A proposito del Salmo 144
Stati Uniti, la teologia della crociata e i suoi pericolo, dopo le parole del Segretario alla Difesa (oggi alla guerra)
L’antefatto
Il 10 marzo 2026, il Segretario alla Difesa (oggi alla guerra) degli Stati Uniti Pete Hegseth ha concluso il suo briefing sull’aggressione militare all’Iran citando il Salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia».
Lo ha fatto dopo aver annunciato «il giorno più intenso di attacchi» contro l’Iran.
Al rientro dalla base di Dover, dove aveva accolto la salma di un altro soldato americano caduto nel conflitto.
Non è la prima volta: già a gennaio, durante un servizio religioso al Pentagono, Hegseth aveva condiviso lo stesso salmo, rivelando di averlo pregato durante la pianificazione dell’operazione militare in Venezuela.
Quel passo biblico, nella lettura di Hegseth, assume il significato di una benedizione divina sulla potenza militare americana.
Così la guerra diventa missione sacra, il conflitto armato si trasfigura in liturgia.
Tuttavia come Chiesa possiamo affermare che questa lettura regge davanti a una seria esegesi biblica?
La risposta, dal punto di vista della teologia luterana e di una lettura rigorosa delle Scritture, è no.
Il Salmo 144: cosa dice davvero il testo
Il Salmo 144 è un salmo regale, attribuito a Davide, di natura composita.
Gli esegeti lo collocano nel periodo post-esilico: non è dunque il canto di un conquistatore trionfante, ma la preghiera di un popolo che ha conosciuto la sconfitta.
Non solo: anche l’esilio, la fragilità radicale della condizione umana.
Davide per primo aveva conosciuto la fuga dalla caccia che Saul compiva contro di lui.
E infatti, subito dopo i versetti iniziali sulla guerra, il salmo cambia tono in modo decisivo.
Al versetto 3 il salmista chiede: «Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero?». E al versetto 4: «L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa».
Questo non è il linguaggio della potenza imperiale. È il linguaggio dell’umiltà radicale davanti a Dio, della consapevolezza che ogni pretesa umana di forza è vanità.
La seconda parte del salmo — quella che Hegseth non ha letto — si apre con il «canto nuovo» (v. 9).
Fino alla visione di un popolo benedetto non dalla guerra, ma dalla prosperità, dalla pace, dalla fecondità: «I nostri figli siano come piante cresciute nella loro giovinezza; le nostre figlie come colonne scolpite per ornare un palazzo» (v. 12).
Il salmo termina con un quadro di shalom — pace integrale — dove i granai sono pieni, le greggi si moltiplicano e «non c’è breccia né fuga, né grido nelle nostre piazze» (v. 14).
Il Dio che il salmista benedice non è il Dio della crociata: è il Dio che conduce il suo popolo attraverso la guerra verso la pace.
La teologia della crociata e i suoi pericoli
Ciò che l’interesse politico propone non è quindi teologia biblica.
È nazionalismo cristiano: l’identificazione cioè di una nazione con il popolo eletto di Dio, che quindi interpreta la sua politica estera con il piano divino, la sua forza militare come l’estensione in terra del braccio dell’Onnipotente.
Questa operazione ha una lunga e tragica storia — dalle crociate medievali alla conversione forzata dei popoli latinoamericani, ad esempio — e produce sempre lo stesso risultato: la sacralizzazione della violenza e la demonizzazione del nemico.
Quando un politico usa la Bibbia per parlare ad un briefing militare e per annunciare l’intensificazione dei bombardamenti, non sta praticando la fede cristiana.
Sta semmai usando Dio come strumento di propaganda bellica trasformando la grazia nel breviario del cappellano di un impero.
La retorica cui si assiste non ha perciò nulla di teologico ma sembra funzionale a trasfigurare la guerra politica in guerra religiosa.
È perciò terribile che la politica, tra le molte parole di Gesù sugli afflitti, gli ultimi o, per rimanere ai Salmi, sul “Signore è il mio pastore”, decida di scegliere versi sulla guerra e ignorando il significato del testo nel suo insieme.
Terribile ma non nuovo. Infatti poco prima di assumere la guida del Dipartimento della Guerra, Pete Hegseth, insieme a David Goodwin, ha scritto un libro intitolato ” Battle for the American Mind” .
Un testo interamente dedicato alla definizione di un programma di politica educativa in cui si sostiene la necessità di prendere di mira il sistema scolastico pubblico a vantaggio delle scuole private cristiane che garantirebbero una certa “ortodossia” religiosa.
La parola profetica contro l’uso bellico della Scrittura
La Riforma protestante ha posto la Scrittura al centro della vita di fede.
A partire da un principio fondamentale: la Bibbia si interpreta con la Bibbia, e il suo centro ermeneutico è Cristo.
Perciò prendere un testo fuori dal contesto in cui è inserito per farne infine un pretesto è quanto di più lontano possa esistere dalla Riforma e da ciò che può vagamente sembrare evangelico.
Usarlo quindi per benedire un’operazione militare non è fedeltà alla Scrittura: è la sua negazione.
I profeti di Israele conoscevano bene questa tentazione.
Geremia denunciava chi diceva «Pace, pace!» quando non c’era pace (Geremia 6,14). Isaia annunciava un tempo in cui «le spade saranno trasformate in aratri» (Isaia 2,4).
Michea immaginava un mondo dove «ognuno siederà sotto la propria vite e sotto il proprio fico, e nessuno li spaventerà» (Michea 4,4) — una visione straordinariamente simile alla seconda parte del Salmo 144, quella parte è stata ignorata da Hegseth.
La vocazione profetica della fede cristiana consiste proprio nel rifiutare la strumentalizzazione di Dio a fini di potere.
Se la Bibbia diventa una maschera
Quando la religione diventa il linguaggio della guerra, tradisce la sua stessa ragion d’essere.
Quando la Bibbia viene letta dal podio di un Parlamento o di uno scranno di governo per annunciare bombardamenti, non è la Parola di Dio che parla: è il potere che la usa come maschera.
Il Dio della Bibbia non è il Dio di una nazione contro un’altra. È il Dio che nella grazia ha superato la logica della violenza, che nel Cristo crocifisso ha scelto la debolezza anziché la forza, che nel «canto nuovo» del Salmo 144 chiama il suo popolo non alla guerra perpetua, ma alla pace che fiorisce quando la giustizia è di casa.
È questo il canto che andrebbe intonato. Ed è per questo che le Chiese oggi non possono tacere davanti all’uso del nome di Dio contro altri popoli, all’uso del Vangelo come grido di battaglia e non già, come dovrebbe essere, come parola di riconciliazione.