La Parola ha abitato la precarietà

Un giorno una parola – commento a Giovanni 1, 14

 

 

Loderò la parola di Dio; loderò la parola del Signore

Salmo 56, 10

 

La Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria come di unigenito dal Padre

Giovanni 1, 14

 

 

I cristiani reputano queste poche parole abissali per profondità. Contengono tutto. Un teologo potrebbe spenderci una vita di studio; ma, anche un bambino potrebbe comprenderne il significato semplicemente guardando la mangiatoia dove questa decisione eterna di Dio si è realizzata nella storia umana. Forse, questo è il segno che siamo davanti a qualcosa di vero e di grande.

Quella di cui parla il nostro testo non è una parola tra le altre, ma è quella Parola creatrice che ha chiamato all’esistenza tutto ciò che esiste. Il vangelo riprende quel principio e lo rilancia: quella Parola è diventata “carne”.

 

Non si tratta però di uno spirito che si maschera da corpo umano. Non è l’apparizione di un fantasma. Non è un uomo che raggiunge la divinità, compiendo al contrario quel percorso di abbassamento. Si tratta invece di fragile, mortale, bisognosa carne.

Il vangelo usa una parola più precisa di quella che viene tradotta con “abitare”, usa una parola che letteralmente significa “piantò la tenda”. Un’immagine nomade, provvisoria, disagiata. La Parola, per abitare questo mondo, non ha scelto qualcosa di durevole, di eterno, che poi rimanesse perlomeno come vestigia del suo passaggio. Si è accampato per un tempo. La Parola che dà senso al mondo ha deciso di abitare la precarietà. Si è nascosto nella medesima precarietà che abitiamo noi ogni giorno.

 

Insomma, quella Parola è divenuta carne che mangia, ha sete, suda, piange, ama. Cioè, un essere umano, esattamente come te. Dio si è avvicinato tanto da poterti passare accanto. Come si può distinguerlo tra tutti gli altri esseri umani? Con quale facoltà umana a nostra disposizione possiamo riconoscere chi è?

La buona notizia è proprio questa: Gesù è stato un uomo tra gli esseri umani. Egli è stato un uomo che ha abitato nella periferia del mondo e della storia lasciando come vestigia solo la sua Parola. Non lo si poteva distinguere, tanto era ordinario. Solo la fede ha occhi capaci di vedere da dove veniva e dove sarebbe andato.

 

Per noi, che spesso cerchiamo Dio nelle esperienze gloriose o nei momenti di estasi religiosa, il vangelo diventa una correzione gentile: Dio vuole che tu lo cerchi nel posto giusto. Guardati intorno, lo puoi trovare dove lui ama nascondersi: mescolato nell’ordinario. La sua gloria traspare nel volto di chi ti sta accanto e forse anche nel tuo volto segnato dal peso che oggi stai portando. Anche l’evangelista Giovanni guardava Gesù e vedeva solo un uomo, ma ha potuto dire: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria”. Amen.