicizzata”. Il ministro Tajani lo ha del resto riconosciuto con franchezza: «Questa è la riforma che voleva Berlusconi». Ora, prima di modificare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sarebbe opportuno procedere con cautela. Il ruolo del potere giudiziario è sempre stato quello di impedire gli abusi del potere esecutivo, qualunque esso sia. Quando questo controllo si affievolisce, ne risente anche la qualità della democrazia, come oggi dimostrano molti esempi internazionali, anche in Europa.
In sintesi. Non si cambia la Costituzione perché una trentina di persone cambiano carriera. Non si cambia la Costituzione perché «è la riforma che voleva Berlusconi». Non si cambia la Costituzione per indebolire la magistratura.