A qualcuno piace il caldo
Intervista a Luca Mercalli: «Abbiamo seminato vento, e se continueremo, raccoglieremo tempesta»
Il negazionismo climatico è un fenomeno di disinformazione che nega o minimizza il riscaldamento globale di origine antropica, nonostante che oltre il 99% della comunità scientifica sia ormai concorde sulle cause industriali. Oggi il caldo anomalo e persistente che attanaglia l’Europa sembra convincere anche i più ostinati che qualcosa non va.
L’immagine di montagne e ghiacciai coperti da giganti protezioni anti-scioglimento sono emblematiche. Tuttavia, c’è ancora chi, e sono ancora in tanti, ritiene che l’uomo e la sua azione non siano i responsabili del cambiamento climatico e che tali cambiamenti, come il riscaldamento globale, siano causati al 95% dal Sole e da cicli naturali – attribuendo alle attività umane e alla CO₂ solo una frazione minima di condizionamento.
Abbiamo sentito il parere di Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, direttore della rivista Nimbus, ambasciatore europeo del Patto per il Clima e autore del libro Breve storia del clima in Italia (Einaudi, 2025).
– La sua posizione, Mercalli, è nota: le chiediamo tuttavia di tornare sull’annosa questione in un momento nel quale, da giorni, il caldo attanaglia gran parte del nostro continente e i fenomeni climatici preoccupano sempre più per la loro imprevedibilità e violenza…
«La mia posizione non è altro che quella della comunità scientifica di riferimento delle scienze del Sistema Terra. Tutti i miei colleghi sono concordi nel sostenere che il riscaldamento globale ha origine dalle emissioni di gas serra dell’umanità, il sole non ha alcun ruolo rilevante nel trend in aumento delle temperature, essendo sostanzialmente costante. Se ci fossero segnali in tal senso, gli astrofisici solari sarebbero i primi a sostenerlo, invece non sollevano alcun dubbio. C’è invece una crescente resistenza nell’accogliere i sempre più evidenti sintomi del degrado ambientale, percepibili ormai anche dai non addetti ai lavori, e sempre più precisamente identificati dalle reti di monitoraggio terrestre, come il sistema satellitare “Copernicus” dell’Unione Europea. Insomma, più aumentano le evidenze, più si ignorano gli allarmi e si contestano i dati! Una sorta di psicopatologia di massa, sfruttata da una minoranza industriale con interessi consolidati da difendere nel campo dell’energia fossile…».
– Conflitti e guerre rendono sempre più consistente l’uso di armi, e la migrazione climatica è una realtà…
«Avremmo bisogno di tutta la nostra cooperazione internazionale per venire a capo dell’enorme problema della sostenibilità ambientale che minaccia il benessere delle generazioni più giovani, invece dilapidiamo un’enormità di preziose materie prime e di energia nella costruzione – e purtroppo nell’uso – di armi letali, che non fanno altro che aumentare le emissioni e distruggere territori. Una follia!».
– Il petrolio è nuovamente visto come la “principale” fonte di energia fossile e da ri-conquistare a tutti costi con azioni militari e il nucleare è visto come una valida alternativa. Che fine ha fatto la transizione ecologica?
«L’atteggiamento negazionista dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti ha creato una vera e propria retromarcia nelle politiche ambientali globali. Se in America si assiste a un totale smantellamento della giurisprudenza ambientale a favore dell’industria fossile, in Europa il Green Deal è ancora in vigore sulla carta ma sempre più indebolito, rallentato e ostacolato nei fatti. Ciononostante, le energie rinnovabili, cardine della transizione ecologica fanno rapidi progressi, sono oggi trainate dall’economia cinese, e fanno sperare in un prossimo sorpasso delle energie tradizionali, e per il loro costo in diminuzione potrebbero spazzare via il tentativo di riesumare il nucleare a fissione, enormemente costoso, rischioso, e problematico».
– Siamo ancora in tempo per fare qualcosa? Per tutelare dal caldo gli esseri umani, animali e vegetali che vivono questo pianeta e i mari che lo caratterizzano?
«Sì, siamo ancora in tempo, non per guarire ma almeno per fermare la corsa verso il caldo. “Ogni frazione di grado in meno conta”, come ha detto Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Ogni frazione di grado in più aumenta invece il rischio climatico portandoci verso un pianeta ostile all’umanità. Se riusciamo a fermare l’aumento sotto i due gradi Celsius, a fine secolo avremmo evitato lo scenario peggiore. Ma questo tempo, che abbiamo sprecato a piene mani negli ultimi trent’anni – ovvero dal 1992, anno di firma della Convenzione Onu sui Cambiamenti climatici di Rio de Janeiro – sta finendo. E con le leggi fisiche che governano il clima non si potrà negoziare. Abbiamo seminato vento, e se continueremo, raccoglieremo tempesta».