Nessuno è un’isola
Predicazione e diaconia nel territorio: il 35° Convegno della Diaconia valdese
Prima ancora che uno dei relatori la citasse, questa frase mi era venuta in mente ascoltando i primi interventi, all’annuale convegno della Diaconia valdese a Firenze (Istituto Gould), «Predicazione e diaconia nel territorio»: forse “il” tema per eccellenza, che sottintende anche la dinamica mai del tutto sciolta tra chiese locali e opere diaconali, dinamica che peraltro, come emerso dall’incontro di sabato 7 marzo, si sta rivelando assai fruttuosa.
Un tema, quello di quest’anno, che come ha detto in apertura il presidente della Csd Daniele Massa potrebbe apparire quasi una chiusura nel proprio ambito ecclesiastico, e invece è vero il contrario, perché territorio significa collettività, comunità, non insieme di monadi (e ritorniamo al titolo). Ma anche contesti particolari di cui va tenuto conto, azione locale, come ben emerso dagli interventi “dal campo” della seconda parte della mattinata, affidati alle voci appassionate e competenti di Valeria Lucenti (project manager di «Territori Smart2»), Martina Cociglio (coordinatrice nazionale dei Community Center), Paola Paschetto (responsabile del Servizio Adulti e Territorio).
Diverse le immagini simboliche che hanno guidato la mattinata, a partire da quella rievocata dalla moderatora Alessandra Trotta della Babilonia biblica (Geremia 29, 1-7), contesto ostile in cui (e di cui) si è chiamati, però, pur nel timore di perdere la propria identità, a fare il bene, che significa anche, ha ricordato, «cercare e svelarne i mali» (ingiustizie, violenze, discriminazioni).
Di contesto ha parlato anche il prof. Fulvio Ferrario, ricordando che «la diaconia non è un settore della chiesa, ma una dimensione» e l’importanza di cogliere «l’occasione diaconale», un’azione sempre più proiettata verso l’esterno, in rete con soggetti diversi, che unisce formazione e competenza a fantasia e sperimentazione – quattro concetti chiave affiorati più volte, come un fil rouge, nella mattinata, così come il tema dell’ascolto.
L’idea di rete è stata rievocata anche da Pietro Vené che, dal particolare osservatorio di responsabile dell’area Servizi Educativi, ha ricordato che la diaconia crea «ponti relazionali» tra i segmenti della società, e deve essere un «ponte mobile» in grado di spostarsi dove necessario: per esempio, dal contesto scolastico-educativo a quello familiare.
Con l’evocativa immagine della gora, che sembra una pozzanghera ma non lo è, in quanto sempre collegata alla sorgente che lo alimenta, per noi Cristo, nella sua sequela, il pastore Winfrid Pfannkuche è tornato sul concetto di dinamismo, relazione, ma nella necessità «di tenere insieme popolo e chiesa, diaconia e chiesa» in un contesto di crescente «scristianizzazione» (non semplicemente di secolarizzazione), portando la testimonianza da un’“area interna”, la val Chisone (nelle valli valdesi), e in particolare San Germano e Pramollo, caratterizzate da calo demografico e crisi economica. Testimonianza che non vuol dire, ha sottolineato Pfannkuche, «vi racconto che cosa succede dalle mie parti», ma appunto mantenersi uniti a quella sorgente viva, che non significa (torna lo stesso concetto di cui sopra) «chiudersi ma aprirsi, non fermarsi ma spendersi».
Si è parlato molto di aree interne e di città anche negli interventi “operativi” dopo la pausa, che hanno aperto dei focus su progetti e servizi specifici (su cui torneremo), mettendo in evidenza l’importanza di collocarsi concretamente nei territori per rispondere ai loro bisogni senza sovrapporsi ad altre iniziative presenti, ma anzi agendo in rete, come «sentieri che si incrociano continuamente».
Tra le parole più ricorrenti, inclusione, dignità, vita indipendente, cittadinanza attiva, nell’idea che i progetti non vadano calati dall’altro, in un’ottica assistenzialista, ma siano elaborati con i territori e le persone coinvolte; si è parlato appunto di persone, e non solo di “beneficiari”.
Spesso i nostri progetti diaconali non sono “originali”, ha osservato nell’ultimo intervento il pastore William Jourdan, in qualità di membro della Commissione diaconia comunitaria, sono realizzati anche da altri (Caritas…); il loro essere «annuncio in azione dell’evangelo» fa sì che la loro finalità non sia “solo” il servizio, ma la creazione di cittadini nuovi, di autonomia, empowerment. La diaconia comunitaria, ha concluso, è uno «strumento per entrare in dialogo con le istituzioni pubbliche e aprire alla possibilità di realizzare una diaconia politica».
L’azione diaconale è infatti anche azione politica, nel senso più nobile (e oggi dimenticato) del termine, come ha ribadito nelle considerazioni finali Ignazio Di Lecce, moderatore del convegno, chiudendolo richiamando l’articolo 2 della Costituzione, che l’azione della Diaconia cerca di applicare in tutte le sue parti: la tutela dei diritti inviolabili sia della singola persona sia delle «formazioni sociali» in cui essa deve poter vivere pienamente, all’insegna della «solidarietà politica, economica e sociale». Il focus insomma resta “il bene della città”, in una (non facile, ma necessaria) convivenza di alterità, e la volontà di “esserci”, ben espressa da tutti gli interventi.
Nel pomeriggio, si sono tenuti due gruppi di lavoro sul tema della diaconia comunitaria (incontro finale in presenza dopo due incontri online nei mesi passati) e sugli “Organismi di promozione diaconale” (comitati di coordinamento territoriale, comitati di opere, persone di collegamento) per fare il punto della situazione. Ne parleremo nel prossimo numero con un articolo dedicato.