Battesimo e vocazione

Una sfida delle chiese battiste, metodiste e valdesi dopo il convegno svoltosi a Ecumene (Velletri)

 

Viviamo in un tempo che molti definiscono “post-cristiano”, ma che forse è più semplicemente un tempo “senza memoria”: memoria della fede, memoria del battesimo, memoria della speranza. La secolarizzazione non è più un fenomeno sociologico, ma l’aria che respiriamo: un’Europa dove la trasmissione della fede si è interrotta, dove le comunità invecchiano, dove i giovani non trovano più nelle chiese un luogo significativo per la loro vita. A questo si aggiunge un clima globale segnato da guerre persistenti, instabilità politica, crisi climatica, precarietà economica, che genera paura, disorientamento, sfiducia. Un tempo in cui la domanda di senso non scompare, ma si frammenta; in cui la spiritualità cresce, ma spesso senza comunità, senza storia, senza responsabilità.

 

In questo scenario, il battesimo rischia di diventare un gesto isolato, un rito identitario senza continuità, un simbolo svuotato dalla mancanza di un cammino. Il documento della Commissione BMV (battista, Metodista, Valdese) lo afferma con lucidità: «La comunione tra le chiese non dipende dall’accordo su una medesima prassi battesimale, ma dall’appartenenza comune al Corpo di Cristo». Questa frase è una dichiarazione di principio, ma anche un appello urgente: la comunione non nasce dall’uniformità, ma dalla condivisione della vocazione battesimale. E questa vocazione oggi è messa alla prova come raramente nella storia recente.

 

Il documento riconosce che la crisi non riguarda solo la partecipazione ecclesiale, ma la memoria stessa del battesimo. Per i bambini, il rischio è evidente: «Senza un accompagnamento reale, il battesimo rischia di non essere compreso né ricordato». Molti genitori chiedono il battesimo come gesto affettivo, ma senza un percorso successivo. La confermazione, quando arriva, è spesso un atto formale, non una scelta adulta di fede. Per gli adulti, la situazione non è meno complessa: individualismo, paura dell’impegno, tempi lunghi di discernimento, difficoltà a inserirsi in comunità piccole e talvolta stanche. Il battesimo degli adulti rischia di diventare una scelta privata, più psicologica che ecclesiale. La secolarizzazione non cancella il battesimo: lo svuota dall’interno. lo separa dalla vita, lo priva della sua forza generativa.

 

Nel contesto di guerre e di crisi climatica, il battesimo non può essere un gesto intimistico. Deve diventare un atto di resistenza spirituale, un impegno pubblico, una scelta di speranza contro la logica della paura. Al Convegno di aprile, Tony Peck ha ricordato che: «Il battesimo è un atto ecclesiale: richiede una comunità capace di testimoniare la sua unità». E ha aggiunto: «La credibilità delle nostre chiese non dipende dall’avere una prassi identica, ma dal mostrare relazioni di fiducia e mutuo riconoscimento». In tempi bui, la comunione non è un lusso: è una necessità. Senza comunione, il battesimo diventa un gesto individuale; con la comunione, diventa una testimonianza. Non, quindi, un certificato di appartenenza, ma l’inizio di una vocazione.  E Mario Fischer ha collocato il battesimo nel cuore della crisi europea: «Le nostre chiese sono chiamate a formare discepoli capaci di speranza in un’Europa che ha perso fiducia nel futuro. (…) Il battesimo non è un rito identitario, ma l’inizio di una vocazione alla giustizia, alla pace e alla responsabilità». Queste parole toccano il centro della missione delle chiese BMV: non conservare un patrimonio, ma generare discepoli; non difendere un’identità, ma testimoniare il Vangelo; non proteggere il passato, ma aprire futuro. Il documento sintetizza così: «Il battesimo introduce alla vita nuova in Cristo, una vita di discepolato e di testimonianza nel mondo». Questa vita nuova non è un ideale astratto: è una chiamata concreta a vivere la fede nella storia, nelle sue contraddizioni, nelle sue ferite.

 

Una prospettiva comune alle Chiese BMV è rileggere il battesimo come inizio di una vocazione, una chiamata alla giustizia, alla pace e alla responsabilità storica, una partecipazione al sacerdozio comune dei credenti. Questo vale per il battesimo infantile, attraverso una confermazione realmente formativa, per il battesimo degli adulti, come inserimento in comunità non solo accoglienti ma esigenti.

La mancanza di prassi BMV condivise ha accentuato nel tempo la distanza tra battesimo e vita adulta, la difficoltà a parlare ai giovani di sequela, vocazione e responsabilità. Una problematica trasversale è la crescita di una generazione battezzata da infante, ma priva di una narrazione ecclesiale del proprio battesimo. Senza percorsi comuni il battesimo non viene percepito come evento fondativo, la confermazione non è vissuta come riappropriazione della grazia. Questo fenomeno non è imputabile a una singola denominazione, ma a una mancata elaborazione comune nel tempo lungo della secolarizzazione.

 

Le chiese BMV hanno oggi una responsabilità particolare: mostrare che la fede cristiana non è evasione, ma impegno; non è identità chiusa, ma comunione aperta; non è tradizione morta, ma vocazione viva. Per questo è necessario ricostruire percorsi di iniziazione cristiana che accompagnino davvero bambini, giovani e adulti; rafforzare le relazioni intercomunitarie, perché nessuna chiesa può vivere la missione da sola; formare credenti capaci di leggere i segni dei tempi e di rispondere con coraggio evangelico; testimoniare la pace in un mondo che normalizza la guerra; custodire la speranza in un’epoca che produce paura. Il battesimo è il punto di partenza di tutto questo. Non un rito del passato, ma una chiamata per il presente, a partire da alcune domande aperte e in attesa delle risposte confessanti delle nostre chiese: come possiamo restituire al battesimo la sua forza generativa in un contesto di secolarizzazione avanzata? Le nostre comunità sono davvero luoghi dove bambini, giovani e adulti possono crescere nella fede, o rischiano di essere spazi di semplice conservazione? In che modo le chiese BMV possono testimoniare la pace in un’Europa attraversata da guerre e nazionalismi? La pluralità delle prassi battesimali è vissuta come ricchezza o come tolleranza passiva? Quali percorsi concreti possiamo attivare per trasformare il battesimo in una vocazione alla giustizia, alla responsabilità e alla speranza? Le nostre comunità sono pronte a essere non solo accoglienti, ma anche esigenti, capaci cioè di formare discepoli e non solo membri?

 

 

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Immagine: il Battesimo di Gesù, (dipinto di Giovanni Tuccari (Messina, 1667 – Messina, 1743)) nella cattedrale di Catania.