Marcello Silvestri: L’arte come Parola davanti agli occhi
È morto il 7 marzo a Viterbo, aveva 81 anni
Dalle radici contadine del Veneto alle campagne tarquiniesi, la vita di Marcello Silvestri non è stata un percorso lineare, ma una continua ascesa spirituale fatta di rotture, incontri e una spasmodica ricerca di senso. La sua storia inizia in una famiglia profondamente cattolica dove germoglia una vocazione sacerdotale che, tuttavia, si scontra presto con un’inquietudine tanto profonda quanto feconda.
Sempre insoddisfatto delle risposte preconfezionate, Marcello Silvestri abbandona gli studi seminariali per farsi “ultimo tra gli ultimi”. In Francia, con Mani Tese, raccoglie ferro per finanziare opere di bene, finché il destino non lo conduce alla Repubblica dei Ragazzi di Civitavecchia. È qui che avviene l’incontro della vita: quello con Margherita Roggia, psicologa dal carattere forte e dal cuore ribelle. Insieme, i due inizieranno un cammino di vita e di fede che segnerà l’intera comunità ecumenica italiana.
Il respiro ecumenico: il SAE e la Bibbia
L’impegno di Marcello e Margherita si radica nel SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) di Maria Vingiani. Immersi in un clima di dialogo profetico, collaborano con figure del calibro dei vescovi Pietro Giacchetti e Alberto Ablondi, dei pastori Renzo Bertalot ed Emanuele Paschetto e di preti ortodossi come Gheorge Vasilescu.
Questo afflato ecumenico trova la sua espressione pratica in un legame fortissimo con il pastore Nunzio Strisciullo, Luigi Spuri e la chiesa battista di Civitavecchia, una collaborazione che durerà fino al suo ultimo giorno di vita. Ma è nelle storiche sessioni del SAE a La Mendola che l’amore di Silvestri per la Bibbia diventa “viscerale”, trasformandosi nel fulcro della sua produzione artistica.
Un’arte che non arreda, ma grida
L’estetica di Silvestri non è mai stata decorativa. Egli soffriva l’accezione comune di “arte sacra” intesa come Biblia pauperum (sentimento religioso per immagini). Per lui, l’arte doveva incarnare lo Shemà Israel: appendere la Parola di Dio davanti agli occhi affinché non venisse dimenticata: «Non dipingo per appendere un quadro in salotto, ma per avere la Scrittura sempre davanti agli occhi».
Nella sua evoluzione stilistica si distinguono due fasi principali:
Un primo periodo, caratterizzato da una ricerca formale più tradizionale, catechetica, ma già densa di simbolismi.
Il periodo polimaterico, dove Silvestri recupera materiali poveri dalle campagne tarquiniesi, trasformando degli scarti in messaggi profetici. Le sue opere diventano lo specchio dei cambiamenti culturali, della crisi ecologica, dei grandi rivolgimenti storici, restando però sempre saldamente ancorate al testo biblico.
Servizio, carcere e comunità
Non si può comprendere l’artista senza l’uomo di servizio. Silvestri ha vissuto il suo cristianesimo nei luoghi del dolore e della rinascita:
La Comunità Mondo Nuovo (Tarquinia) e il suo fondatore, Alessandro Diottasi. Per decenni ha tenuto catechesi bibliche per i ragazzi in recupero dalla tossicodipendenza. È qui che si è celebrato il suo ultimo saluto, in un abbraccio tra l’amico don Giosy Cento, che ha officiato, i pastori e le decine di credenti evangelici presenti.
Il Carcere di Civitavecchia: Tra i detenuti dell’alta sicurezza, Marcello non portava solo la pittura, ma sessioni di studio biblico e di canto, restituendo dignità attraverso la bellezza e la Parola. In una lettera letta al funerale, i detenuti definiscono questi incontri la loro ora di libertà.
L’eredità: Tra la “sapienza antica” e l’Apocalisse
Con mostre in tutto il mondo e una produzione sterminata di materiali per la catechesi, Silvestri ha lasciato un segno indelebile anche nell’editoria. Fondamentale il volume per la Claudiana, Sapienza antica e arte contemporanea (con introduzione di Paolo Ricca e prefazione di Luca Negro). La malattia lo ha fermato proprio mentre stava portando a termine un ultimo progetto: un volume di opere dedicato all’Apocalisse, il libro della rivelazione che, come la sua arte, guarda oltre il velo della storia.
Marcello Silvestri ci lascia un’eredità che non è fatta solo di tele, forme e colori, ma soprattutto di un modo di stare al mondo: con lo sguardo rivolto alla Parola e le mani sporche della terra degli ultimi.